CronacaCultura

“Davanti al dolore degli altri” – Il senso della fotografia di guerra

fotografia guerra

Il libro di Susan Sontag è un’analisi incisiva della fotografia di guerra e delle conseguenze della copertura mediatica sulla nostra percezione degli eventi reali, della violenza e del dolore degli ‘altri’, specialmente quelli più distanti da ‘noi’.


La percezione dell’immagine

Ero in via Mascarella a Bologna, dentro una piccola libreria indipendente, quando trovai questo libro: Davanti al dolore degli altri (2003) di Susan Sontag.

Mi affascinò il titolo, perché pensai – erroneamente – che l’opera fosse un’esplorazione intimista della percezione del dolore singolo, individuale. Dunque, attratta anche dalla copertina dell’edizione Nottetempo, mi portai a casa questo nuovo tesoro.

Ora è una lettura che rispolvero e sottolineo – sì, con evidenziatori e penne, perché appartengo alla categoria di persone che ama i libri vissuti – ogniqualvolta un conflitto internazionale riceve attenzione mediatica.

fotografia guerra

In realtà, il libro tratta di come la fotografia di guerra venga percepita e del significato che assume, di come la percezione della guerra sia cambiata a causa della copertura mediatica e di come ‘noi’ reagiamo quando ci viene posto davanti il dolore degli ‘altri’.

Chi siamo ‘noi’ e chi siano gli ‘altri’ sono domande utili da porsi, e che Sontag approfondisce.

Il genere in guerra

Sontag cita Le tre ghinee (1938, Feltrinelli) di Virginia Woolf: quest’ultima scrive nel 1938, la prima nel 2003, e le parole di entrambe le autrici conservano una loro verità.

“Gli uomini fanno la guerra. Gli uomini (quasi tutti) amano la guerra, poiché nel combattimento trovano ‘un po’ di gloria, una certa necessità, e qualche soddisfazione’ che le donne (quasi tutte) non provano né gradiscono”.

Capitolo 1, Davanti al dolore degli altri.

La guerra è ancora prettamente maschile, e i primi due schieramenti da sottolineare sono proprio quelli uomo-donna, seguendo un binarismo di genere che parte della popolazione ormai cerca di scardinare.

Non solo le donne fanno spesso parte della popolazione colpita nei conflitti che si ripercuotono anche sui civili, ma questa suddivisione bifronte trascura tutte le diverse sfumature del genere, della sessualità e della fluidità recentemente riscoperta.

La narrazione delle persone queer e facenti parte della comunità LGBTQ+ in tempo di guerra è trascurata e spesso inesistente. L’Occidente, storicamente bianco, cishet e colonizzatore, non è abituato a volgere lo sguardo su questa parte della popolazione. Non vediamo la complessità nella realtà dell’altro, e a malapena comprendiamo la nostra.

Queering the Map

Nella striscia di Gaza esistono storie queer e ora, grazie ai nuovi strumenti che la tecnologia mette a disposizione, possono essere raccontate.

Queering the Map è un sito interattivo che si presenta come una mappa geografica mondiale sulla quale è possibile scrivere pensieri geolocalizzati anonimi. Ciò permette di osservare la relazione fra le esperienze della comunità LGBTQ+ e gli spazi in cui i suoi membri vivono.

Le storie che possiamo leggere dalla Palestina sono piene di rimpianto. Ne riporto solo una localizzata vicino alle strade Salah Al Deen e Al Quds.

fotografia guerra
Immagine tratta dal sito Queering the Map.

L’indeterminatezza in mostra

I social media danno la possibilità all’esperienza comune di avere un palcoscenico, in modo da impedire il predominare di narrazioni univoche. Inoltre, facilitano la creazione di gruppi che, scoprendo di condividere le stesse idee di altri, protestano insieme, manifestando per quello in cui credono.

D’altra parte, essi portano con sé anche aspetti negativi. Attraverso i social, infatti, chiunque può esprimere un’opinione, anche chi non ha una formazione particolare in merito all’argomento trattato, e questo porta alla diffusione di sempre più pensieri generici, senza nessun particolare approfondimento.

Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, era facile trovare online opinioni di celebrities, spesso statunitensi ma non solo, che inneggiavano al pacifismo, dichiarando che la guerra e le violenze sono da condannare da entrambe le parti.

Parole vaghe di individui con un largo seguito possono sembrare innocue sul momento, finché non diventano le stesse parole che la maggior parte delle persone pensa e ripete per giustificare un disinteresse di fondo, una sorta di neutral card da sfoderare dal mazzo per evitare di mettersi in discussione.

E le fotografie delle vittime di guerra sono anch’esse una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso.

Capitolo 1, Davanti al dolore degli altri.

Anche questa è una conseguenza della fotografia di guerra: si presenta come mezzo utile per sensibilizzare; eppure, sbattendo in faccia al pubblico – il sopracitato ‘noi’ – guerre più o meno lontane, alla fine impedisce un reale approfondimento. Non è poi vero che un’immagine vale più di mille parole, se delle persone nelle macerie in foto – gli ‘altri’ – non sappiamo niente.

“La pietà e il disgusto che immagini […] ispirano non dovrebbero impedirci di chiedere quali immagini, quali crudeltà e quali morti non ci vengano mostrate”.

Il bombardamento della fotografia

Ma, in fondo, ci sconvolgiamo ancora per le fotografie di guerra?

Sicuramente sentiamo la pressione di doverne restare impressionati. Le immagini, oggi, devono lasciarci a bocca aperta, non possiamo restare indifferenti.

Le rappresentazioni condizionano il modo in cui percepiamo un evento: creano uno standard della ‘scena’ che infine ci sembra l’antonomasia dell’aspetto e della disposizione scenografica di qualcosa di reale, e non viceversa. Oggi è impossibile scindere una guerra di cui siamo a conoscenza dalla sua rappresentazione.

Anche una catastrofe di cui si ha esperienza diretta finisce spesso per sembrare stranamente simile alla sua rappresentazione

Capitolo 2, Davanti al dolore degli altri.

Siamo assuefatti e, per sentire qualcosa, ci spingiamo oltre i confini della sensibilizzazione, proponendo una ‘pornografia’ del dolore. Le vittime sono vittime due volte: della guerra e della vittimizzazione, perpetrata attraverso fotografie scattate in momenti di massima vulnerabilità.

In ogni caso, la fotografia scattata da un obiettivo poco consapevole e poi condivisa con un pubblico senza l’accompagnamento di parole pensate, diventa morbosità.

E anche questo articolo in realtà è solo l’ennesima semplificazione di un contenuto più preciso e acuto che consiglio di leggere integralmente, e anche di criticare in alcune sue parti.

Le fotografie oggettivizzano: trasformano un evento o una persona in qualcosa che può essere posseduto.

Capitolo 5, Davanti al dolore degli altri.

Emilia Todaro

(In copertina, da Meisterdrucke, Home of a Rebel Sharpshooter, Gettysburg, scattata da Alexander Gardner nel luglio del 1863. La foto, forte e patetica, è interessante perché si tratta di un falso: Gardner e la sua squadra spostarono il corpo del tiratore in un luogo più scenografico, e l’arma non è da tiratore scelto ma fu utilizzata dal fotografo altre volte.)


Per approfondire: leggi gli articoli del Percorso Tematico “Israele e Palestina”.

Ti potrebbero interessare
CronacaPolitica

Delitto e castigo – La morte di Naval'nyj nella Russia di Putin

Cultura

Cosa resta dell’editoria italiana? – La parola alla classifica dei libri più venduti del 2023

CinemaCultura

La forza creatrice della Morte in “Il ragazzo e l’airone” di Miyazaki

CronacaPolitica

CensuRAI – Dargen, Ghali e lo stop al genocidio