CinemaInterviste

Stefano Ciammitti, da “Io Capitano” a “La legge di Lidia Poët”

Stefano Ciammitti Lidia Poet

Stefano Ciammitti è un costumista e disegnatore italiano. Tra gli altri, ha vestito i personaggi del film “Io Capitano” di Matteo Garrone (2023), quelli di “La legge di Lidia Poët” (2023) e di nuova serie Netflix uscita sulla vita di Rocco Siffredi. Giorgio Ruffino ha avuto l’occasione di intervistarlo e di farsi raccontare un po’ di retroscena sul lavoro del costumista.


Prima di iniziare, ci tengo a farti i complimenti per l’ingegnosità, al contempo fantasiosa e realistica, dei costumi del tuo ultimo film, Io Capitano (la nostra recensione). È stato difficile raggiungere un’intesa con Matteo Garrone e con la produzione o vi siete trovati da subito sulla stessa lunghezza d’onda?

L’idea di partenza era perfettamente chiara a tutti: scomparire

Mentre rubavo dalla strada magliette dilaniate, cappelli tradizionali, tessuti, mi dicevo “alla fine di tutto chi vedrà il film dovrà poter pensare che non ci sia stato nessuno a ideare i costumi”.

Io e lo scenografo Dimitri Capuani abbiamo fatto a Roma ricerche e disegni preparatori di qualsiasi cosa, ma una volta arrivati a Dakar abbiamo capito che la realtà, come spesso succede in questi casi, è molto più potente di qualsiasi immaginazione.

Il cimitero, ad esempio, era un posto incredibile: selvaggio, a picco sul mare e stipato di corvi inquietanti.

Stefano Ciammitti
Stefano Ciammitti (A.S.C).

Io passavo le mie giornate negli affollatissimi mercati di Dakar, dei labirinti senza fine, pieni di vita e di sorprese inaspettate. Anche Matteo era ossessionato dall’idea di provare a rispettare il più possibile quello che stava raccontando, senza inutili virtuosismi. Abbiamo fatto un primo sopralluogo parecchi mesi prima di iniziare ed è stato utilissimo per immergerci in quel mondo.

Inizialmente, i protagonisti sarebbero dovuti partire da un villaggio nell’entroterra. Dopo giorni di perlustrazioni, Matteo ha deciso che avremmo invece girato nella Medina di Dakar. È stata un’idea meravigliosa, perché in poco tempo era già diventato il nostro luogo del cuore. Io ho allestito la sartoria in un ex nightclub della Medina, sul mare, vicino ai pescatori, alle pecore e ai negozietti di lamiera illuminati al neon che si vedono all’inizio del film. 


Per quanto tempo hai lavorato a Io Capitano? Puoi condividere alcune curiosità o sfide particolari che hai incontrato nel processo di creazione dei costumi?

Complessivamente, considerando il primo sopralluogo, sono passati più di sette mesi, ma la preparazione e la documentazione che Matteo ha accomunato è durata almeno due anni. Quindi, anche io a Roma avevo accesso a una quantità sterminata di materiale d’archivio selezionato nel tempo.

E forse proprio per questo alla fine i miei preferiti sono i malviventi. Partendo dai loro corpi e dalle facce meravigliose, inquietanti, qualsiasi cosa aggiungi è come se li facesse esplodere e li rendesse poesia. A volte facevano veramente paura, ovviamente erano dolci e anche simpatici, in almeno due casi abbiamo usato i nostri capogruppo delle figurazioni in Marocco, che si sono prestati anche con una certa dose di divertimento.

Matteo mi spronava a mettere occhiali, accessori e cappelli di ogni genere, che sono di solito le cose per cui noi costumisti dobbiamo invece combattere (perché creano ombre, riflessi e via dicendo), e io ero felicissimo di poterlo accontentare perché sono per me le cose che fanno veramente la differenza nella creazione un personaggio.


Ho trovato piacevolmente straniante e ricercata la scelta di vestire i traduttori nella prigione libica con abiti eleganti, ma non appariscenti (in una maniera che mi ha ricordato l’abbigliamento di certi imprenditori di successo della Silicon Valley). Da dove è nata questa idea?

Il personaggio del Middle Man, il mediatore, è anche uno dei miei preferiti, con una maglietta marrone scoloritissima, i rasta e una giacca lisa grigia doppio petto. L’attore è bravissimo e quella scena è straziante: ogni volta che finiva il suo monologo gli altri attori, le figurazioni e tutta la troupe scoppiava in un applauso commosso.

L’idea della giacca ci è venuta vedendo una foto di un personaggio con una giacca a doppio petto nel deserto assieme a dei paramilitari. Ci ha colpito perché subito diventa misterioso, ti chiedi, cosa farà mai un uomo vestito così lì in mezzo? Chi è? Che potere ha?


Qual è stato il costume più difficile da creare a livello di materiali?

Quello più difficile, ma anche il più divertente, è stato il costume dell’angelo. Per riuscire a fare le ali che rimanessero scultoree ma anche realistiche ho dovuto unire tanti materiali diversi e montare a mano le famose Cipree. Le Cipree sono conchiglie bianche africane, usate nei secoli in Africa non solo come ornamento ma anche come moneta di scambio.

Inizialmente le visioni erano di più, ma Matteo ha deciso giustamente di tenere solo quelle essenziali per non distrarre troppo dal viaggio dei due protagonisti. Gli angeli, che ho costruito prendendo spunto dalle tradizionali feste delle Tribù, erano poco più di una ventina, ognuno con un copricapo diverso fatto di bacche, foglie, fiori, rami.

Nel progettato iniziale c’era anche un personaggio misterioso il cui vestito e copricapo era interamente composto di piccole conchiglie bianche cucite tra loro come una regale armatura. Sono sinceramente felice che sia rimasto solo nei miei pensieri.

Dietro le quinte di Io Capitano, di Matteo Garrone (ClassiCult).

E, più in generale, la scena più complessa da realizzare?

Le scene più complesse di tutte sono state quelle in barca. Come si vede anche nel film, la barca era chiaramente sovrappopolata e in mare aperto, non abbiamo usato effetti speciali.

La ruggine era magistralmente resa dai pittori di scena, ma resta il fatto che eravamo troppi, imbarcava acqua e bagnava tutte le figurazioni, e con il vento e il freddo non era facile mantenere la calma. Alla fine della giornata anche la troupe faceva fatica a camminare dritto sulla terraferma. E ormai è stato già detto, ma qualche volta abbiamo in effetti anche rischiato di affondare.

La scena più emozionante di tutte, però, per me rimane proprio sulla barca, quando Seydou scopre che c’è gente anche in stiva che sta soffocando. È la scena che Matteo, secondo me in modo geniale, ha deciso in fase di montaggio di rallentare e dilatare in un modo che si staccasse completamente dal resto del film, che invece ha un ritmo abbastanza incalzante e lineare.

Sono solo corpi che convulsamente cadono uno sull’altro, in un groviglio che a me fa pensare a una moderna Strage degli innocenti.

Mi commuove perché molti di loro, quasi tutti, avevano vissuto veramente quell’esperienza durante il loro viaggio verso l’Italia. Hanno accettato di riviverlo quasi in modo catartico, e spesso li trovavamo negli angoli a piangere. Questa scena secondo me, con il giusto grado di astrazione e di rispetto, restituisce tutta la sua potenza sullo schermo.

Io-Capitano-Stefano-Ciammitti
Immagine di Greta De Lazzaris (Wired).

In altre interviste hai parlato del debito umano e professionale che ti lega al grande Piero Tosi, di cui sei stato allievo e collaboratore. Ti sei ispirato a qualche sua opera per Io Capitano, oppure sei andato in una direzione completamente diversa?

Anche Matteo conosceva bene Piero Tosi, e gli chiedeva spesso consigli, si ammiravano molto. Tra me e Matteo a Dakar è nata quasi una gara a chi trovava per strada le persone con le magliette più belle, quindi quelle più lavorate dal tempo, più espressive, logore, sdrucite, macchiate, strisciate, magliette da calcio sfigurate, divenute ormai quasi irriconoscibili.

Convincere le persone a disfarsene alla fine non era mai così difficile, ed è esattamente quello che faceva Piero nei primi capolavori del periodo neorealista di Luchino Visconti. Soprattutto in Bellissima del 1951 (per approfondire, leggi anche questo articolo). Io oggi sono forse tra i costumisti più giovani in Italia, ma all’epoca Tosi aveva solo 24 anni, e forse l’Italia all’inizio degli anni Cinquanta aveva qualcosa di poetico che oggi a Dakar si può ancora trovare. 


Cosa ti ha lasciato l’esperienza del film?

Mi ha lasciato l’idea che il lavoro che faccio, se fatto scegliendo o seguendo i progetti veramente necessari, i film vivi, i film avventurosi (possono esserlo anche senza spostarsi necessariamente da casa), non diventerà mai una prigione o una routine e non smetterà mai di stupirmi.

Ampliare i propri orizzonti, arricchire continuamente la propria arte, poter stravolgere la propria concezione dei colori, ad esempio, e poterlo fare lavorando! Avventure di questa portata capitano raramente, e alla fine torni chiaramente cambiato, con una prospettiva sul tuo quotidiano completamente nuova, e a ogni avventura si aggiunge un tassello che necessariamente influenza quello successivo.


Di recente ti sei trovato anche a curare i costumi della serie Netflix La legge di Lidia Poët. In quale delle due esperienze (che sono praticamente ai due poli opposti della tua Arte) diresti che hai dato miglior voce al tuo estro creativo?

Appena tornato dall’Africa, ho iniziato immediatamente un progetto piuttosto ambizioso, una serie Netflix sulla vita di Rocco Siffredi, che si chiama Supersex e che uscirà nel corso del 2024. Subito dopo ho iniziato la seconda stagione di La legge di Lidia Poët.

Sento che, se non fossi stato in Africa, avrei fatto dei vestiti completamente diversi, soprattutto nella seconda stagione di Lidia. Ho cercato di spingere la mia ricerca del colore molto oltre, forse talmente tanto che rivedendo la prima stagione adesso mi sembrano tutti i neri dei suoi abiti. Uscirà credo tra un anno ma sono veramente curioso di sapere come verranno accolti.

Non mi era mai successo come per Lidia di ricevere così tanti messaggi sul mio lavoro e da tutte le parti del mondo. Io sono pazzo, rispondo a tutti, ma trovo sia veramente molto bello sapere che c’è tanta gente che la pensa come te e che ha gusti simili ai tuoi.

Chiaramente, come hai detto anche tu, sono due lavori all’estremo opposto, di sicuro non sono costumi invisibili quelli di Lidia. Come per Sherlock Holmes, anche nel caso di Lidia la personalità del detective, e quindi il suo stile, deve essere il centro di tutte le sue avventure o disavventure. In questo caso io e Matilda De Angelis, forse anche perché entrambi bolognesi, ci siamo veramente trovati!


Quali consigli daresti a coloro che desiderano intraprendere una carriera nel tuo campo? Quali sono le prospettive?

Lavoro ce ne è tanto. Il mio consiglio è sempre non siate timidi, anche se la timidezza in sé è una virtù da preservare, ma nel lavoro siate appassionati e impetuosi. Anzi, vorrei citare una persona meravigliosa che ho avuto la fortuna di conoscere appena tornato dall’Africa, che è Rocco Siffredi.

Le sue tre sante parole sono passione, umiltà e ironia! L’ironia è fondamentale per sopravvivere in questo mondo, aggiungo io.


Puoi anticiparci qualcosa dei progetti a cui stai lavorando?

A proposito di “c’è tanto lavoro”, io in realtà al momento sono disoccupato da un mesetto e mezzo. Ma, visto che è da sette anni che non mi fermo un attimo, ne sto approfittando per riposarmi e per dedicarmi ad altre passioni, almeno per queste vacanze!

Intervista a cura di Giorgio Ruffino

(In copertina, Stefano Ciammitti e Matilda De Angelis sul set di La Legge di Lidia Poët; immagine di Camilla Cattabriga da Vanity Fair)

Ti potrebbero interessare
CinemaCultura

La forza creatrice della Morte in “Il ragazzo e l’airone” di Miyazaki

IntervisteVideo

Davide Conte: “politica è realizzare la storia di una comunità”

CinemaCultura

Alcune creature sono più povere di altre - Un’analisi di “Povere creature!”

CinemaCultura

Non c’è nulla di strano nell’essere normali – La lezione di “Perfect Days” e “Buonanotte Tōkyō”