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Questione di tempistiche – Una molestia breve è sempre una molestia

molestia breve

Che si tratti dell’avanzatissima Svizzera o del Bel Paese, una cosa sembra accomunarci con i nostri vicini d’oltralpe: sotto un certo lasso di tempo, uno stupro o una molestia non è più considerato tale.


Undici minuti, precisi come sul quadrante di un rolex

È il febbraio del 2020, quando una donna di trentatré anni viene stuprata all’ingresso dello stabile dove abita. Gli aggressori sono un suo coetaneo e un ragazzo di appena diciassette anni.

Il processo del giovane, minorenne all’epoca dei fatti, non si è ancora svolto, mentre l’uomo venne condannato a 4 anni e 3 mesi. Tuttavia, dopo il ricorso presentato dai legali di quest’ultimo, egli ottenne uno sconto di pena.

Cosa ha spinto la Corte suprema di Basilea a prendere questa decisione? Pare che la violenza fosse durata “appena undici minuti”.

Una molestia di “soli” dieci secondi

Nell’aprile del 2022, nell’Istituto Cine Tv Roberto Rossellini, a Roma, il bidello Antonio Avola ha toccato i glutei di una studentessa mentre questa saliva le scale per entrare in classe.

“Amò lo sai che scherzo”, questa la frase pronunciata dall’uomo dopo aver compiuto la molestia. Anche un’amica della ragazza aveva visto la scena e lo stesso bidello aveva confermato di aver toccato il corpo della giovane.

I giudici avevano riconosciuto come il comportamento messo in atto da Avola integrasse il reato di violenza sessuale. Eppure, è stato assolto.

Assolto per la brevità e la fugacità dell’atto, classificato quindi come “una manovra maldestra”, uno scherzo di cattivo gusto.

Il grido inascoltato delle donne

In occasione del femminicidio di Giulia Cecchettin, la pagina Instagram ufficiale della polizia di Stato ha pubblicato un post sui social per esprimere la propria solidarietà rispetto all’accaduto. Sotto di esso si affollano i commenti di donne che, dopo aver sporto denuncia nei confronti di stupratori, molestatori o partner violenti, sono state ignorate, schernite e giudicate.

Ci troviamo chiaramente di fronte a un controsenso: ci si aspetta che una donna denunci una molestia per un atavico istinto di sopravvivenza, come se questa fosse la cosa più semplice e naturale del mondo. A questo punto, ci si aspetterebbe che la donna in questione riceva aiuto e giustizia.

E invece sembrano essere proprio le istituzioni ad abbandonarla.

Che cosa resta da fare quando sai che il tuo molestatore rimarrà incensurato perché la violenza è durata solo dieci secondi? Che il tuo stupratore non affronterà neanche un processo, e che, anche in tal caso, avrebbe ottenuto una riduzione della pena perché undici minuti sono pochi?

Come ci si può sentire al sicuro sapendo che, anche se si trovasse la forza di denunciare il proprio aguzzino, i risultati sarebbero comunque così umilianti?

E soprattutto, di fronte a delle istituzioni che sminuiscono in maniera così plateale e superficiale il dolore di coloro che avrebbero dovuto proteggere, viene spontaneo domandarsi: “Allora a chi mi posso rivolgere?”

Ancora una volta, la condizione femminile si dimostra di una solitudine desolante.

Maria Teresa Luordo

(In copertina, immagine tratta da L’Adigetto).


Per approfondire, leggi anche Contro la dittatura del silenzio, a cura di Matilde Catelli.

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