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Parole Nomadi 1×02. “Che tu sia per me l’Oceano”, di Lorenzo Cavazzini


Il secondo racconto del nuovo podcast di Lorenzo Cavazzini, “Parole Nomadi”, un progetto di scrittura nato su Instagram e basato sull’idea che l’arte possa generare arte. In questo episodio “Che tu sia per me l’Oceano”, la storia di due innamorati che, osservando l’Oceano davanti a loro, riescono a vincere le proprie paure.


Il rumore del mare in sottofondo culla i nostri pensieri, e questo vento leggero ci accarezza la pelle così dolcemente che i mali del mondo, per una volta, sembrano poter aspettare. Il cielo davanti a noi è una tela che si sta trasformando, dovendo il sole, come ogni giorno, mantenere la promessa fatta al mare di unirsi a lui ancora e ancora, tingendo tutto di colori così caldi e vivi che mai nessuna mano umana potrà davvero replicare.

Immersi nell’orizzonte sconfinato di Nettuno, osserviamo questo dipinto specchiarsi intorno a noi, e improvvisamente ci rendiamo conto di farne parte, d’essere anche noi capolavoro, così ci stringiamo intensamente la mano per non perderci nell’immenso abisso di una bellezza tanto grande. Poi tu, ingannando il mio cuore, mi guardi, e io che nei tuoi occhi color oceano sarei trascinato inerme tra correnti fortissime, non posso fare a meno di constatare quanto sarebbe per me dolce naufragarvi, smarrire la strada sentendomi al contempo al sicuro, poiché essi sanno essere casa mia.

E, nonostante io abbia così paura d’interrompere questa magia con le mie parole, sento di dover esprimere tutte le mie sensazioni, altrimenti esse sarebbero in grado di sopraffarmi totalmente, perciò, sfiorandoti il volto delicatamente con l’indice, e percorrendone tutti i contorni come a volerti imparare a memoria, prendo coraggio e ti sussurro:


“Prima, mentre eri stesa con gli occhi chiusi a immaginare chissà quale paradiso, la luce del sole, filtrando attraverso l’ombrellone, t’illuminava quel tanto che serviva per permettermi di sognare a mia volta. Così sono tornato con la mente a quando mi raccontavi di come non ti fossi mai fidata del mare, di come la sua capacità di inghiottirci in pochi istanti ti terrorizzasse a morte, di come solo a pensarlo, l’abisso fosse in grado di opprimerti. E invece guardaci ora, mano nella mano, l’uno perso negli occhi dell’altro, immersi totalmente in quello che un tempo sarebbe stato in grado di paralizzarci”.


Di risposta, tu mi sorridi: eccola, finalmente, quella luce in grado di illuminare l’oscurità del mio oceano più profondo. Tendo così la testa nella tua direzione, cercando di rubarti un bacio come fosse sempre la prima volta, come fossi ancora alla costante ricerca di un segnale capace di rendermi inevitabilmente tuo.

L’acqua intorno a noi è calma, capiamo perciò come non sia oggi il suo giorno di essere tempesta, e di conseguenza non le diamo alcun motivo per diventarlo. Per questo, lei ci abbraccia amorevolmente, sfiorandoci appena, facendoci sentire dannatamente al riparo da tutti quei pericoli di cui è consapevole artefice. Decidiamo così di lasciarci trasportare, sdraiandoci e volgendo lo sguardo verso l’alto, passando da un’immensità all’altra.

Così, sfuggendo alla logica dei nostri sensi, con le orecchie udiamo i silenzi del mare, mentre con gli occhi ci tuffiamo nel cielo, alla ricerca divertita di qualcosa che possa attirare la nostra attenzione. Poi, improvvisamente, sollevandomi, ti dico:


“Non ti sembra assurda la vita? Non ti fa sentire sempre sommersa, inghiottita? Ad essere sinceri, io stesso mi sono sentito smarrito per tanto tempo: ancora adesso, qualche volta, mi capita di sentirmi annegare, di avvertire tremendamente il bisogno di un appiglio sicuro che mi eviti di essere trascinato sul fondo. Quindi credimi quando ti dico che la capisco davvero, la tua paura del mare, perché spesso per me anche qualcosa di insignificante può trasformarsi in voragine. Ma osserva questo cielo, e notane la vastità: l’abisso è sopra di noi, e non ce ne preoccupiamo. Tutto quello che facciamo è sognare l’infinito, fantasticare sulle possibilità, desiderare l’ignoto e la tenebra che l’accoglie avida. E sai perché succede? Perché siamo capaci di orientarci nell’oscurità grazie ad una luce in grado di indicarci la via di casa. Per sentirci al sicuro, non ci serve davvero pensare all’immensità del cielo, perché basta che la nostra stella polare non ci abbandoni mai. Ovviamente alcuni giorni sono uragano, e vaghiamo dunque sperduti in cerca di risposte, nell’attesa speranzosa che smetta di diluviare e che tutto schiarisca, così da permetterci di trarci in salvo. Ecco perché, quando mi sento disorientato e travolto tra le correnti, io cerco il tuo sorriso, e questo m’illumina il cammino, diventando ancora di salvezza nel mio mare in tempesta. Ma solo nei tuoi occhi non temerò mai d’affogare”.


Mi accorgo che stai guardando l’orizzonte, e che continui a tenermi stretta la mano, ma non avverto paura o dubbio: sento che lo stai facendo perché hai bisogno di me per accogliere dentro tutta la bellezza che abbiamo davanti. Il sole sembra voler aspettare, tentenna incerto per permetterci di godere delle sfumature arancioni che ha dipinto.

Ma noi non abbiamo timore del buio, anzi lo attendiamo per goderci il firmamento, per renderci conto di quanta luce ci sia nelle tenebre della notte. Di nuovo, tu mi sorridi, e così come il mare intorno a noi, anche dentro me tutto si placa. Ti rubo un ultimo sguardo che ha tanto, e intensamente, il sapore di un bacio, e osservo i tuoi occhi, ritrovandoci l’infinito oceano in cui mai mi sentirò perso.

Infine, cullati dalle onde, osserviamo tenendoci stretti per mano questo tramonto stupendo, emozionati da tutto ciò che verrà.

Che tu sia per me l’Oceano, un racconto di Lorenzo Cavazzini


Che tu sia per me l’Oceano è il secondo racconto di Parole Nomadi: un progetto di scrittura creativa che si fonda sull’idea che l’arte generi arte: partendo da fotografie, poesie, disegni (e altre forme d’arte) nascono così racconti che si legano con la creazione artistica originaria.

Grazie alla collaborazione con Giovani Reporter, questo progetto è diventato anche un podcast: ogni mese viene narrato un testo ispirato ai contenuti donati nel corso degli anni.

Per approfondire, puoi trovare Inside Out e gli altri racconti (con le rispettive forme d’arte a cui è ispirato) anche su Instagram (@parole.nomadi) e su tutte le piattaforme (Apple Podcast, Amazon Music, Google Podcast e Spotify). 

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