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Donne, madri e magari pure cristiane – Sempre meno lavoratrici in Italia

Donne lavoro famiglia

Il 65% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio non lavora. Ancora troppe donne, credendo di avere una sola alternativa, si vedono costrette ad una scelta radicale: essere madri o essere lavoratrici, non ci sono vie di mezzo.


Nel XXI secolo essere donna è ancora tanto difficile. Pur essendoci stati formalmente molti progressi nel riconoscimento della parità sociale e lavorativa tra uomo e donna, nell’immaginario comune sembra permanere ancora l’idea di donna come madre e compagna. In quanto tale ognuna ha il dovere e l’obbligo morale di dedicare la propria vita alla crescita dei figli e alla cura del marito e della casa.

Società e donne lavoratrici

A conferma di tutto questo, è possibile portare le quotidiane esperienze di sempre più donne diverse, che, sebbene pienamente affermate nei loro settori, risultano testimoni e vittime di una società cieca.

Succede spesso che i clienti o i colleghi, trovandosi faccia a faccia, non valutino la possibilità di trovarsi di fronte ad un capo, e, senza pensarci due volte, con convinzione chiedano: “Scusi signorina, mi porta un caffè?” oppure “Mi può ricordare a che ora è il mio appuntamento con il signor…” e via dicendo. Gli esempi e le frasi simili sono infinite.

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Foto: Sincerely Media/Unsplash.

È dunque possibile che nel XXI secolo ancora fatichiamo a concepire una donna che lavorativamente parlando sia alla pari di un uomo per competenze, successo, e diritti? A quanto pare, . I progressi ci sono stati, e sono stati anche importanti, ma non sono abbastanza.

Donne e figli: una visione primitiva

Sembra quasi che la figura femminile sia ancora serva di una concezione primitiva del mondo che la vede unicamente come uno strumento che conserva e protegge la vita, ancora prima che un corpo. Una donna che studia e lavora è una donna libera che è stata capace di staccarsi da quella visione bigotta che ancora troppi hanno di lei.

Perché, però, una donna, per essere libera, si deve trovar costretta a scegliere tra la propria affermazione professionale e la creazione di una famiglia? Perché l’uomo, in quanto padre, non subisce lo stesso stigma e non è socialmente costretto a compiere la scelta?

Sicuramente la donna come madre svolge un ruolo unico e delicatissimo e il legame madre-figlio è un legame che va preservato. Ma gli uomini, da padri, non hanno anch’essi delle responsabilità? Come si spiega che solo il 6,6% delle donne continui a lavorare dopo il parto e che sullo stesso tema non si trovino dati per quanto riguarda i padri?

Donne e supporti mancati

La società è costituita da una fetta ancora troppo grande di uomini, e purtroppo anche donne, che non crede sia possibile per una donna conciliare famiglia e lavoro. Una donna che sceglie e porta avanti entrambe le cose non ha il permesso di sbagliare né in un campo né nell’altro, nonostante l’assenza di aiuti esterni.

Lo Stato potrebbe per esempio aumentare le strutture per l’infanzia, strutture magari affiliate alle aziende che possano così tenere i bambini nel tempo in cui i genitori sono al lavoro (ci tengo a sottolineare la parola genitori perché nel caso non lo facessi diventerebbe un problema esclusivamente femminile, cosa che, per ovvie ragioni, non è).

Per quanto riguarda chi può e dovrebbe badare ai bambini, presupponendo che entrambi i genitori stiano lavorando, se i nonni non ci fossero o non potessero tenere i nipoti, se non ci fossero strutture di doposcuola, e se non ci fossero le disponibilità economiche per assumere una tata, chi tra mamma e papà ripenserebbe alle proprie scelte lavorative?

Sappiamo per certo che nella maggior parte delle famiglie italiane sono ancora le donne a sentirsi in dovere di fare un passo indietro, a scegliere tra essere madri ed essere lavoratrici. Sarebbe difficile altrimenti spiegare il fatto che il 40% delle donne, contro il 15% degli uomini, tra i 35 anni e i 44 non lavora.

Un senso del dovere innato

Ma da dove nasce questo sentirsi in dovere? La storia ha da sempre dettato alla donna ciò che poteva e doveva fare, oltre a ciò che doveva essere.

La responsabilità della madre in quanto tale è radicata nella società; fin dalla tenera età le bambine continuano a ricevere input che le portano a convincersi che il loro il compito esclusivo sarà accudire i figli.

Ancora in poche vengono spronate ad affinare le proprie capacità e a coltivare degli obiettivi, ma affinché questo avvenga è necessario che siano le madri le prime a crederci.

Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai.

Oriana Fallaci, Se nascerai donna (Rizzoli, 2019).

E questo dovremmo ricordarcelo tutti, donne e uomini.

Maddalena Lenzarini

(In copertina foto di Lindsey LaMont da Unsplash)


Per approfondire il tema di Donne, madri e magari pure cristiane – Quante lavoratrici ci sono in Italia?, leggi anche: Gender Gap – Una questione ancora irrisolta, di Eleonora Pocognoli e Mamma, moglie o scienziata? – 3 opere sulle donne nella Scienza, di Teresa Caini.

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