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YoungFluence 2023 – Tavolo 1. Lavoro e università

YoungFluence

Si è appena conclusa la prima edizione di YoungFluence, l’evento organizzato dal network ColleCultura che ha aperto uno spazio di dibattito e di confronto tra giovani e figure istituzionali attorno ad alcuni temi cruciali per il futuro delle nuove generazioni. Tra questi, il rapporto problematico tra le istituzioni universitarie e il mercato lavorativo, tra criticità e inadeguatezze.


Parlare di giovani e mondo del lavoro non può non chiamare in causa il ruolo delle università. Luogo di formazione di abilità e competenze, istituto oramai stantio e superato o stazione obbligatoria di transito (spesso scelta dietro le pressioni delle famiglie) prima dell’accesso al mercato del lavoro?

L’università ha sicuramente bisogno di essere ripensata e riformata: nella strutturazione dei programmi di studio, negli approcci metodologici e nell’adozione di una didattica innovativa. È quanto è emerso da uno dei tavoli di discussione della prima edizione di YoungFluence, evento organizzato dal network ColleCultura, composto da Giovani Reporter e Sistema critico, insieme all’associazione culturale Paideia.

Youngfluence
Lorenzo Bezzi (Foto: Floriana Soranna).

Che cosa è stato YoungFluence

L’evento ha aperto uno spazio di dibattito e di confronto tra giovani e figure istituzionali attorno ad alcuni temi cruciali per il futuro delle nuove generazioni.

Si è tenuto sabato 25 novembre presso l’I.I.S. Aldini-Valeriani di Bologna, alla presenza di figure politiche e istituzionali come il senatore Marco Lombardo, l’imprenditore ed ex deputato Serse Soverini, l’ex vicepresidente della Camera e deputato Ettore Rosato, l’attivista e politico Sergio Lo Giudice, il consigliere e docente di Diritto del lavoro e dell’Unione Europea Stefano Caliandro e l’ex sindaco di Bologna Virginio Merola.

Tra gli altri ospiti, il sindaco di Bologna Matteo Lepore, il sindacalista e giornalista Riccardo Imperiosi, l’economista Davide Conte e lo speaker e consigliere comunale Giacomo Tarsitano.

In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’attivista politica Insaf Dimassi, esperta in diritti umani e diritto di cittadinanza, ha letto un discorso per ricordare la piaga della violenza di genere e per promuovere l’approccio intersezionale e internazionale dei movimenti femministi.

Nella prima parte dell’evento, i partecipanti (studenti e giovani lavoratori) sono stati divisi in cinque tavoli di discussione su tematiche legate al lavoro, tra cui università, narrazione del mondo del lavoro, Intelligenza Artificiale, lavoro nel XXI secolo e discriminazioni.

Successivamente, i tavoli hanno presentato le proposte emerse alle figure politiche e istituzionali presenti all’evento. Queste ultime potranno eventualmente trarre spunto dalle idee dei partecipanti ed utilizzarle per elaborare delle proposte di legge.

Orientamento in entrata: l’accesso all’università

Uscendo dalla scuola secondaria di secondo grado, molti studenti si trovano a dover affrontare la scelta, più o meno consapevole, dell’università. Stando ai dati del MIUR, le iscrizioni agli atenei italiani sono sempre più in crescita (+ 2,2% per l’anno accademico 2022/2023).

Ma come viene affrontato questo momento delicatissimo – un orientamento quasi “esistenziale” – da parte degli studenti, delle famiglie, delle scuole secondarie e delle università stesse?

Secondo i partecipanti che ne hanno discusso, i percorsi orientativi post-diploma devono essere implementati e anticipati. I servizi di orientamento offerti dalle università (che spesso si condensano nei cosiddetti open days) devono essere trasparenti e andare oltre la semplice presentazione accattivante delle strutture accademiche, che spesso invece tacciono sui costi sempre più proibitivi che studiare comporta, soprattutto se in una regione diversa da quella di residenza.

Davanti alle comprensibili sensazioni che si fanno strada al momento della scelta del proprio futuro (quali paura, insicurezza e instabilità) gli studenti sono ridotti a una conversazione privata con se stessi. Durante gli anni di scuola secondaria, sembra non esserci né il tempo né la necessità di immaginarsi proiettati in un futuro post-diploma, che sia universitario o lavorativo.

Poi, improvvisamente, arriva il quinto anno e il momento della scelta. Una scelta cui gli studenti giungono spesso senza una reale consapevolezza delle proprie competenze, inclinazioni, aspirazioni e passioni, che si svelano a poco a poco anche attraverso gli spazi e i momenti di interazione con gli altri studenti, cruciali per l’autodeterminazione e la scoperta della propria identità.

Invece, l’impostazione della scuola italiana, ad ogni ordine e grado (in particolar modo all’interno dei licei), privilegia l’individualismo e la competizione, un modello attitudinale che si ripercuote anche durante il percorso universitario.

Percorso di studio: una scelta precoce

Ma il “dramma” della scelta inizia anche prima, nel passaggio tra la scuola secondaria di primo grado (medie) e quella di secondo grado (superiori). La settorializzazione dei licei e degli istituti tecnici e professionali riflette un’istituzione scolastica che chiama persino i giovanissimi (tra i tredici e i quattordici anni) ad avere una visione limpida e chiara del proprio futuro.

Un invito che spesso si condensa nella brutale formula di rito del chi vuoi essere da grande?, con quel verbo essere che scomoda campi semantici complessi persino per i più adulti, che hanno a che fare con identità, realizzazione, progettualità, definizione del proprio sé e del proprio ruolo all’interno di una società che ci incoraggia tutti a trovare la nostra unicità e il nostro valore aggiunto.

Tutto questo mentre la scuola crea concorrenze e non legami, rivalità e non socialità. Un approccio alternativo potrebbe invece esorcizzare la paura legata alle scelte ed evidenziare che molte di queste ansie sono condivise e potrebbero essere affrontate attraverso la creazione di legami solidi e connessioni sociali.

I programmi di studio delle università e lo skill mismatch

Le offerte dei corsi di studio sono in grado di rispondere ai requisiti richiesti dal mercato del lavoro? Anche in questo caso il fronte di riflessione non coinvolge solamente le istituzioni universitarie, ma il modello scolastico tutto.

C’è una parola che oggi più che mai sembra serpeggiare nella filigrana di tutti i discorsi che legano formazione e tempo del lavoro: competenza. “Oggi la competenza è un tema sociale, oltre che un diritto” ha affermato Serse Soverini. “Se oggi non hai competenze sei tagliato fuori dal mercato del lavoro. I giovani devono chiedere politiche adeguate alle università e sollecitare una battaglia per le competenze: lo studio deve trasmettere anche i ferri del mestiere”.


Protagonista su questo fronte del dibattito è stato il tema dello skill mismatch, ovvero la mancata corrispondenza tra le competenze richieste dalle aziende e quelle acquisite dai giovani, spesso neolaureati, in cerca di occupazione.

Le imprese faticano a trovare persone qualificate in grado di adattarsi a un mondo lavorativo che si sta evolvendo a ritmi vertiginosi (basti pensare che una buona parte delle professioni svolte oggi non esisterà più in futuro o sarà completamente rimpiazzata da processi automatizzati).

Oltre alle hard skills, ovvero alle competenze tecniche che vengono generalmente esibite attraverso gli attestati di laurea, sempre più richieste sono le soft skills, le cosiddette “competenze trasversali”.

Queste sono legate non al “pezzo di carta” ma ai tratti unici della personalità di ciascun candidato: l’abilità di saper lavorare in gruppo, di comunicare, di organizzare il proprio tempo e di gestire impegni fortemente responsabilizzanti sono solamente alcune delle soft skills richieste dalle imprese.

Il nozionismo nelle università

In questo panorama le università continuano a proporre programmi di studio eccessivamente nozionistici, dove rarissimi sono i corsi di carattere professionalizzante, anche nelle stesse facoltà STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

Ne consegue che l’offerta perlopiù teorica degli atenei tradizionali non riesce a soddisfare le richieste del mercato lavorativo, che non può permettersi di formare da zero le nuove reclute, soprattutto in un momento in cui è sempre più urgente l’assunzione di giovani già capaci di gestire il difficile processo di transizione digitale.

Youngfluence
Foto: Floriana Soranna.

Servono seminari, laboratori e un’adeguata promozione dei percorsi di tirocinio curriculari, spesso sviliti dallo stesso corpo docente, troppo affezionato a una dimensione della conoscenza che passa attraverso la ripetizione sfiancante dei manuali e delle dispense.

Orientamento in uscita: quali occasioni si aprono dopo l’università?

“Oggi, nello stesso territorio del bolognese, c’è una richiesta fortissima di alta professionalità e di competenze”, fa notare Sergio Lo Giudice. “Ma le competenze bisogna prima attirarle e poi formarle”.

Sergio Lo Giudice
Sergio Lo Giudice a YoungFluence (Foto: Floriana Soranna).

Ai sensi dell’art. 3, co. 5 del Decreto ministeriale 3 novembre 1999, n. 509, gli stessi corsi di laurea specialistica dovrebbero avere “l’obiettivo di fornire allo studente una formazione di livello avanzato per l’esercizio di attività di elevata qualificazione in ambiti specifici”.

Ma, oltre a non formare giovani talenti competitivi, l’università sembra sottovalutare l’importanza di fornire agli studenti tutti gli strumenti necessari per muoversi in un mercato del lavoro in continuo movimento. Mancano molti elementi che permettono agli studenti di costruire una solida immagine professionale nella delicata fase di transizione dal mondo universitario a quello del lavoro.

Saper valutare gli sbocchi possibili alla vigilia del conseguimento della laurea e saper comunicare e valorizzare le competenze acquisite (anche attraverso la redazione di un curriculum o la compilazione di un profilo LinkedIn) sono tutte abilità che molti studenti si aspettano siano le università ad offrire.

LinkedIn
Foto: Forbes.

Oltre a questo, molti studenti ignorano i legami esistenti tra la propria formazione accademica e le attività professionali alle quali si può accedere. In poche parole, non conoscono le potenzialità del proprio titolo di studio e gli ambienti in cui esso viene richiesto.

Non solo la paura del futuro

Non bisogna rassegnarsi a questo scenario. Ci sono i margini per cambiare il futuro”, ha rassicurato Ettore Rosato. “Ma c’è bisogno di un investimento sull’Europa e sui giovani”. Gli ha fatto eco Serse Soverini: “In Italia c’è un problema culturale. Pensiamo ai giovani solamente attraverso il disagio. Questo perché manca una politica che scommetta su di loro”.

E forse, in questo contesto, emerge un primo segnale di speranza: la richiesta di una politica orientata verso i giovani proviene direttamente dagli studenti stessi. Basti pensare a quelli che nei mesi scorsi si sono accampati in tenda di fronte ad alcune università, come a Milano e a Bologna, come segno di protesta contro il caroaffitti e le storture di un sistema che sembra tagliare le gambe all’universale e inalienabile diritto allo studio e alla formazione.

Non solo, quindi, paura del domani, ma un grido contro le ingiustizie che sembrano minare l’opportunità di costruire un futuro dignitoso.

“Non c’è fatica, lavoro, studio che non debba avere fame di futuro, con fiducia e speranza” ha ricordato Marco Lombardo. “Ma una vita orientata al lavoro non può e non deve essere tutto: il conflitto oramai è sul tempo e sulla qualità di vita che ognuno ha il diritto di vivere compiutamente”.

Alexandra Bastari

(In copertina, una panoramica su YoungFluence 2023, foto di Lorenzo Cavazzini).


Per approfondire l’argomento, leggi YoungFluence 2023: il lavoro e le sfide del domani per i giovani a cura della Redazione di Giovani Reporter.

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