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Parole Nomadi 1×01. “Inside Out”, di Lorenzo Cavazzini


Il primo racconto del nuovo podcast di Lorenzo Cavazzini, “Parole Nomadi”, un progetto di scrittura nato su Instagram e basato sull’idea che l’arte possa generare arte. In questo episodio “Inside Out”, un testo che parla dell’amore di un padre verso il proprio figlio e di come i suoi insegnamenti siano in grado di travalicare il tempo.


Suonano le cicale intorno a me, e si agitano frenetiche per non permettere ai pensieri di prendere sopravvento sul mio cuore dolorante. I fiori che mi circondano impongono il loro delicato profilo, spezzando la linea dell’orizzonte illuminato dal sole di mezzogiorno, e mi abbracciano dolcemente con il loro profumo.

Il lago, sullo sfondo, mescola in sé sfumature vive di colori freddi e, smarrendo il mio sguardo dentro di esse, improvvisamente sorrido, pensando che anche i più grandi pittori impallidirebbero al solo pensiero di sfidare la natura. Le montagne, tutt’intorno, mi proteggono, come volessero custodire gelosamente quel momento. Sopra di esse, solo le nuvole, che accompagnano il mio sguardo sempre un po’ perso e rivolto verso l’alto.

D’altronde, ogni volta che dentro di me è tempesta, sento l’irrefrenabile bisogno di guardare il cielo, cercando mio padre. Mi ricordo ancora, come non fossero passati anni, che quando riuscivo a farmi così piccolo da potermi nascondere tra il petto e le sue braccia, lui mi guardava così come si guardano le cose preziose, e mi diceva:


“Lorenzo, il tempo non cambia le cose, non cura alcuna ferita. Molti ti diranno che l’unico modo per stare al mondo sarà quello di aspettare che le cose possano tornare ad andare bene, ma non è così: il tempo non saprà curarti, perciò dovrai saper affrontare le difficoltà e reagire ad ognuna di esse.

Ma la cosa più importante, l’unica che dovrai tenere sempre a mente, è che tutte le tue ferite faranno parte di te: le cicatrici che ti porterai dentro ti accompagneranno per tutta la vita, e spesso, improvvisamente torneranno a farti soffrire.

Ascoltami bene, perché quello che dovrai fare non sarà vergognartene, bensì accettarle sempre con tutte le tue forze, anche quando ti sembrerà folle. E cerca di capirmi, non si tratta di stupido machismo o di un’ostentazione forzata della vittoria: vivere significa implicitamente imparare a perdere, diventare capaci di intendere la sconfitta come un punto di partenza.

Quello che sto cercando di insegnarti, con queste parole troppo importanti per te che sei così piccino, non è una desiderata ricerca della tristezza, ma piuttosto l’arte di essere fragili, perché è così che siamo: frangibili e delicati, come i fiori che questa mattina ho regalato a tua madre e che le hanno fatto nascere un sorriso così luminoso, che per qualche istante tutte le mie ferite si sono placate.

Figgiu mae, qualsiasi volta ti sembrerà di andare in pezzi, e sentire l’oceano che hai dentro agitarsi e tormentare, ricorda di non tentare di respingerlo o contenerlo, ma cerca invece di comprenderlo, di comprenderti, lasciandolo sfogare. Solo così tornerà poi il sereno, e con esso un meraviglioso arcobaleno. Tu sei quella tempesta, quell’oceano, quel cielo stupendo”.


Le sue parole sapevano di caffè e di sigaretta, la sua voce era ferma e decisa, come fosse consapevole di dovermi insegnare, in breve tempo, tutto quello che a lui era stato insegnato in una vita intera, tutti i suoi segreti.

Ricordo ancora che il mare nei suoi occhi mi calmava e mi faceva credere che tutto ciò che egli dicesse fosse dogma. Ciò che mi aveva detto però, tutto ciò che aveva detto durante la mia infanzia, mi aveva plasmato, ed ora che tra le sue braccia e il petto non ci posso più stare e che il mare è solo nei miei occhi, io guardo sempre lo stesso verso l’alto: un po’ per nostalgia, un po’ per cercare di nuovo il suo sguardo.

Ora, vicino a questo lago coronato da montagne altissime che forse potrei usare come ponti per il cielo, la sua mancanza si fa sentire prepotentemente, e dentro me tutto tuona. Seduto come sono, sperando per un attimo che un suo abbraccio possa salvarmi, mi rendo conto che proprio lui è la mia cicatrice più grande, la ferita che mai s’addormenterà quieta e che sempre accenderà quel fuoco che brucia dentro fino alle ossa.

Così, improvvisamente, sento la necessità di alzarmi in piedi, forse per sentirmi più vicino a lui, forse per permettere a quello che ho dentro di espandersi più agilmente per tutto il corpo. Poi, impetuosamente, scorrono idee nella mia mente, e chiudendo gli occhi, con i pugni serrati e con tutto il fiato che ho in corpo, le grido preso da una folle speranza:


“Papà, non ti preoccupare per me. Nonostante siano passati ormai tanti anni e le cose si siano fatte più complicate da allora, non dimenticherò mai le sfumature dei tuoi occhi, perché sono anche le mie.

Non dimenticherò ciò che mi hai insegnato, perché ora è parte del mio modo di affrontare il quotidiano. E, seppur io ti abbia sempre visto invincibile, seppur io faccia ancora fatica ad accettare che qualcosa sia stato in grado di sconfiggerti, non dimenticherò il modo che avevi di curare le tue fragilità.

Se mai hai avuto, anche solo per un istante, la paura di poter essere, come padre, una cattiva guida per il mio futuro, sappi che sei stato, sei e sempre sarai la mia stella polare, una della due sole luci che seguirei, impavido, nell’oscurità.

Inside Out, di Lorenzo Cavazzini.
Inside Out (foto: Lorenzo Cavazzini).

Mi rifletto in questo specchio d’acqua e, vedendo me, scorgo la tua immagine.

Ti confesso, papà, che sei la mia più grande ferita, ma ti prego, non guarire mai: se davvero, come mi hai detto, io sono tutte le mie tempeste, se sono il fuoco che brucia dentro e l’oceano che irato a volte annega il mio cuore, allora, ti scongiuro, colma questo vuoto che non si rimarginerà, fai in modo che le persone, guardandomi, possano sempre ritrovarti.

Permetti che, in questi momenti dove tutto tuona, io possa essere anche Te, per sentirmi qualche volta, finalmente, allo stesso tempo così delicatamente invincibile, come solo un padre sa essere per il proprio figlio, e così intensamente fragile, come tu stesso mi hai insegnato”.

Inside Out, un racconto di Lorenzo Cavazzini


Inside Out è il primo racconto di Parole Nomadi: un progetto di scrittura creativa che si fonda sull’idea che l’arte generi arte: partendo da fotografie, poesie, disegni (e altre forme d’arte) nascono così racconti che si legano con la creazione artistica originaria.

Grazie alla collaborazione con Giovani Reporter, questo progetto è diventato anche un podcast: ogni mese viene narrato un testo ispirato ai contenuti donati nel corso degli anni.

Per approfondire, puoi trovare Inside Out e gli altri racconti (con le rispettive forme d’arte a cui è ispirato) anche su Instagram (@parole.nomadi) e su tutte le piattaforme (Apple Podcast, Amazon Music, Google Podcast e Spotify). 

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