CronacaPolitica

Il ruolo dell’Occidente nel conflitto fra Israele e Palestina

Occidente Israele Palestina

Il 7 ottobre 2023 Hamas, movimento militare islamico che controlla la striscia di Gaza, ha dato inizio a un’offensiva militare nei confronti di Israele. Quali sono le responsabilità dei paesi occidentali e come stanno effettivamente agendo?


L’ostilità contro la Palestina

Di fronte agli ultimi eventi del conflitto fra Israele e Palestina, l’Occidente si è schierato fermamente con Israele, offrendo pieno supporto allo stato al grido di sostenere la lotta al terrorismo.

In realtà, denunciare le responsabilità dello stato di Israele e del suo governo “più a destra di sempre” non significa giustificare il rapimento e l’uccisione di civili o difendere Hamas – un’organizzazione terroristica che non ha a cuore i palestinesi ma solo la Palestina, tiene in ostaggio Gaza e si serve della resistenza palestinese per una causa fondamentalista –, vuol dire piuttosto rifiutare la sterile banalizzazione di uno scontro politico e volutamente trasposto in termini di civiltà per comprenderne l’articolazione ideologica.

D’altra parte, bisogna condannare la violenza, ma sempre e da entrambi i lati: concordare sulle colpe di Hamas non può e non deve tradursi nel dimenticare gli abusi, le coercizioni e le rappresaglie che Israele esercita dal 2007 – cui si aggiungono i decenni precedenti di effettiva occupazione – contro gli abitanti di Gaza, nonostante le condanne ONU.

E non può nemmeno essere il pretesto per giustificare le punizioni collettive, per altro vietate dal diritto internazionale, che Netanyahu sta disponendo sulla Striscia: una regione di 365km² e 2,1 milioni di abitanti (basti pensare che Roma ha un’estensione di 1285km² e conta una popolazione di 2,87 milioni di persone), dove l’età media è di 17,7 anni e il 40,4% della popolazione ne ha meno di 14 – ossia, che non ha mai conosciuto nulla di diverso dal regime di embargo imposto da Israele e che, nel 2006, quando Hamas ha vinto le elezioni, non esisteva nemmeno.

È questa popolazione – l’80% della quale, secondo l’UNRWA, vive in condizioni di povertà estrema – che Netanyahu tiene in scacco da anni e sta bombardando da giorni, convinto di abbattere così le cellule di Hamas.

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Foto: Majdi Fathi/NurPhoto.

La lotta al terrorismo statunitense

Questa dinamica ricorda la reazione degli Stati Uniti – d’altra parte i principali finanziatori di Israele – all’attentato di Al-Qaeda alle Torri Gemelle, in quel caso persino con l’avallo della Comunità internazionale. Il presidente Bush dichiarò che la “guerra al terrore sarebbe iniziata con Al-Qaeda, ma non sarebbe finita lì”, non sarebbe finita “finché ogni gruppo terroristico nel globo non sarebbe stato trovato, fermato e sconfitto”.

Bush affermò anche che non si sarebbe fatta distinzione “tra i terroristi e chi li ha armati” per “difendere la libertà e ciò che ti buono e giusto c’è nel mondo”, e giustificò così l’invasione dell’Afghanistan, il paese che aveva dato ospitalità ai terroristi.

Al di là degli esiti effettivi dell’occupazione, testimoniati dalla situazione attuale in Afghanistan, nel 2001 colpirono il carattere “autoimmunitario”, nella definizione di Derrida, dell’11 settembre – in quanto le cellule terroristiche si erano addestrate con le armi americane fornite loro in funzione antisovietica negli anni precedenti – e la logica territoriale applicata dagli USA contro un avversario che però si era deterritorializzato.

Gli Stati Uniti, infatti, risposero con l’invasione di uno Stato laddove il “nemico” non si muoveva più nella logica statuale, ma era un indeterminato, con l’esito di trasformare la guerra in uno scontro di civiltà tra bene e male.

I crimini di guerra di Israele

Se si guarda oggi alla “guerra” dichiarata da Israele ad Hamas per “vendetta”, si può dire che il 7 ottobre sia stato, per il Medio Oriente, un nuovo 11 settembre, sia per la novità dell’occupazione e della violazione dei confini israeliani, sia per la preparazione dell’attacco da parte dei miliziani, sia, soprattutto, per la risposta di Israele.

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Foto: ansa.

Se infatti Hamas, al contrario di Al-Qaeda, sfrutta una questione territoriale, non può comunque essere sconfitta con operazioni militari via terra nella misura in cui, in quanto organizzazione terroristica, essa non rappresenta effettivamente lo stato palestinese e certamente non ha le proprie cellule nella Striscia di Gaza.

La reazione di Israele, pertanto, non può concettualmente rientrare nell’alveo della legittima difesa e va ben oltre, laddove colpire Gaza significa abbattere obiettivi civili; tagliare cibo, acqua e elettricità equivale a condannare a paura e morte uomini, donne e bambini innocenti (si pensi agli ospedali al collasso); ordinare l’evacuazione in una prigione senza possibilità di evadere (i confini con l’Egitto sono chiusi) vuol dire sfollare milioni di persone e preparare una crisi di rifugiati senza precedenti: sono tutti crimini di guerra.

Il supporto dell’Unione Europea

La domanda alla quale mi preme trovare risposta, quindi, è perché tutto questo invece non indigna i nostri governi e soprattutto l’Unione Europea: il supporto dell’Occidente nei confronti di Israele di fronte a questi eventi è vergognosa e preoccupante nella misura in cui mostra il cortocircuito dei valori liberal democratici.

L’Occidente si schiera dalla parte di Israele, condannando Hamas e ignorando il quadro completo della Palestina, ripetendo che Israele è una democrazia e per questo deve essere sostenuta contro il terrorismo.

Certamente, lo stato di Israele è una repubblica parlamentare e uno stato di diritto nel quale, indipendentemente dalla religione professata, i cittadini sono uguali di fronte alla legge.

Eppure, che al governo ci sono partiti estremisti e ultraortodossi, che rivendicano la sovranità statuale sulla Terra Promessa in virtù della volontà divina, questo potrebbe sollevare dei dubbi sulla laicità dello Stato, che dovrebbe essere (ancora?) un valore della democrazia liberale europea.

Il cancelliere tedesco Scholz ha dichiarato che “la nostra storia, la nostra responsabilità derivante dall’Olocausto […] impone il dovere perenne di difendere l’esistenza e la sicurezza dello Stato di Israele”: se ne dovrebbe dedurre che l’Europa chiude gli occhi di fronte ai crimini umanitari compiuti da Israele per senso di colpa?

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Olaf Scholz (foto: Commons Wikimedia).

I valori dell’Unione Europea

Innumerevoli sono le condanne delle Nazioni Unite a carico di Israele – bollate come “iniquo accanimento” – per violazioni del diritto internazionale e umanitario, cui si aggiunge il report di Amnesty International sul regime di apartheid, un “sistema istituzionalizzato di oppressione e dominazione nei confronti dei palestinesi ovunque abbiano controllo sui loro diritti”. Non possiamo non vedere tutto questo.

Il teatro di sangue che si sta consumando in Medio Oriente deve far riflettere sull’inadeguatezza della partizione in bianco e nero, sull’impossibilità di prendere le parti dell’uno o dell’altro attore in modo unilaterale e acritico.

Deve far pensare alla storia che si ripete, alle derive pericolose della radicalizzazione ideologica e alla gravità della sua legittimazione. Deve sconcertare per l’incapacità del nostro Occidente di fare valutazioni complesse e deve indignare per l’incuranza che il “mondo libero” sta mostrando di fronte alle violazioni di diritti umani: non deve essere questa, lontana dai valori delle Nazioni Unite, l’Europa che abbiamo costruito.

Eleonora Pocognoli

(In copertina, foto di Alain Rolland/Parlamento europeo)


Per approfondire, leggi anche Cosa dovresti sapere sulle origini del conflitto tra Israele e Palestina di Clarice Agostini; Il diritto internazionale applicato al conflitto tra Israele e Hamas di Clarice Agostini; Quel che resta della Striscia di Gaza, tra Israele e Hamas di Mirna Toccaceli; Quali sono le cause storico-politiche dietro all’attacco di Hamas? di Eleonora Pocognoli.

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