Politica

Un anno di governo Meloni: quale bilancio?

Governo Meloni bilancio

Sono passati 12 mesi dall’insediamento ufficiale alle Camere del Governo Meloni ed è già tempo di fare un bilancio. Tra note positive, criticità e promesse non mantenute i giudizi sull’operato dell’esecutivo a guida Fratelli d’Italia sono piuttosto divisi e divisivi.


Un bilancio del Governo Meloni

È passato quasi un anno dal 22 ottobre 2022, quando nel Salone delle feste del palazzo del Quirinale la presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, ha giurato fedeltà nelle mani del Presidente della Repubblica, inaugurando così il primo mandato della XIX legislatura. Oggi, a quasi un anno di distanza, non sembra accennare a ricomporsi la profonda spaccatura tra questo esecutivo e le linee politiche delle opposizioni.

Se da una parte, infatti, il senatore di Fratelli d’Italia Luca De Carlo, commentando il primo anno di attività del Governo, ha affermato che “l’Italia sta finalmente risalendo dopo anni di politiche assistenzialistiche”, nettamente contrario, invece, è il parere di Davide Faraone, deputato di Italia Viva, secondo cui il primo anno del Governo Meloni si è contraddistinto solo per slogan, chiacchiere e promesse disattese. E i giudizi che arrivano dal PD di Schlein e dal M5S di Conte sono ancora più critici.

Le opinioni sul primo anno di legislatura di Giorgia Meloni sono, insomma, più che mai contrastanti. Non manca tuttavia una certezza: la leader di FdI gode ancora di un ottimo consenso, nonostante l’elettorato, preso nel suo complesso, risulti scontento. Secondo i sondaggi estivi di Ipsos, infatti, il 47% non si ritiene soddisfatto dell’operato del Governo attuale.

Tuttavia, a fronte di questo leggero malcontento, Fratelli d’Italia continua a godere di un invidiabile consenso, attestato intorno al 30%, con una flessione di appena lo 0,2% rispetto allo scorso anno. Il partito di Giorgia Meloni continua ad essere nettamente il primo del centrodestra e il preferito dall’elettorato nazionale.

I meriti di Giorgia (?)

Nonostante il diluvio di critiche, bisogna riconoscere che la Premier sia riuscita a raggiungere una serie di “traguardi” non da poco, diventando per l’elettorato di centrodestra una figura carismatica. Meloni ha tenuto in pugno l’esecutivo, contenendo le spinte centrifughe di Forza Italia e della Lega. Ma a fare il gioco della Premier è stata anche la debolezza delle opposizioni, alle prese con le elezioni (PD) o separate da contrasti interni (Azione e Italia Viva).

Sul fronte della politica estera, Giorgia Meloni si è guadagnata importanti successi, e grazie ad alcune azzeccate manovre diplomatiche (e nello specifico il fermo supporto all’Ucraina), ha saputo imporre la propria agenda politica ai leader dell’Unione Europea, anche in tema di gestione dei flussi migratori, suscitando non poche tensioni con Francia e Germania.

La Premier è riuscita a ridimensionare le inquietanti radici post-fasciste del suo partito, ponendosi come un interlocutore credibile a livello internazionale: una vittoria significativa, viste le preoccupazioni estere all’indomani del suo insediamento e le equivoche amicizie con Paesi del Gruppo di Visegrád come Ungheria e Polonia. Ora, invece, nessuno sembra più pensare seriamente ad una deriva autoritaria da parte del Governo italiano.

A sostegno di ciò, fanno testo la scelta della prosecuzione, sia pure negata, dell’agenda economica di Draghi (con una politica monetarista dettata dalla precaria situazione economica) e la rinuncia al divieto di aborto. In merito all’ultimo tema, tuttavia, nei mesi successivi non sono mancate dichiarazioni piene di riserve da parte del Governo.

Da sottolineare la capacità del Presidente (come ha ribadito spesso di volersi fare chiamare) di mantenere il Governo su posizioni filo-ucraine, nonostante l’amicizia personale di Berlusconi con Putin e i legami storici della Russia con la Lega di Salvini, da sempre contraria alle sanzioni.

L’altra faccia della medaglia

Tuttavia, al netto di un’accorta politica estera, a un attento bilancio, le note negative non mancano per il Governo Meloni. Anzi, a dire la verità abbondano.

Sul fronte interno l’Italia mette a referto una situazione economica deprimente, dove le prospettive di crescita sono tra le più basse in Europa. Ad aggravare il quadro si aggiungono l’inflazione galoppante e una crisi climatica troppo a lungo trascurata.

Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), infatti, la crescita del PIL italiano per il 2023-2024 è attestata intorno allo 0,8%, con un taglio dello 0,4% rispetto alla precedente previsione. A tal proposito, la capoeconomista dell’organizzazione Clare Lombardelli avrebbe consigliato all’Italia di iniziare e portare a termine riforme economiche strutturali, volte a rafforzare la concorrenza e l’innovazione.

Migranti: tante parole, pochi fatti

Sin dall’inizio il governo di Giorgia Meloni ha adottato un approccio molto rigoroso nei confronti dell’immigrazione, vietando l’ingresso dei migranti sul suolo italiano quasi con l’illusione di poter sigillare il mare.

Per fare ciò, congiuntamente con l’UE, ha stretto accordi con i Paesi da cui partono spesso i migranti, dimenticandosi della totale assenza di moralità e legalità che macchina l’intero sistema della tratta. Ne è esempio il memorandum d’intesa stipulato con la Tunisia per prevenire e limitare le partenze in cambio della concessione di fondi per lo sviluppo del Paese.

Il risultato è stato presto detto: i diritti fondamentali dei migranti non sono stati rispettati e il flusso non è stato interrotto, né quanto meno contenuto. Il numero degli sbarchi quest’anno è triplicato rispetto al 2022, mentre quello dei morti o dispersi nel Mediterraneo è il peggiore dal 2017: 80 morti e almeno 500 dispersi.

Il culmine di questa politica fallimentare si è raggiunto con la strage di Cutro. Il Governo, troppo impegnato a risolvere con il proibizionismo il problema degli sbarchi, ha dimenticato le più fondamentali basi di umanità e soccorso e decine di innocenti, ancora una volta, hanno perso la vita.

Il grave fatto, peraltro, è stato accompagnato dalle farneticanti e abominevoli dichiarazioni del ministro Piantedosi che, ricorrendo al cosiddetto “victim blaiming”, ha definito la scelta di intraprendere il viaggio sui gommoni un atto di irresponsabilità da parte dei migranti.

Nello stesso solco di scelte discutibili rientra il recente pacchetto di leggi per l’immigrazione, basato sulla detenzione prolungata dei migranti nei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) fino a diciotto mesi e sui rimpatri forzati. Anche queste misure hanno sollevato legittime preoccupazioni riguardo al rispetto dei diritti umani.

Un governo che non parla ai giovani

In ultima analisi, è giusto dedicare una concisa riflessione in merito alle posizioni di questo esecutivo nei confronti dei giovani.

Prendiamo ad esempio l’ultimo Decreto Caivano, che pare contenere la massima “punizioni sì, prevenzione no”. Con una logica del tutto simile a quella adottata nel decreto anti-rave (settembre 2022), nei confronti della criminalità giovanile si è scelto di intervenire con soluzioni coercitive immediate (più pene e più carcere) a discapito di misure, più di lungo termine, orientate alla prevenzione e a uno sviluppo sostenibile delle fasce di popolazione più deboli. Nel decreto, infatti, di istruzione e di educazione civica non c’è traccia. D’altronde, che risultato ci si poteva attendere dall’ennesimo taglio di fondi alla cultura e all’educazione? 

Figlio della stessa ideologia è poi il ridicolo piano del “Liceo Made in Italy”. Piuttosto che adoperarsi per una riforma strutturale della scuola (necessaria da decenni), il Ministero dell’Istruzione ha voluto proporre un prototipo di liceo volto a promuovere le “eccellenze italiane”. L’ennesima proposta campanilistica che sa poco di innovazione e molto di propaganda populista.

Non è da meno la richiesta di Eugenia Roccella di vietare l’accesso giovanile ai siti porno, a scapito, invece, di promuovere una più aperta e sensata educazione sessuale nelle scuole. Anche in questo caso, il Governo predilige un coatto proibizionismo volto a minimizzare i sintomi, al posto di un intervento più mirato.

Ancora una volta l’esecutivo non ha pensato a nessuna soluzione a lungo termine in grado di andare alla radice di quelle problematiche (o supposte tali) che tanto gli stanno a cuore.

Di promesse non mantenute

Da un così delineato bilancio si può concludere che questo primo anno di governo Meloni non sia stato soddisfacente.

Il punto di forza dell’esecutivo resta sicuramente la stabilità interna che, nonostante qualche contrasto, si è mantenuta intatta nel corso dei mesi. Un aspetto non da poco, viste le durate medie dei governi succedutisi nell’arco della “Seconda Repubblica”; e il merito va dato anche all’autorevolezza con cui si è mossa Giorgia Meloni.

Tuttavia, resta un Governo che ha compiuto passi indietro in termini di diritti umani e sostegno ai giovani. Per rispondere alle esigenze del loro elettorato, Meloni e i suoi ministri hanno lasciato inascoltate le voci delle nuove generazioni, focalizzandosi sulle trite e ritrite battaglie ideologiche tanto care alla destra conservatrice. Anche in un’ottica futura questo esecutivo lascia più di qualche perplessità.

Certamente, è passato solo un anno e non può essere espresso un giudizio definitivo: per una più corretta valutazione bisognerà anche aspettare il momento (se mai arriverà) in cui il Governo avrà effettivamente più soldi da spendere, rispetto a quelli che ha avuto sinora.

Fino a questo momento le circostanze di crisi economica hanno imposto l’adozione di una politica di quasi esclusiva austerity, a danno di interventi di spesa pubblica. Tuttavia, alla luce di questo primo anno, si può affermare che da un Governo che aveva preso l’impegno di “risollevare l’Italia” ci si aspettava qualcosa di più.

Martino Giannone

(In copertina immagine di Abaca/Rex/Shutterstock)


Per approfondire il tema del bilancio del primo anno di Governo Meloni, leggi Fratelli d’Italia – Centro-destra o far right?, di Sara Nizza.

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