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Il cinema non deve morire – Lo streaming e altre storie brutte

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Oggi l’esperienza in sala è stata quasi del tutto fagocitata dai servizi di streaming on-demand, mentre il mondo dello spettacolo trema per il progressivo allontanamento di clienti. Ma siamo davvero pronti per un completo passaggio al digitale


La nascita del cinema, tra mito e realtà

È il 6 gennaio 1896. Auguste e Louis Lumière presentano a Parigi quello che da molti è considerato il primo film della storia: “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat“.

In verità le cose non stanno proprio così. Il primo posto spetta a “Uscita dalle officine Lumière“, un brevissimo quadretto di genere sull’uscita di alcuni operai dal posto di lavoro.

Questa breve pellicola, però, benché più antica, finisce nel dimenticatoio, a differenza della più fortunata sorella minore (ripresa e celebrata in numerosi film, da Hugo Cabret a Superfantozzi).

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Immagine da Wikimedia.

Seguendo la critica del tempo se ne capiscono le ragioni: l’effetto finale così realistico è talmente sbalorditivo che George Sadoul, critico cinematografico dell’epoca, scrive:

La locomotiva giunge dal fondo dello schermo, avanza sugli spettatori e li fa sussultare dando loro la sensazione che li stia per schiacciare.

George Sadoul

Altrettanto meravigliata e stupita è la reazione del pubblico: non possiamo nemmeno immaginare cosa sia passato per la loro mente in quel momento,  per la prima volta protagonisti di una proiezione cinematografica, un evento che ha sancito la nascita di un mondo in continua evoluzione e che da allora non si è mai fermato.

In realtà, però, i fratelli Lumière non sono gli inventori della cinepresa (il cui brevetto è di Thomas Edison, mentre la pellicola cinematografica risale a George Eastman), ma sono i primi ad aver presentato un film davanti ad un pubblico, creando di fatto il concetto di cinema.

Un fotogramma di L’Arrivèe d’un train en gare de La Ciotat (1896). Immagine da Wikimedia.

Un’ultima nota va ad un falso mito che di norma si associa a questa pellicola: a differenza di quanto si dica, i presenti in sala non erano affatto scappati spaventati dall’entrata in scena della locomotiva. Un’altra leggenda che circonda questo primo (anzi secondo) capolavoro della settima arte.

lo streaming di Netflix e la rivoluzione del “cinema da casa”

100 anni dopo, la situazione è completamente diversa: i cinema si sono estesi a macchia d’olio, frequentarli è diventata per molti una normalità e ormai i film vengono venduti o noleggiati. È a proposito di questo che nel 1997, Reed Hasting viene multato per non aver restituito in tempo il film Apollo 13.

Hasting, un ingegnere già fondatore di Pure Software, non ci sta e, notando che i DVD all’epoca non erano disponibili in tutti gli Stati Uniti, decide insieme a Marc Randolph di dare vita a Netflix, un’azienda di noleggio di film, VHS e videogiochi spediti per posta.

L’idea è ambiziosa: 30 dipendenti e circa 925 titoli disponibili per un investimento totale di 2,5 milioni, ma il decollo è ostacolato dalle numerose aziende concorrenti, tra cui Blockbuster contro cui Netflix intenterà anche un processo con l’accusa di aver copiato alcuni brevetti.

Tutto procede senza grandi modifiche (e con discreti guadagni) fino al 2007 quando, accanto al noleggio fisico, se ne affianca uno virtuale. L’idea stavolta è geniale e il sempre crescente numero di nuovi iscritti ne garantisce il successo.

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Immagine del servizio di streaming Netflix da Unsplash.

La “morte” della TV tradizionale 

Negli anni la TV tradizionale e il servizio on demand hanno continuato a correre su binari separati, dandosi piccole spinte quasi impercettibili. Guardando i dati però si capisce come lo streaming abbia influenzato e cambiato le nostre abitudini.

La TV via cavo sta subendo una morte lenta e agonizzante: sempre meno persone si addormentano sul divano con lo schermo ancora acceso, semplicemente perché lo lasciano spento.

Dal 2020 al 2022, infatti, la percentuale di ascolti è scesa drasticamente: meno del 40% degli italiani (circa 23 milioni) accende la TV nella fascia più privilegiata del cosiddetto prime time, dalle 20:30 alle 22:30. Dati che riguardano sia Rai che Mediaset.

Ci sono, poi, alcuni casi in cui la TV tradizionale mantiene un saldo vantaggio e tra le rare eccezioni vi è Sky (pur sempre una pay TV) grazie a programmi di punta come Masterchef o Fox, quest’ultimo, però, recentemente eliminato dal catalogo per spostare i suoi contenuti su Disney+.

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Immagine del servizio di streaming Disney+ (Mika Baumeister/Unsplash).

Come se non bastasse molti ormai seguono i loro programmi preferiti registrati su cellulari o tablet tramite apposite app, motivo per cui le principali reti italiane sono corse ai ripari proponendo ai loro clienti Rai Play e Mediaset Infinity, servizi di diretta e on demand utili proprio per guardare gli stessi contenuti senza accendere la TV.

Al contrario, le piattaforme streaming (a cui si può accedere da qualsiasi dispositivo) crescono a gran velocità: il progetto di Hastings ha fatto gola a molti, da Amazon a Disney fino a Apple, e le fette di mercato che ciascuno si aggiudica si sono fatte sempre più piccole, sebbene il pubblico continui ad aumentare.

Si intende, in questo caso, il pubblico formato dai più giovani (20-34 anni), mentre solo il 6% degli anziani sopra i 70 anni (e l’1,8% sopra i 75) ha abbandonato la TV via cavo.

Anno 2020: streaming tra chiusure e binge watching

Senza dubbio il periodo che ha registrato il più forte incremento di iscritti è stato anche quello che ci ha segnati di più degli scorsi anni: la pandemia. Con scuole e uffici “a distanza” e cinema e teatri chiusi, la ricerca di svago ha portato sempre più persone ad affidarsi al digitale e alla “TV comoda”.

Gli abbonamenti a Netflix sono raddoppiati rispetto al 2016 (si passa da 90 a 180 milioni di iscritti nel 2021, l’anno dopo hanno raggiunto i 220), e sono nate piattaforme concorrenti come Disney+ e Prime Video, tutte che puntano a un target diverso. Chi guarda alle famiglie, chi agli appassionati del cinema d’autore, chi agli amanti del binge watching (quelli che iniziano e finiscono una serie in poco più di una serata e vogliono che il prodotto sia già disponibile per intero sul servizio).

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Foto di Shutterstock.

Le nostre esigenze sono cambiate in quei due anni trascorsi un po’ fuori e un po’ (a volte solo) dentro casa. Con un occhio sempre alla TV ci siamo fatti tutti critici cinematografici o, semplicemente, ci siamo appassionati a qualcosa che prima guardavamo distrattamente mentre cucinavamo o facevamo le pulizie.

Siamo diventati più esigenti, non tanto per la qualità ma per la quantità: comodi sui nostri divani vogliamo tutto e subito, anche a costo di pagarlo.

Una fine annunciata da tempo

Se la pandemia scatenatasi nel 2020 ha favorito le aziende sopracitate con numeri da capogiro (dai 40 milioni di abbonati di Apple TV, agli oltre 170 di Prime Video, saltando Netflix, di cui abbiamo già parlato e che mantiene lo scettro da capolista), non si può dire lo stesso per il mondo del cinema e, più in generale, per il settore dello spettacolo, probabilmente il più danneggiato e quello che si è ripreso con maggiori difficoltà una volta tolte le mascherine.

Non che prima le cose andassero meglio: in Italia in particolare, sebbene la produzione di film di successo non si sia mai arenata e anzi, siano usciti recentemente film di grande pregio e valore artistico, ciò che penalizza il settore sono i luoghi fisici.

Immagine da Unsplash.

Le sale sono spesso teatrini di periferia eccessivamente trascurati, dunque inadeguati a trasmettere film di alta qualità, o multisala troppo accessoriati, quasi dispersivi e nauseanti, con costi insostenibili per gestori e clienti. Ma i numeri parlano chiaro: a prescindere dalle condizioni delle sale, nel 2022 i biglietti venduti sono stati meno della metà rispetto al 2019 (rispettivamente 21,5 e 51,4 milioni).

Anche il teatro ha subito un forte scassone a causa della pandemia e solo di recente si è tornati in platea a godersi gli spettacoli dal vivo, con numeri che rimangono però ben lontani da quelli pre-covid.

Il motivo andrebbe forse ricercato, a detta dei consumatori stessi, nei prezzi dei biglietti spesso molto alti o nelle sceneggiature poco accattivanti ma la realtà è che ormai il teatro è frequentato principalmente da pochi appassionati, soprattutto over 50, e che anche questo è un settore che sta lentamente collassando.

Ne è la prova il fatto che già prima del Covid molti di essi avevano chiuso i battenti e i tentativi di riavvicinare il pubblico durante il lockdown tramite brevi video di performance attoriali non avevano raggiunto gli obbiettivi sperati.

Viceversa, i concerti e la musica dal vivo hanno ripreso ad attrarre il pubblico con numeri simili o in certi casi anche maggiori rispetto all’era pre-covid (se nel 2019 i biglietti venduti erano stati 5,5 milioni, l’anno scorso si è arrivati a 6,2).

Se la gente non va al cinema … il cinema va dalla gente

Questa lenta agonia che da qualche anno ha interessato il settore ha portato sempre più produzioni a saltare l’uscita in sala e far arrivare i film direttamente sulle piattaforme.

Parliamo, per esempio, del remake di Peter Pan, arrivato di recente su Disney+, o ancora di Pinocchio di Guillermo del Toro, approdato su Netflix nel periodo natalizio, e acclamato come uno dei migliori adattamenti della storia di Collodi. Se la gente non va al cinema, ecco che il cinema arriva a casa loro.

Al contrario, alcuni film vengono prodotti direttamente dalle “case” dello streaming, per essere inizialmente distribuiti e poi riproposti, poco dopo, sulle rispettive piattaforme: è il caso di È stata la mano di Dio (leggi la recensione di Matilde Catelli), uscito solo in alcuni cinema e arrivato dieci giorni dopo su Netflix.

Anche i film della Marvel, tra i pochi che riescono ancora a coinvolgere un ampio pubblico, seguono la stessa procedura, ma lasciano un intervallo di diversi mesi tra il lancio in sala e la disponibilità on demand.

C’è un futuro per il cinema in sala?

Ma in fondo, forse, non siamo davvero pronti per un passaggio completo al digitale. Per quanto ormai ne siamo assuefatti, non riusciamo ad accettare l’idea di perdere completamente le vecchie abitudini. Cambiare ci spaventa, perché vorrebbe dire lasciar andare il nostro passato e qualcosa che ha definito le nostre passioni e che resterà sempre avvolto da un alone di dolcezza e nostalgia.

Ma questo è anche un bene, perché può aiutarci a realizzare che siamo noi a costruire e alimentare questo cambiamento, e  siamo anche i soli a poter dare una direzione a questo processo.

Il cinema, così come tutto il mondo dello spettacolo, deve continuare a esistere, sta a noi salvarlo, tornando a vivere la visione dal vivo come un’esperienza insostituibile e unica, un luogo in cui fuggire dalla vita quotidiana e concedersi un momento di straniamento e apertura a mondi possibili. Qualcosa che lo streaming, per quanto puntuale e perfetto, non ci potrà mai dare.

 Alessandro Palmanti

(In copertina Thibault Penin da Unsplash)


Consigli di rotta

  • Leggi questo articolo per la storia del servizio di streaming Netflix;
  • Sia Wired (ma anche la Stampa), che si occupa della crisi delle sale dei cinema, che il Post, che invece si concentra sull’ascesa dello streaming durante la pandemia, parlano della morte del cinema in sala;
  • Panorama, invece, si concentra sui problemi della televisione.

Per approfondire leggi: Netflix ha ucciso il cinema?, di Tommaso Palmonari e Netflix Vs Apple & Disney – Il primato di Scotts Valley non è in pericolo, di Stefano Maggio.

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