Cronaca

Per cosa brucia l’Iran – Diritti delle donne o diritti universali?

Iran diritti umani 4

L’incendio delle proteste in Iran non si ferma. Le atrocità, la repressione e le mobilitazioni sembrano scrivere la storia di un Paese martoriato da anni, ma che sta prendendo consapevolezza dei diritti umani.


Il caso Mahsa Amini

Teheran, 13 settembre 2022. Una ragazza di 22 anni è in vacanza con la sua famiglia. L’hijab le circonda il volto. Fuori c’è il sole e l’aria profuma di fine estate. 

Si trova davanti alla fermata della metro quando degli agenti la accusano di non aver indossato bene il velo, obbligatorio in pubblico dalla rivoluzione islamica del 1979. 

Un mese fa, il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha firmato il decreto per far rispettare la legge sull’hijab e sulla castità. Decreto che ha portato a un nuovo elenco di restrizioni su come donne e ragazze debbano vestirsi. 

Immagina di essere un fratello e di vedere la polizia portare tua sorella al centro di detenzione di Vozara con l’accusa di mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo.

È difficile immaginare ciò che non si è vissuto, eppure questi fatti sono realmente avvenuti a Zhina Amini, meglio conosciuta con il suo nome persiano Mahsa, e suo fratello Kiarash Amini.

Come un film che si conclude con la frase “tratto da una storia vera”, ma questa storia ha inizio da qui.

Mahsa Amini, in un’immagine di Artin Bakhan da Unsplash.

Il dolore, la rabbia e l’indignazione non si fermano tra gli animi di famigliari ed amici, ma infiammano tutta la popolazione dell’Iran che, da più di cinque mesi, scende in piazza per protestare contro lo stato e la polizia morale iraniana.

Il fuoco della popolazione

Dalla morte di Mahsa, migliaia di manifestanti hanno iniziato a protestare per chiedere un processo ai responsabili della sua morte e per invocare la fine delle persecuzioni contro le donne. Ragazze hanno infiammato l’hijab e si sono tagliate i capelli, segno di protesta che si è diffuso in tutto il mondo. 

Diversi cittadini, compresi bambini ed anziani, sono stati arrestati e condannati. Molti sono stati sottoposti a lunghe pene detentive e uccisi. Così le proteste hanno iniziato a prendere la forma di una rivolta contro il sistema, coinvolgendo anche minoranze etniche come curdi, azeri, arabi e beluci, storicamente discriminate dal regime. 

È impossibile fare un bilancio attendibile delle vittime e delle migliaia di persone che attualmente si trovano a rischio di essere giustiziate, incarcerate o condannate alla pena capitale.

Immagine di Albert Stoynov da Unsplash.

Quello che potrebbe destinare queste proteste a rimanere nella storia è proprio il carattere globale che esse rappresentano. Non si tratta solo di urlare nelle piazze e nelle strade perché questa protesta è di tutto l’Iran e dall’altra parte c’è il mondo disposto a sentire, ma non ascoltare. Sì, perché la solidarietà a parole non basta.

Il coinvolgimento del mondo occidentale è di grande importanza: molte delle armi con cui la polizia iraniana spara ai manifestanti sono di origine italiana, in particolare della ditta italo-francese Cheddite di Livorno. 

Alcune associazioni, tra cui Amnesty International Italia, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Rete Italiana Pace e Disarmo, hanno ribadito “l’urgenza per le autorità italiane di contrastare immediatamente ogni possibile forma di esportazione di armamenti utilizzati per reprimere illegalmente il dissenso in Paesi terzi”. 

Sebbene sia ancora troppo presto per parlare di rivoluzione, queste proteste riguardano i diritti umani, che sono universali e in quanto tali è essenziale difenderli e pretenderli ad alta voce.

La brutale repressione

Dal lato della repressione, il presidente iraniano Ebrahim Raisi assicura che “sommosse e violenze non saranno tollerate” e che coloro “che hanno istigato le rivolte devono essere  assicurati alla giustizia”, accusando “nemici esterni che fomentano le rivolte e l’insicurezza e hanno preso di mira l’unità dell’Iran”. 

Infatti, secondo una dichiarazione di ottobre dell’ayatollah Ali Khamenei, queste proteste sono frutto di una “pianificazione” esterna e non dell’organizzazione di cittadini iraniani. 

Khamenei ha accusato gli Usa e Israele di essere dietro le proteste: “Dico chiaramente che queste rivolte e l’insicurezza sono state progettate dall’America e dall’usurpatore regime sionista, così come dai loro agenti pagati, con l’aiuto di alcuni iraniani traditori all’estero”. 

La Guida Suprema iraniana ha definito la morte di Mahsa Amini un “incidente amaro” e ha espresso il suo sostegno alle forze di sicurezza che “hanno subito ingiustizie durante gli scontri con i manifestanti”. 

Il presidente iraniano, inoltre, ha promesso l’apertura di un’indagine indipendente per “la tragica morte di Mahsa, che era come le nostre figlie”. 

Sembra quindi che lo stato si preoccupi di spegnere il fuoco acceso dalla scintilla della morte di Mahsa, ignorando che questo fuoco ardeva sotto la cenere da parecchio tempo. 

Infatti, sono anni che i cittadini protestano contro il sistema iraniano, un sistema repressivo che da tempo viola i diritti umani diffondendo malcontento tra la popolazione. 

Definire la repressione disumana e violenta sarebbe estremamente riduttivo; i cittadini sono picchiati e maltrattati, uccisi e condannati a morte, spesso senza poter essere rappresentati da un avvocato. 

Sono stati individuati siti di detenzione clandestini allestiti nei pressi dei luoghi di protesta. Il regime ha tagliato ogni possibilità di comunicazioni con l’esterno. Alcune informazioni riescono comunque a trapelare benché molti giornali le riportino incomplete, decontestualizzate e talvolta non corrette.

Il destino dell’Iran

Nelle scorse settimane i manifestanti sono tornati a marciare numerosi per le strade di diverse città: un segnale che la mobilitazione non si è spenta e non ha intenzione di farlo.

La scrittrice e attivista Masih Alinejad annuncia: “Altri grandi cortei sono in programma questa settimana, ma non ci saranno più manifestazioni non stop come prima. Ora il dissenso si sta organizzando in altre forme come scioperi e disobbedienza civile, con campagne che invitano a non pagare le bollette o a ritirare i soldi dalle banche e convertirli in dollari. Sistemi alternativi per fare pressione sul governo, senza rischiare il carcere e la vita”.

Servirsi della pressione attraverso manifestazioni e proteste diventa necessario per la popolazione e per il contesto internazionale. 

Infatti, le azioni intraprese dai Governi e dalla comunità internazionale finora non sono state in grado di fornire un supporto concreto alle manifestazioni, ma si sono rivelate unicamente di natura simbolica. 

In questa situazione, anche la passività è una presa di posizione. Diffondere le informazioni è un nostro dovere umano, perché i diritti sono universali, e quando vengono violati è necessario unirsi alla lotta contro i sistemi che non li rispettano.

Maddalena Petrini

(In copertina Artin Bakhan da Unsplash)

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