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Mercoledì Addams non è come le altre (e forse nessuna lo è)

Mercoledì copertina

In questo periodo si è tanto sentito parlare della serie TV Mercoledì (2022), prodotta da Tim Burton, tra gli altri. Si tratta di un teen show distribuito da Netflix che segue le vicende di Mercoledì Addams, interpretata da Jenna Ortega.


Mercoledì è una serie TV ambientata alla Nevermore Academy, una scuola di emarginati come lupi mannari, sirene e gòrgoni. Qui, l’omonima protagonista si deve mettere in gioco per far luce sugli omicidi commessi da un mostro che gira a piede libero nei pressi della scuola.

Sempre più persone sui social network stanno elevando il personaggio di Mercoledì a icona, imitandone l’atteggiamento e lo stile in TikTok accompagnati sempre dal medesimo sottofondo musicale: Bloody Mary di Lady Gaga, un brano uscito nel 2011 nell’album Born this way. Proprio grazie a questo nuovo trend, la canzone ha conosciuto un aumento esponenziale degli ascolti su Spotify, ed è tornata in classifica a distanza di anni. Lady Gaga ha persino deciso di inserire la danza di Mercoledì nel Canvas Spotify di Bloody Mary.

Insomma, c’è chi manifesta tutta la propria ammirazione per questo personaggio e il desiderio di assomigliargli il più possibile; e c’è chi si indigna per questa improvvisa ondata di entusiasmo e sottolinea che, anche se il personaggio di Mercoledì è tanto celebrata nei social, nella realtà è più facile che una come lei divenga oggetto di bullismo. 

E poi ci sono quelli che, come me, semplicemente non hanno apprezzato né lei né la serie TV. A parte le contraddizioni della trama, i personaggi dotati della profondità di una pozzanghera, il poco Famiglia Addams in tutto questo Riverdale, la più grande pecca della serie è il tentativo forzato di strizzare l’occhio alla generazione Z. Nello specifico, a movimenti come quello LGBT+, il femminismo e il Black Lives Matter.

Una scuola di emarginati

La scelta di mettere in scena personaggi emarginati, “gli outcasts”, in contrapposizione ai “normies” è una chiara presa di posizione contro i pregiudizi della nostra società; eppure, finisce per rivelarsi l’ennesimo caso di “tutto fumo e niente arrosto”. Ci sono tante allusioni al mondo LGBT+ e alle discriminazioni razziali e di genere, ma ognuna di esse ha lo spessore della carta velina.  

Ad esempio, faccio fatica trovare il senso nel fare continui  riferimenti al mondo LGBT+ attraverso il personaggio di Enid Sinclair, la ragazza che per tutta la serie ci viene presentata come diametralmente opposta alla protagonista: ama indossare vestiti dai colori sgargianti, è molto attaccata al mondo dei social network e tratta la protagonista con calore ed entusiasmo, nonostante Mercoledì sia sempre rigida e distaccata.

Enid Sinclair
Emma Myers come Enid Sinclair in Mercoledì.

Enid è anche un lupo mannaro sottoposto di continuo alla pressione dei genitori perché non ha ancora avuto la sua prima trasformazione in licantropo. Trovo assurda la scena in cui il padre e la madre le propongono di intraprendere una terapia di conversione per lupi mannari.

Potevano forse inventarsi modo peggiore di alludere alle difficoltà riscontrate dalla comunità LGBT+, soprattutto quando poi Enid finisce per instaurare una relazione eterosessuale con ben due ragazzi della Nevermore?

…e alla fine arriva Mercoledì

E poi c’è la protagonista. Nonostante l’interpretazione ineccepibile di Jenna Ortega, per me è stato impossibile entrare in empatia con un personaggio come Mercoledì. Un personaggio che, più che espressione di valori femministi, mi è parso piuttosto un esempio perfetto di misoginia interiorizzata.

Così come con Enid gli autori della serie ci tenevano a compiacere la comunità LGBT+, senza però – non sia mai – approfondire ulteriormente, allo stesso modo la protagonista testimonia la superficialità di una sceneggiatura volta chiaramente a ricevere il plauso dei più ferventi femministi della generazione Z. 

In tutti gli episodi, i personaggi sembrano essere a un passo dal gridare “noi siamo contro qualsiasi stereotipo”; eppure, così come traspare tanta intenzione, emerge anche poca profondità di studio e riflessione dietro a quei messaggi che la serie si propone di trasmettere solo per il gusto di spacciarsi come “rivoluzionaria”. 

Più che una critica sociale, Mercoledì, infatti, pare una caricatura delle derive che spesso prendono i movimenti sociali quando si esprimono nei social network.

Tuttavia, dare un’interpretazione di questo tipo implicherebbe conferire un senso a tutte le contraddizioni di una serie TV che semplicemente, da questo punto di vista, un senso non ce l’ha. Quando si vuole accontentare una maggioranza, ci si limita a dire solo quello che la gente vuole sentire, senza “perché” e senza “ma”.

Ricordiamocelo tutti, mi raccomando, Mercoledì non è come le altre. Non importa che poi per tutta la serie lei stessa non abbia mai esitato a sottolinearlo con marcata convinzione.

Mercoledì Addams
Jenna Ortega come Mercoledì Addams in Mercoledì.

Ad esempio, quando Tyler (il ragazzo di cui si innamora) al ballo della scuola sta per complimentarsi con lei per la sua eleganza e accenna un timido: “Sembri…”, lei, da vera paladina del femminismo – fortuna che abbiamo anche Mercoledì Addams a sostenere la causa –, non tarda a interromperlo: “Irriconoscibile? Ridicola? Classico esempio di oggettivazione femminile per lo sguardo maschile?”.

Oppure in un’altra scena, sempre con Tyler, lui le chiede perché sia così ossessionata dalla faccenda del mostro che si nasconde nel bosco – per chi non avesse visto la serie TV, non si è perso molto: è il classico giallo con il mostro assassino da smascherare e fermare ad ogni costo – e lei gli risponde: “Preferiresti che fossi ossessionata da cavalli e boy band?”. 

Year of the Bimbo

Eccoci quindi ancora qua, con un altro esempio di misoginia interiorizzata; ed è molto ironico se pensiamo che proprio una come lei, che si fa portavoce di idee femministe come il rifiuto di qualsiasi oggettivazione del proprio corpo, finisce solo per rafforzare altri pericolosi schemi sociali: quello della donna intelligente e “speciale” in contrapposizione a tutte “le altre”. Donne dipinte spesso come meno acculturate e più superficiali solo perché manifestano un maggiore interesse verso moda e trucco. O meglio, per tutte quelle cose considerate socialmente “da femmina”. 

Certo, non siamo ai livelli delle serie TV e dei film teen prodotti tra gli anni ‘80 e i primi anni Duemila, quando le sceneggiature erano gremite, più che di personaggi, di veri e propri stereotipi ambulanti.

Per quanto riguarda le donne, un’attenta cura dell’estetica era associata spesso a cattiveria, superficialità e ignoranza; tanto che lo statunitense John Conway di Vanity Fair, alla fine degli anni ‘20 del Novecento, rese popolare nel mondo il termine italiano “bimbo” per indicare una donna attraente, sessualizzata e molto ingenua. 

A partire dal 1937 la parola cominciò ad essere associata in particolare alle donne bionde; come, per esempio, nei settimanali Detective Fiction. 

We found Durken and French Laseur seated at a table…with a pair of blonde bimboes beside them.

Possiamo dire, quindi, che proprio a partire da questi anni prese a rafforzarsi il leitmotiv della bella, bionda e stupida. Basti pensare al film cult Gli uomini preferiscono le bionde, nel quale il personaggio di Marilyn è dipinto più negativamente rispetto a quello della sua amica mora Jane Russell.

Marilyn Monroe.
Marilyn Monroe.

Tuttavia, quando Marilyn Monroe muore nel 1962, l’archetipo della bionda e ingenua smette di essere tanto ricorrente. Poi, però, sopraggiungono gli anni 80’ e il termine dispregiativo “bimbo” torna a caratterizzare il gergo popolare. Il 1987 viene persino soprannominato “Year of the Bimbo” perché fu l’anno degli scandali sessuali che coinvolsero star come Fawn Hall, Donna Rice e Jessica Hann. 

In seguito, arrivarono loro, i primi anni Duemila, con la cultura battezzata da Vox come “bubblegum misogyny”, caratterizzata dall’ossessione dei media – dai tabloid ai siti di gossip come TMZ e Just Jared – per star famose e giovani e per i loro corpi costantemente giudicati e sfruttati.

Si può parlare di tutte le celebrità – da Britney Spears a Paris Hilton – sottoposte a continui abusi e a gogne mediatiche per i loro problemi di salute mentale e per i loro disturbi alimentari. A tal proposito, consiglio di dare un’occhiata all’articolo di Jennifer Guerra Come la cultura tossica e misoginia degli anni Duemila ha rovinato una generazione di ragazze.

Lindsay Lohan, Britney Spears e Paris Hilton.
Da sinistra, Lindsay Lohan, Britney Spears e Paris Hilton.

La paura del femminile

Non ho fatto questo breve excursus a caso. Nonostante in tempi recenti, soprattutto su TikTok, sia possibile imbattersi in video che invitano a rispettare l’iperfemminile e rivendicano un’accezione positiva del termine bimbo (a tal proposito, rimando a un video che tratta in modo abbastanza dettagliato l’argomento), quest’ultimo ha comunque rappresentato per anni il marchio di molte donne ridicolizzate, biasimate e continuamente offese nella loro dignità.

Quante volte, quando frequentavo la scuola media – una bolge infernale in cui di solito ti tocca penare per tre anni della tua esistenza –, sentivo che alcune mie compagne di classe ricevevano i peggiori insulti da altre ragazze solo perché curavano il proprio aspetto e non si facevano problemi a evidenziare le proprie curve attraverso abiti un po’ più attillati.

Lo facevano perché desideravano essere apprezzate dai ragazzi ad ogni costo? È possibile, ma non spetta a noi giudicare, soprattutto quando – parliamoci chiaro – chi non è insicuro a quell’età? Chi non vorrebbe essere apprezzato?

Io non ero tra le compagne di classe che le denigravano con tanta volgarità, ma ammetto di aver pensato molte volte “Io sono diversa da loro”, “Sono più profonda perché leggo libri e non mi interesso a trucchi e vestiti”. Eppure adesso, a distanza di anni, non mi posso definire refrattaria a trucchi e alle tanto demonizzate cose “da femmina”. 

Molte mie amiche sono appassionate di moda e make-up e mi fa piacere, talvolta, ricevere consigli da loro. Questo non fa più di me una “non sono come le altre”, una ragazza come Mercoledì Addams? Sono ridicola e mi sottometto agli uomini solo perché per una volta voglio vedermi più bella e indossare un vestito elegante?

mercoledì 7

La risposta è no, perché semplicemente nessuna è come le altre. “Le altre” esistono solo in una concezione culturale fortemente misogina che teme “il femminile”, lo taccia di frivolezza e vacuità e inculca nelle donne l’idea che, solo facendo proprio “il maschile”, possono sperare di essere prese sul serio.

Ogni donna – da quella bella e provvista di laurea ad Harvard a quella bella e senza neanche il diploma di scuola superiore, o dalla fervente femminista noncurante del giudizio maschile alla ragazza insicura e alla costante ricerca di approvazione sul proprio corpo – merita rispetto

In conclusione, non si può certo dire che Mercoledì demonizzi l’iperfemminile come molti film cult prodotti tra gli anni ’80 e i primi del Duemila, tra i quali, per fare qualche esempio, Mean Girls (2004) e High School Musical (2006-2008). Però non possiamo neanche dire di aver imparato da questa serie TV, perché semplicemente non c’era una visione critica della realtà come presupposto, ma solo una volontà di compiacere i più.

Giulia De Filippis

(In copertina e nell’articolo immagini tratte dalla serie TV Mercoledì, disponibile su Netflix)

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