Cronaca

Che fine farà l’aborto in Italia?

copertina aborto in italia

La vittoria del centrodestra e le prime proposte di legge avanzate in parlamento sembrano minacciare il diritto all’aborto in Italia. C’è davvero il rischio concreto che questa pratica venga fortemente limitata, se non addirittura resa illegale, o si tratta solo di paure infondate?


Sono trascorsi meno di sei mesi dalla sentenza della Corte suprema statunitense sulla legge Roe VS Wade e meno di due dall’approvazione in Ungheria di una legge che costringe le donne a sentire il battito del feto prima di interrompere la gravidanza.

In Occidente il diritto all’aborto è a rischio e dopo le elezioni del 25 settembre c’è chi teme un peggioramento della situazione anche in Italia. Infatti, nel corso della campagna elettorale si è parlato molto della legge 194, che dal 1978 tutela il diritto all’aborto in Italia, tanto da chi vi si oppone quanto da chi è invece favorevole.

Breve storia della legge 194/78

Le questioni sollevate nel Sessantotto si trascinano negli anni ’70 e aprono una nuova stagione di riforme sociali, a partire dall’approvazione della legge sul divorzio nel 1970, primo indice del cambiamento che stava attraversando la società italiana.

L’anno successivo la Corte costituzionale dichiara illegittimo l’articolo 553 del Codice penale sul reato di propaganda di metodi anticoncezionali e tre membri del PSI propongono un progetto per depenalizzare l’aborto, ma non viene preso in considerazione.

Due anni più tardi, nel 1973, Loris Fortuna, socialista e autore del DDL sul divorzio, ci riprova e avanza una proposta di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza con il supporto dei radicali.

aborto in italia 2
Emma Bonino a una manifestazione sul referendum per depenalizzare l’aborto (RaiNews).

Nel frattempo, diversi Paesi del blocco occidentale, come gli Stati Uniti e la Francia, introducevano delle leggi nazionali sull’IVG, rispettivamente nel 1973 e nel 1974.

Nel 1975, il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la militante radicale Emma Bonino e la segretaria del CISA Adele Faccio vengono arrestati dopo essersi autodenunciati per aver praticato degli aborti. Nello stesso anno, si accoglie la richiesta di un referendum per abrogare le leggi sull’aborto, rinviato al 1978 per lo scioglimento anticipato della Camere. Nel mentre, diversi partiti si uniscono ai radicali e ai movimenti femministi nella battaglia per la legalizzazione dell’aborto. Rimangono fuori solo la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano.

Nel 1976, in mancanza di una legge nazionale sull’aborto, il governo a consente in via eccezionale alle donne colpite dal disastro di Seveso di abortire nelle strutture pubbliche. Tuttavia, interrompere la gravidanza nel vicino ospedale di Desio fu molto difficile a causa della resistenza opposta da Giuseppe D’Amico, il consulente psichiatrico della struttura.

Due anni più tardi, è la volta di una proposta di legge unificata, che passa nel maggio del 1978 e rende finalmente legale l’aborto in Italia.

Come funziona l’IVG in Italia

Benché la legge sull’aborto rappresenti una conquista importantissima a livello sociale, essa è comunque il risultato di un compromesso tra diverse forze politiche e presenta dei forti limiti.

Attualmente le donne hanno a disposizione 90 giorni per interrompere la gravidanza indesiderata, che si riducono a 63 – quindi 9 settimane – per ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital. In caso di pericolo per la salute della donna o di malformazioni rilevanti del nascituro, si può ricorrere all’aborto terapeutico anche oltre questo termine.

All’interno dei 90 giorni a disposizione si inserisce il cosiddetto “periodo di riflessione” di 7 giorni, a cui si sottopongono tutte le donne, dopo aver eseguito gli accertamenti medici e aver esaminato le soluzioni alternative all’IVG. Tuttavia, il tempo per ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza è limitato e soprattutto è molto difficile scoprire sin da subito di aspettare un bambino. Di conseguenza, il tempo per interrompere la gravidanza si restringe.

L’obiezione di coscienza

L’ostacolo più grande è rappresentato dall’obiezione di coscienza, regolata dall’art. 9 della legge 194, che riconosce al personale sanitario l’esonero dal compimento delle attività dirette all’IVG, ma non da quelle che precedono o seguono l’interruzione di gravidanza né dagli interventi necessari per salvare la vita della gestante.

Inoltre, per garantire la piena applicazione dell’IVG, vieta l’obiezione di struttura, ossia l’assenza di medici non obiettori nelle strutture sanitarie. Spetta alle regioni garantire l’applicazione della legge, anche attraverso la mobilità del personale.

Tuttavia, ormai sono innumerevoli i casi in cui non si rispetta l’articolo 9. La situazione fotografata dall’ANSA a fine luglio 2022 è infatti drammatica: oltre il 40% delle strutture italiane è fuori legge, con regioni come il Molise che sfiorano il 90% di medici obiettori. Della restante metà delle strutture fanno parte anche quelle che hanno un solo medico non obiettore: basta che vada in ferie o in pensione per rendere la situazione ancora più problematica, costringendo le donne a cambiare regione o a rivolgersi a strutture private.

Come se non bastasse, le attiviste di Obiezione respinta e di IVG, ho abortito e sto benissimo hanno denunciato casi di vera e propria violenza psicologica da parte del personale ospedaliero o dei farmacisti obiettori, di donne costrette ad ascoltare il battito del feto o che hanno subito rimproveri e giudizi non richiesti.

Le posizioni della Destra…

Ma qual è il programma del nuovo governo riguardo alla situazione fragile e precaria dell’aborto in Italia?

Se da un lato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato la sua volontà di mantenere intatta la legge 194, dall’altro lato la presenza di alcune personalità apertamente ostili all’aborto all’interno del governo suscitano non poche preoccupazioni.

Innanzitutto, come ministra della Famiglia, Natalità e Pari Opportunità è stata scelta Eugenia Roccella.

Figlia di uno dei fondatori del Partito Radicale e autrice insieme ad Adele Faccio del libro Aborto, facciamolo da noi (Napoleone, 1975).

Eugenia Roccella (ANSA).

In seguito, si distacca totalmente dai radicali e dal movimento femminista, diventando portavoce del primo family day, manifestazione legata al mondo cattolico e ai movimenti pro vita. Ha negato che l’aborto sia un diritto e lo ha definito “il lato oscuro della maternità”.

Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, invece ha fatto parlare di sé per la proposta depositata in parlamento finalizzata a modificare l’art. 1 del Codice civile, il quale attualmente riconosce la capacità giuridica, ossia la facoltà di essere titolare di diritti e doveri, dal momento della nascita. La proposta di Gasparri punta a riconoscere tale capacità all’embrione: di conseguenza, l’aborto verrebbe equiparato a un omicidio e la madre e il medico che ricorrono all’IVG sarebbero perseguibili penalmente.

Inoltre, in alcune regioni governate dalla destra, l’accesso all’aborto – già di per sé problematico – è sempre più ostacolato. Nelle Marche, ad esempio, la giunta regionale ha vietato la somministrazione della pillola abortiva nei consultori familiari. La giustificazione di tale provvedimento? Evitare una fantomatica “sostituzione etnica“.

In Piemonte non va affatto meglio, dato che saranno stanziati 460 mila euro a favore delle associazioni pro vita, che potranno agire indisturbate nei consultori per dissuadere le donne da un’interruzione della gravidanza. Dovremo aspettarci che tali misure siano estese a livello nazionale?

…e quelle delle opposizioni

La varietà e le numerose differenze fra i partiti dell’opposizione si rispecchiano anche nel tema dell’aborto, come si può evincere dal confronto dei programmi.

  • Italia Viva e Azione, ad esempio, non menzionano nemmeno una volta l’aborto o la legge 194: anche questo è un segnale eloquente. Il Partito Democratico, invece, afferma di voler applicare pienamente la legge 194/78 a tutela dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e di voler potenziare la rete di consultori familiari;
  • Verdi e Sinistra Italiana spingono verso delle normative che consentano la piena applicazione della legge 194 mediante concorsi pubblici aperti solo a medici e infermieri non obiettori;
  • Più Europa, erede del partito radicale, propone invece le richieste più dettagliate in materia di aborto: la presenza minima di medici non obiettori in tutte le strutture ospedaliere, la pubblicazione di dati da parte del Ministero della Salute per verificare la piena attuazione della 194 e la stipula di convenzioni con cliniche private per offrire delle tariffe agevolate a chi è meno abbiente.

Un diritto da tutelare

Sicuramente il diritto all’aborto non è la prima preoccupazione del nuovo governo e credo che difficilmente apporteranno delle modifiche drastiche alla 194. Il testo della legge, infatti, ribadisce più volte il ruolo sociale della maternità e invita più volte alla riflessione e alla ricerca di soluzioni alternative all’aborto.

Probabilmente si insisterà maggiormente su questo aspetto, lasciando più spazio ai movimenti Pro vita e ignorando il problema della scarsità di medici non obiettori. I governi precedenti, oltretutto, indipendentemente dal colore politico, hanno ignorato questo problema.

Io non voglio per me l’aborto, io lo voglio per chi lo vuole, lo voglio come volemmo il divorzio: per offrire una scelta di libertà.

Oriana Fallaci

Quando parliamo di diritti come l’aborto, in ogni caso, bisogna ricordare che parliamo di persone, in questo caso specifico di donne. O forse c’è chi ritiene più importante assicurarsi l’appoggio politico di un determinato gruppo di elettori?

Come afferma molto lucidamente Oriana Fallaci, l’aborto non è un compromesso politico: bisogna lasciare da parte ogni ideologia politica e – aggiungerei – anche i dogmi religiosi.

Garantire un aborto libero, sicuro e gratuito è il dovere di ogni Stato che si definisce libero e democratico. Proibirlo, al contrario, non significa azzerare le interruzioni di gravidanza: oltre ad essere una misura che reprime la libertà di ogni donna, è particolarmente dannosa perché le esporrebbe ai pericoli degli aborti praticati illegalmente.

Insomma, avere una legge e applicarla parzialmente non basta: fino a quando le donne saranno costrette a subire discriminazioni o a dover cambiare regione per esercitare un loro diritto, difficilmente potremo definirci pienamente un Paese libero e civile.

Beatrice Russo

(In copertina una foto dalla manifestazione femminista del giugno 2020, da Umbria24)

Ti potrebbero interessare
CronacaPersonale

Perché non riusciamo ancora a parlare di masturbazione?

CronacaViaggi

Andate a visitare le Maldive (finché la crisi climatica lo permette)

CronacaCultura

L’università italiana, tra aspettative e paura del fallimento

CronacaVoci

Come non fare attivismo, da Ultima Generazione a Just Stop Oil