Politica

L’astensionismo, la destra e la sinistra – 3 pensieri dopo le elezioni

Dopo le elezioni 2022

È passata una settimana dalle elezioni politiche del 2022 e in molti hanno avuto modo di riflettere sugli esiti del voto, sulle ragioni che vi stanno sotto e sulle possibili conseguenze.


Malessere e astensionismo

Il dato più desolante di queste elezioni riguarda l’affluenza: solo il 63,9% degli aventi diritto si è recato alle urne. Si tratta della percentuale più bassa della storia della Repubblica. Se si prende in considerazione il periodo compreso tra il 1946 e il 1994, la cosiddetta Prima Repubblica, si può constatare che l’affluenza all’epoca toccava vette superiori al 90%; il dato è andato progressivamente abbassandosi a partire dagli anni ’90 fino a oggi.

Credo sia importante chiedersi, e lo dovrebbe essere soprattutto per la classe politica, perché milioni di persone scelgano di non esercitare un loro diritto, il cui riconoscimento è stato ottenuto con fatica e il cui esercizio costituisce il primo presidio della democrazia.

In relazione a questo è sempre importante ricordare tutti gli elettori dimenticati, il cui diritto di voto non viene garantito, come i lavoratori e gli studenti fuorisede; si tratta di casi in cui l’esercizio del voto diventa un privilegio di chi si trova nelle condizioni, pratiche ed economiche, di recarsi dal comune di domicilio a quello di residenza.

Tra i cittadini che decidono di astenersi c’è sicuramente una percentuale che non comprende il valore della democrazia, né l’importanza del voto; ne esiste però un’altra, maggioritaria, di persone stanche o abbandonate dalla politica. Se a livello nazionale il dato è pericolosamente basso, considerato per singola regione, al Sud supera a fatica il 50%.

I giorni dopo il voto ascoltavo la filosofa Maura Gancitano raccontare dell’assenza di sezioni di partito nelle zone periferiche del Meridione, della mancanza di persone che conoscano quei luoghi e che abbiano i mezzi per fare politica. Gancitano spiegava come il nostro sia un sistema romanocentrico, manchevole di pratiche politiche locali a cui le persone possano sentirsi vicine. Ed è così che chi non si sente capito né considerato decide di non presentarsi all’appuntamento elettorale.

Chi si astiene è vittima della disillusione e del malessere, ma lo è anche chi va a votare: lo si è visto nel 2018, quando il voto di massa si è diretto verso il Movimento 5 Stelle, che si presentava come un’organizzazione anti-establishment, che avrebbe aperto il Parlamento “come una scatoletta di tonno”. Ne è conseguenza anche il sì deciso al taglio dei parlamentari del 2020, che è stato, di fatto, un taglio alla democrazia; e lo è anche il voto a Fratelli d’Italia, che su quel malessere ha fatto leva riscuotendo anche un certo successo.

La sinistra ha bisogno di ripensarsi

Enrico Letta, il giorno dopo le elezioni, prima di annunciare che non si ricandiderà alla segreteria del Partito Democratico, ha esordito dicendo: “Noi ci siamo battuti in tutti i modi per evitare questo esito”. Non so se Letta creda davvero in quello che dice, ma mi sento di dire che la sinistra non ha fatto niente per evitare questo esito.

Se si leggono i risultati dell’istituto Ixè, si nota che una sostanziosa percentuale di persone in difficili condizioni economiche ha votato la coalizione di destra; si tratta di forze politiche che propongono un sistema fiscale non progressivo, a confronto di una coalizione di centro-sinistra che vuole la progressività fiscale e il salario minimo: è evidente che il messaggio non sia passato, che non si è stati in grado di avvicinarsi a questa fetta di popolazione.

La campagna elettorale del Pd si è concentrata su un approccio dicotomico, teso a sottolineare che “loro sono così e noi non siamo come loro”, senza dare troppa importanza alla costruzione di un’identità come forza politica. Ho visto una sinistra senza senso pratico, che si è eretta su un piedistallo, confinando la destra e il suo elettorato ad una categoria di persone rozze e ignoranti che non poteva rappresentare un interlocutore credibile.

Ho visto un segretario di partito che invece di fare politica ha deciso di occuparsi di contabilità, parlando di voto utile e costruendo in vista delle elezioni gli schieramenti “noi, brava gente” e “loro, i fascisti”, senza capire che forse siamo proprio “noi” a non aver capito quanto sia profonda la radice del malessere sociale.

E, in ultimo, ho visto una sinistra frammentata come sempre, che si ostina a non capire il valore della lotta comune e della collaborazione. A questo proposito, mutando per un attimo il contesto, ripenso al video di una ragazza alla manifestazione organizzata da Non una di meno a Roma che ha attaccato Laura Boldrini, gridandole che lei non la rappresenta.

Quel video mi ha toccato molto: credo ritragga, ancora una volta, la distanza che un potenziale elettorato di sinistra sente nei confronti di chi dovrebbe rappresentarlo, ma anche lo scontro violento e infruttuoso tra forze che potrebbero lavorare insieme e non riescono a farlo.

Fratelli d’Italia è il primo partito

Come da pronostici, FdI è stato il partito più votato di queste elezioni e la sua leader diventerà Presidente del Consiglio. In molti, nelle scorse settimane, si sono chiesti se la vittoria di Giorgia Meloni sarebbe stata una vittoria per le donne; io credo che siano state le vittorie delle donne ad essere una vittoria per Giorgia Meloni.

La leader di FdI attraverserà le porte che le lotte femministe le hanno aperto per continuare ad esercitare una leadership smaccatamente maschilista; dice bene Michela Murgia quando scrive che per capire se un personaggio è femminista è sufficiente guardare al modo in cui esercita il suo potere.

Giorgia Meloni occuperà una posizione che le è accessibile grazie alle lotte di un certo femminismo liberale, che si è battuto per creare posti per le donne negli organi di rappresentanza; lo farà, forse, con questa consapevolezza, ma sicuramente non adottando quello stesso modello.

È possibile fare delle previsioni sull’indirizzo di questo nuovo governo, sulla base dei temi toccati in campagna elettorale e anche sulle esperienze di governo di questi partiti a livello regionale.

1. Diritti civili

Negli ultimi mesi erano in corso dei dibattiti relativi ai diritti civili e sociali, quindi il Ddl Zan, il fine vita, lo ius scholae; con molta probabilità il nuovo governo metterà da parte questi temi, oppure vi si opporrà con forza, per dare precedenza ad altre questioni. Con il recente ricorrere della Giornata internazionale del diritto all’aborto sicuro, questo tema è finito sotto la lente d’ingrandimento per il timore che le forze politiche di destra, pur mantenendo intatta la legge 194, rendano ostica la sua attuazione.

In Italia esiste già un problema relativo alle percentuali di medici obiettori negli ospedali, che in certe regioni rende difficile l’accesso all’IVG gratuitamente. L’esercizio di questo diritto può essere ostacolato attraverso le limitazioni all’aborto farmacologico e al divieto dei consultori di praticarlo.

Una delle ultime notizie scoraggianti riguarda l’iniziativa proposta da FdI in Liguria di dare spazio negli ospedali ad associazioni anti-abortiste, con l’obiettivo, più o meno velato, di scoraggiare le donne intenzionate a praticare un’interruzione di gravidanza, che spesso già subiscono pressioni da parte del personale medico.

In ultimo, va evidenziata la Carta dei ProVita contro l’aborto e la teoria gender sottoscritta da Meloni, Berlusconi e Salvini per impedire “la colonizzazione ideologica del gender e contrastare le attività che promuovono la fluidità di genere e dell’identità sessuale”.

2. Misure economiche e sicurezza

In campo economico, la destra ha parlato molto di flat-tax, iniziativa che prevede un’aliquota fissa; pare però che questa proposta non possa essere sostenuta dalle casse dello Stato e che quindi venga, eventualmente, ridimensionata.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza ne propongono la sostituzione con mezzi che incentivino il lavoro e altri che siano di ausilio per soggetti “effettivamente fragili”. In ultimo, sappiamo che la proposta del nuovo governo per la gestione dell’immigrazione prevede il blocco navale, inteso come accordo con le autorità libiche per impedire la partenza di barconi carichi di migranti, e la reintroduzione dei decreti sicurezza.

La coalizione di destra si è presentata a queste elezioni come un’alternativa forte e compatta, seppur con qualche tentennamento, e ha ottenuto un’ampia maggioranza. Ha, in potenza, la possibilità di governare con una certa serenità e stabilità politica. La sinistra, invece, avrà modo, spero, di analizzare il lavoro fatto e di rappresentare un’opposizione convincente. Possiamo solo osservare quali saranno gli esiti di questa nuova leadership.

Sara Nizza

(In copertina i leader dei partiti in gioco alle elezioni politiche del 2022)


Per approfondire: PD, M5S, Terzo Polo – Tre opposizioni in cerca d’autore (un articolo di Riccardo Minichella) e La destra al Governo – …E ora che succede? (un articolo di Luce Pagnoni).


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