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L’arte, sotto le bombe – Intervista a Malak Mattar (con le sue opere)

Malak Mattar 1 copertina

Malak Mattar è una pittrice ventiduenne palestinese nata e cresciuta nella Striscia di Gaza, dove è già sopravvissuta a quattro attacchi sionisti. Dall’intervista che le ho fatto, ho cercato di carpire al meglio la sua essenza, per riportarvela abbattendo quanti più muri fosse possibile. Malak artista, Malak donna, Malak palestinese.


Una delle regioni per cui ci sentiamo legittimati a distaccarci così tanto dal conflitto palestinese è la distanza di quasi 2500km che ci separa dalla Striscia di Gaza. Non sentiamo le conseguenze o la pesantezza di un’infanzia iniziata e finita sotto le bombe.

Malak Mattar: attivista inconsapevole?

Risalire all’inizio di un conflitto che perdura da più di settant’anni è difficile per gli stessi palestinesi, figuriamoci per noi italiani che spesso siamo abituati a non guardare molto più in là del nostro giardino.

Probabilmente non esiste un modo giusto per parlare di un Paese in guerra, ma conoscere qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle quegli orrori ed è in grado di raccontarli è sicuramente un ottimo punto di partenza per avvicinarci ad un mondo così lontano e così diverso dal nostro.

Ho conosciuto Malak Mattar alla sua mostra per Teatri di Vita (Bologna) a maggio, ho ascoltato la sua storia e ho visto le sue opere e mi è sembrato quasi ingiusto tenere tutto per me. La sua era una storia che meritava di essere raccontata.

Malak iniziò a dipingere a 14 anni. Oggi ne ha 22 e continua a rappresentare in arte la sua vita, le sue frustrazioni, i suoi sogni, i suoi obiettivi.

Da subito è stata chiamata attivista, perché in tempi di guerra e in un Paese occupato anche il disegno di un cocomero può diventare una forma di ribellione.

Malak però preferisce definirsi artista, anche perché, da bambina, non sapeva nemmeno cosa fosse l’attivismo.

L’arte come appiglio nella tempesta

Malak si avvicinò al mondo dell’arte grazie allo zio, appassionato delle tecniche più diverse, dalla pittura ad olio alla fotografia; crebbe vedendo come nascono le opere d’arte e come una tela vuota si possa trasformare in una storia.

All’inizio scriveva poesie, ma ben presto si rese conto che non riusciva a esprimere sé stessa come voleva e passò alle arti visive. Queste, essendo più affini al suo carattere, le consentivano di dipingere istintivamente le emozioni che provava.

La causa scatenante di tutto fu però un evento che rimase impresso per sempre nella sua memoria di bambina: la morte di una vicina. Avvenne durante il terzo attacco sionista dell’Operazione Margine di Protezione.

A un isolato di distanza da casa sua, lungo la stessa strada, un missile israeliano colpì l’abitazione di Om Geris, donna di fede cristiana sulla sessantina che le viveva vicino, e la uccise in modo brutale. Dopo quell’avvenimento, Malak realizzò che doveva trovare il modo per sfogare le pesanti emozioni che la opprimevano e l’arte oggi è diventata il suo appiglio.

Il cambio di rotta

Non è facile essere un artista in Palestina. I materiali sono difficili da reperire, alcuni colori (come il bianco) non sono ammessi all’interno della Striscia di Gaza, e da un anno è vietata anche l’importazione di tele. I pochi materiali che si trovano sono costosi e la censura esercita un grande potere sulle decisioni artistiche.

Soprattutto, non è un Paese sicuro. In Palestina non rischi la vita perché sei un artista, ma perché vivi lì, a prescindere da chi tu sia o cosa tu faccia nella vita. Puoi essere arrestato in un posto di blocco in Cisgiordania e rimanere lì per giorni o puoi svegliarti un mattino e scoprire che il Nord o il Sud è stato bombardato. Non è semplice essere un artista in Palestina perché devi anche essere forte abbastanza per far fronte ai traumi che ti porti dentro.

A maggio 2021, dice Malak, stava pensando di smettere di dipingere. L’arte è il suo luogo sicuro, il suo modo di sentirsi in pace, e invece stava dipingendo sotto le bombe. Viveva in una miscela esplosiva di traumi, tristezza, depressione, non sapeva cosa dipingere o come articolare le sue idee; e allora decise di lasciare Gaza e andare a Istanbul a studiare.

Vivere la propria vita al massimo

Nonostante tutto questo, però, l’amore verso il proprio luogo di nascita è indissolubile e per Malak dipingere a Gaza ha un profondo significato; così, quando riesce, ci torna nonostante le difficoltà.

Sembra di entrare a casa e allo stesso tempo in una prigione dove il cancello è chiuso completamente e dove non sai cosa ti aspetta. Essere un artista a Gaza significa aspettarsi la morte in qualsiasi momento pur sapendo che i tuoi dipinti vivranno per sempre.

Malak Mattar

Un sentimento dal sapore poco dolce e molto amaro, che, mentre chiacchieriamo, ci fa venire in mente la recente scomparsa di Shireen Abu Akleh, morta documentando l’occupazione sionista.

Anche se in forme diverse, entrambe raccontano una storia per portare, magari, qualcuno a riconsiderare il proprio punto di vista sul conflitto.

Malak sa per certo che non smetterà mai di raccontare la storia sua e delle persone che condividono lotte simili o che vivono sotto assedio o occupazione.

Malak non nasconde, tuttavia, che anche la sua vita potrebbe finire da un momento all’altro come quella della giornalista o come quella di Duniyana Al-Amoor, artista sua coetanea uccisa il 5 agosto dai bombardamenti israeliani.

Quando cresci in una zona di guerra, mi ha spiegato, e vedi morire la gente in pochi secondi, impari ad accettare la vita e la morte per come sono, senza darle per scontate. Bisogna cercare di vivere la propria vita al massimo, con quanta più gioia, più libertà, più umanità possibile.

Riaccendere la speranza

Quando parli con Malak capisci quanto per lei sia importante la sua cultura e quanto sia grande la sua curiosità nell’apprenderne di nuove.

Un aspetto particolare e difficile da non notare nelle sue opere è la totale assenza di uomini: Malak ritrae solo donne. Non è una scelta intenzionale, ma il semplice riflesso del suo vissuto.

Racconta di essere cresciuta in un mondo conservativo e sotto l’influenza islamica, di non aver mai interagito molto con gli uomini, nemmeno quelli della sua famiglia, e di essere sempre stata circondata da donne.

Ogni artista proviene da contesti diversi, anche all’interno della stessa cultura, per questo per lei più arte c’è in una società, meglio è, più artisti vedono la vita in modo diverso, più è possibile il cambiamento, la rivoluzione è riaccendere la speranza.

Con gli occhi di una bambina

La speranza purtroppo è qualcosa che nella Striscia di Gaza si perde facilmente. La sorella di Malak ha dieci anni in meno e, insieme a lei, ha assistito alle ultime quattro guerre. Se le chiedi che cosa la spaventi, continua a raccontare, sua sorella non parlerebbe della guerra perché, e mi viene un brivido a scriverlo, ormai ci è troppo abituata. Nella Striscia di Gaza ci sono oltre un milione di bambini e due su tre non hanno voglia di vivere, perché in molti hanno perso familiari, amici, vicini, o anche solo la casa.

Sebbene la perdita talvolta non includa nulla di tangibile, i bambini si ritrovano privati della loro infanzia e della pace per crescere in condizioni normali. Non c’è più speranza.

Il libro appena pubblicato da Malak, Sitti’s bird, parla un po’ anche di questo, è la sua storia narrata con gli occhi di quella bimba di 14 anni che si è vista cadere il mondo addosso, ma che ha raccolto i suoi pezzi e dentro di essi ha ritrovato la forza e la speranza.

Stella Mantani

(in copertina Malak Mattar, nel testo opere di Malak Mattar, su gentile concessione dell’autrice)


Per approfondire: MalakArtStore,
Instagram, Facebook.


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