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Il Mio Erasmus – Una giornata a Kapsejladsen

Kapsejladsen 12

Venerdì 29 aprile, 5:30 del mattino. Sono in cucina, sto preparando un caffè e imbottendo lo zaino di panini. Chi mi osserva potrebbe pensare che stia partendo per un’avventura; non avrebbe tutti i torti. Sto per andare a Kapsejladsen, uno degli eventi più grandi organizzati dagli studenti universitari di Aarhus.


Kapsejladsen è un evento così importante che persino le lezioni sono state spostate, in modo da permettere sia agli allievi che ai professori di assistervi. Non si parla d’altro da settimane e quasi tutti i miei compagni di corso si sono svegliati alle due di notte pur di trovare dei posti buoni, anche se il clou della giornata arriverà solo a mezzogiorno.

La mia Kapsejladsen

Va riconosciuto che i danesi sono maestri nell’organizzare eventi all’aperto. Quando arrivo io, intorno alle sei del mattino, il parco è gremito di gente, per lo più accampata su delle sedie da campeggio in bilico sulla collina, ma noto uno che si è portato direttamente il divano da casa. Ci sono banchetti con cibo, un enorme tendone con bar sponsorizzato dalla Red Bull e delle reti per giocare a pallavolo nell’attesa.

Noi italiani, in situazioni simili, ci porteremmo borse frigo e sacchi della spesa pieni di cibo per tutti. In Danimarca fanno la stessa cosa, ma con birra e alcolici, le cui bottiglie vengono disseminate per il prato. Potrebbe sembrare vandalismo, ma in realtà vengono prontamente raccolte dai senzatetto, i quali le portano alle stazioni di riciclo in cambio di qualche soldo. Verrebbe quasi da dire che bevono così tanto per aiutare il prossimo.

Le tifoserie sfegatate

Come alle partite di calcio, si possono vedere le curve delle squadre che si sfideranno dopo. Partecipano dodici facoltà, tra cui medicina, giurisprudenza, psicologia (le più agguerrite, mi hanno spiegato), veterinaria, ortodonzia, ingegneria, studi teologici. Ogni curva porta fieramente il proprio colore e i propri simboli. I ragazzi di ortodonzia sventolano fieri una bandiera nera su cui è disegnato un enorme dente: per un secondo l’avevo scambiata per una bandiera dei pirati.

La tifoseria del dipartimento di scienze, invece, continua ad aprire dei fumogeni che colorano l’aria di verde. I tifosi di psicologia, la mia facoltà, si sono posizionati vicino al fiume, sotto i megaschermi. Invece di semplici magliette, indossano un cappellino giallo, colore della squadra, che prontamente mi procuro anche io.

Armata del mio nuovo vessillo, trovo alcune compagne di corso e ci sistemiamo tra un gruppetto e l’altro di sedie. Capiamo presto che non procurarcele a nostra volta è stato poco lungimirante. I danesi sono solitamente gentili e rispettosi, ma tendono a farsi pochi scrupoli durante eventi e raduni, soprattutto se hanno dell’alcol in circolo. Avendo iniziato a bere alle due, alle otto di mattina sono ubriachi come se fosse sabato sera. I membri dello staff vendono addirittura comodi shot tascabili, in quelle che sembrano provette per gli esami del sangue.

Le persone sono talmente ubriache che iniziano a cadere dalle sedie, finendoci addosso, quasi senza rendersi conto di aver investito una persona. Molti si scrivono sulle braccia il numero di drink che hanno bevuto: probabilmente si tratta di competizione tra amici, ma indubbiamente tornerà utile se qualcuno dovesse finire al pronto soccorso.

Shot tascabili per tutti.

Un’attesa “tranquilla” e l’inizio della gara

Ci rendiamo conto presto del fatto che non possiamo restare lì in mezzo alla ressa: non solo continuano a caderci addosso, ma ci scavalca pestando anche le nostre cose senza alcun ritegno. Ci spostiamo quindi lontano dai megaschermi, al di fuori della folla, in un punto tranquillo del prato.

A questo punto mi rendo conto che svegliarsi presto la mattina avrebbe avuto senso soltanto se avessi voluto procurarmi un buon posto per guardare la gara comodamente seduta. Dalla nuova posizione non si riesce a vedere niente, per cui mi dovrò alzare, raggiungere gli schermi e guardare in piedi: arrivare alle sei o a mezzogiorno non avrebbe fatto alcuna differenza.

Il resto della giornata trascorre in modo tranquillo, mangiucchio taralli inviati da mia madre (grazie mamma!) e gioco a pallone con i ragazzi seduti vicino a noi. Tutti attorno a me ritrovano conoscenti che non vedevano dai tempi delle elementari, li invitano a bere, urlano e fanno giochi alcolici. Ho sempre ammirato come i danesi riescano a trasformare qualsiasi cosa in una scusa per bere.

Ad un certo punto i membri delle squadre corrono nudi attorno al fiume, non per ubriachezza, ma per partecipare alla gara vera e propria. Personalmente sono troppo lontana per vedere alcunché, al contrario dei miei professori, che scorgo in pole position su un balconcino che si affaccia sul fiume, da cui osservano tutto lontani dalla marmaglia dei loro studenti ubriachi.

A mezzogiorno e mezza, finalmente, gli schermi si attivano e due presentatori, due tizi molto famosi e conosciuti secondo i ragazzi con cui ho giocato, danno il via alla competizione.

Oxford ubriaca

A questo punto vi chiederete, giustamente, di che cosa si tratta? Cosa potrebbe mai spingere un’intera città e dintorni a svegliarsi alle due del mattino? Quale gara universitaria potrebbe essere così importante da venire sponsorizzata dalla Red Bull e venir commentata da personaggi televisivi?

Tenetevi forte perché non ci crederete: la gara consiste nel vogare da una sponda all’altra del fiume, bere una bottiglia di birra tutto d’un fiato, girare su sé stessi per quasi un minuto, risalire sulla canoa, tornare alla prima sponda e dare il cambio ai propri compagni di squadra. Il gruppo che finisce per primo vince.

Sì, lo so, ho avuto la stessa reazione. Vi lascio un minuto per metabolizzare questa notizia. Quando me l’hanno raccontato la prima volta, nemmeno io ci volevo credere. Con il passare dei mesi, poi, credevo fosse semplicemente una tradizione interna all’università, probabilmente nata per imitare la gara tra Cambridge e Oxford.

Come avete visto anche voi, invece, si tratta di un evento importante e amato dall’intera città, tenuto in grande considerazione e trattato come tale. I concorrenti si allenano per mesi sia a vogare che a bere velocemente, li ho visti con i miei stessi occhi. Solo i danesi potevano inventarsi una cosa del genere e li amo proprio per questo.

La scalata verso la vittoria

Le competizioni vere e proprie si svolgono a gruppi di quattro, commentate in danese dai presentatori. Non capisco nulla di quello che dicono, tranne l’occasionale “Skol!” (Cin cin!) tenendo bene in vista una lattina di Red Bull. La prima gara è vinta da medicina, che passa quindi in finale. Psicologia è al secondo giro, ma perde miseramente contro una squadra colorata di viola (non mi è ben chiaro che facoltà sia, forse Studi Teologici). I terzi finalisti sono Ortodonzia.

Festeggiare la vittoria. Tra una gara e l’altra lo staff ha organizzato spettacolini parodistici molto simpatici. Ad esempio, Gargamella rapisce Puffetta e tutti gli altri Puffi corrono in suo soccorso con la canoa. Oppure, un gruppo di pirati si sfida a colpi di spade di cartone per un tesoro, mentre la sigla de “I pirati dei Caraibi” suona in sottofondo. Ad un certo punto, un ragazzo viene posizionato su una sedia e una tizia gli fa uno spogliarello davanti. A giudicare dallo sguardo di lui, penso fosse più una punizione che un regalo.

Per motivi che tuttora mi sfuggono, Psicologia viene comunque ammessa alla finale. Da quel poco che ho capito, una sfida a svuotare una bottiglia di birra ha decretato il quarto finalista. Purtroppo, il nostro destino è segnato da subito quando il primo concorrente giallo si ribalta e finisce in acqua, restando mezzo minuto indietro rispetto agli altri. Che figuraccia!

Dopo un agguerrito testa a testa con Medicina, Ortodonzia vince. I tifosi sono in visibilio e sventolano la loro bandiera dentata. Uno testa la qualità manifatturiera della sua sedia saltandoci sopra. Anche gli sconfitti, in generale, sembrano allegri e divertiti, e nemmeno le nuvole e i tuoni che si avvicinano li infastidiscono.

Tutto è bene quel che finisce…

Io mi allontano e vado a riprendere la mia bici, prima di venire raggiunta da temporali e tifoserie ubriache. Molti, in realtà, resteranno per i vari after party organizzati dalle facoltà a base di alcol (non l’avreste detto, vero?) e forse anche altro, a sentire i racconti della mattina dopo.

Penso sia risaputo che in Erasmus si vivono esperienze nuove, diverse e strane, ma posso dire che mai avrei pensato di assistere ad una gara simile. Questo Paese non smette mai di sorprendermi.

Alice Buselli

(In copertina Kapsejladsen, da redbull.com)


Leggi gli altri articoli della serie Il Mio Erasmus in Aarhus, a cura di Alice Buselli.

 

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