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Come (non) scrivere un articolo – Mille e non più mille

Scrivere un articolo Francesco 2

Il web pullula di guide che promettono di insegnare, in positivo, qualsiasi cosa. Nella scrittura è meglio essere prudenti, e spiegare piuttosto cosa non va fatto. Facendolo.


Anzitutto, l’incipit.

Il luogo più importante di un buon articolo. Un biglietto da visita, un fiore all’occhiello, la vetrina delle vostre capacità pennaiole. Attenzione a evitare una sintassi fratta, infarcita di frasi nominali e punteggiatura grossolana. Errore da dilettanti!

Ma il peggior inizio del mondo è quello esagerato. I superlativi, insomma, sono pessimi almeno quanto gli assoluti e analoghe espressioni perentorie che non si dovrebbero utilizzare mai. Se questi sono gli esordi del vostro pezzo, scriverete al 100% l’articolo peggiore della vostra carriera.

Il giornalista più navigato, poi, sa che l’attacco dell’articolo è l’ultima cosa che deve essere scritta. Questa ottima abitudine, infatti, permette di non perdersi in pindariche elucubrazioni che, allontanando da subito il punto focale della questione con il rischio connesso di prendere la tangente dopo due righe, e finendo per annoiare (quando va bene) o più spesso confondere il lettore meno ferrato a furia di gerundi e costrutti ipotattici che sorreggono periodi interminabili, è inevitabile sfociare nell’anacoluto.

I sottotitoli non dovrebbero mai essere troppo lunghi, o rischiano di risultare inefficaci

Ogni articolo che si rispetti arriva subito alla notizia, il cuore pulsante dell’intero atto comunicativo: perdersi in oziose metafore è inutile come afferrare bolle di sapone – e muoversi sul crinale dei tropi è un’azzardata funambolia. Dell’accaduto, poi, non bisognerebbe riferire né troppo poco, né troppo: le classiche 5 W, facendo attenzione a non dare mai nessuna sigla per scontata (e non usando accumuli inutili di negazioni).

Il registro del discorso dovrebbe sempre essere professionale: “virgolette” fuori posto o evidenti cadute di stile stonano come la cravatta dell’Orso Yoghi a un raduno di nudisti. Sconsigliatissime le sfilze di puntini di sospensione gettate a piene mani… qua e là… per creare una dozzinale atmosfera di mistero.

A questo punto ti chiederai: perché coinvolgere il lettore con domande dirette è un pessimo espediente? Perché segnala un evidente imbarazzo di chi scrive, costretto a usare la retorica laddove i fatti non parlano da soli. E, proprio parlando di fatti, non ci si dovrebbe mai affidare alla prima fonte che si trova, alla prima opinione che si legge, ai primi dati che vengono alla mano – o almeno così mi ha detto Davide, il caporedattore.

Che ha aggiunto, poi, che in certi casi un pizzico di retorica non guasta – a patto però che sia discreta, fine,di buon gusto. Così gli ho chiesto: “Ti sembra una buona idea movimentare un pezzo con l’inserimento di fittizi discorsi diretti?” “È una pessima idea, Francesco. Non ci pensare nemmeno”. Ma siccome gli sembravo ancora dubbioso, ha deciso di espormi le sue personali idee in fatto di retorica giornalistica con un breve cataloghetto.

Il pentalogo dello Pseudo-Davide

“Anzitutto, Francesco, ricorda sempre che i pirotecnicismi linguistici in odore di strutturalismo, con pre-fissi o suf-fissi separati da fastidiosi trattini, sono in-tollerabili almeno quanto le archeologie etimologiche sono banali (dal latino bannalis “che appartiene a una circoscrizione federale”, e dunque “che è di pubblico dominio, di tutti”)”.

“Diffida di chi scrive per frasi fatte: sta menando il can per l’aia perché non sa che pesci pigliare. Se l’albionismo è solo un modo per risultare cool e confidente con l’inglese, evitalo perché non è effettivo. Un discorso simile vale per la lingua latina, in cui però è molto più alto il rischio di figuracce dovute a costruzioni suis generis (un ipotetico quarto caso suino o un porcello che non si riconosce negli schemi?).” Il vademecum si concludeva con l’ordine tassativo di evitare ripetizioni, perché le ripetizioni denotano una scarsa padronanza del lessico.

Chiudere in bellezza

Verso la fine del testo, poi, bisogna stare attenti alla stanchezza, che ci porta a indulgere in certi manierismi scontati e superficiali, miranti a recuperare un qualche ritmo e armonia semplicemente accostando coppie sinonimiche e dicola endiadici l’uno all’altro. Ci si guardi sempre dalle frasi fatte di certa stampa dozzinale, che, sollevando i vespai del pudore linguistico, provocano un’alzata di scudi di (presunti) cruscofili.  Non bisogna perdere di lucidità: se si commettono gravi incongruenze logiche, si confonde la causa per l’effetto

Ma soprattutto, un giornalista decoroso non chiuderebbe mai un pezzo con un pistoletto vago e tartufesco, che tiri le somme di quanto ha scritto e favoleggi un ritorno a improbabili età dell’oro. Soltanto ponendo attenzione a questi consigli potrete scrivere un articolo di qualità, indispensabile per risollevare le sorti del giornalismo italiano, trascinandolo fuori dalle secche dell’incompetenza e dell’approssimazione cui ha ormai assuefatto tutti noi.

Francesco Faccioli

(In copertina Steve Johnson da Unsplash)

P.S. L’articolo rielabora e sviluppa un’idea dalla Bustina di Minerva di Umberto Eco.


Come (non) scrivere un articolo è il testo numero 1000 di Giovani Reporter, il secondo di Mille e non più Mille, che celebra il traguardo dei mille articoli per Giovani Reporter.

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