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Ma stiamo diventando pazzi? – 5 opere sulla Salute Mentale

Grandangolo 1 Sanità mentale

Ogni mese suggerimenti, consigli e recensioni di opere d’arte di ogni genere che permettano di aprire una visione ad ampio campo su un argomento scientifico. Ogni mese sarà un’occasione di approfondimento, un punto di vista in più per arricchire la nostra idea di Universo. Sarà un grandangolo, un obiettivo da 8 mm aperto sul mondo della Scienza.


Salute Mentale e società

Anche le ultime settimane del 2021 sono riuscite a lasciarmi senza parole. Lo scorso 22 dicembre, nel nostro paese, veniva bocciato nell’ultima Legge di Bilancio l’emendamento bipartisan sul cosiddetto “bonus psicologico“, un contributo mirato a sostenere le spese iniziali di un percorso di terapia per chi ha difficoltà economiche. “C’è grande amarezza. Sapevamo fosse difficile, che le risorse richieste fossero cospicue, ma non lo erano a caso”, ha commentato su Twitter la vice presidente dei senatori del Pd, Caterina Biti, prima firmataria dell’emendamento.

Anche per me l’amarezza è stata tanta, e non per i fondi non stanziati, non per lo schieramento politico, ma perché ancora una volta è stata messa in dubbio la necessità di prendersi cura anche della Salute Mentale. Ancora una volta non si riconosce che il bisogno di salute non può essere solo fisico, ma deve essere anche psicologico, e sociale. E ancora una volta lo Stato non riesce a soddisfare tale bisogno. Soprattutto dopo due anni di pandemia, che a quanto pare non ci hanno insegnato granché.

L’OMS definisce la Salute Mentale in maniera ricca ed esaustiva come “uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”.

Troppo spesso i disturbi psicologici e psichiatrici sono ancora gravati da tabù e pregiudizi sociali. E troppo spesso la causa è una scarsa conoscenza del problema. Atteggiamenti negativi, oppositivi e di vero e proprio rifiuto verso la persona affetta da patologia psichiatrica sfociano in comportamenti stigmatizzanti e colpevolizzanti che non fanno altro che ostacolare i percorsi di cura e guarigione, gravando come macigni sugli equilibri labili del paziente e della sua rete affettiva.  

La Salute Mentale nelle opere artistiche

La Salute mentale è fin dall’antichità tema centrale di riflessioni e produzioni artistiche, anche se spesso in maniera non esplicita e non sicuramente in un’ottica di prevenzione e cura. Da secoli pazziadepressione e fobie sono oggetto di studio ed esaltazione artistica; tuttavia, l’occhio del pubblico è sempre rimasto lontano, distaccato, come quello di un turista che vede per la prima volta animali esotici o piante bizzarre. E ancora troppo poco spesso il tema della Salute mentale viene affrontato con cura e realismo, riconoscendolo come problema individuale e diffuso, che fa intrinsecamente parte della comunità umana e ci interessa molto da vicino. Lo accettiamo solo quando il problema diventa palese, esasperato; quando è troppo tardi per intervenire preventivamente.

Troppo poco spesso il benessere psicologico è posto al centro dei nostri obiettivi di salute, al pari del benessere fisico. Troppo poco spesso la figura dello psicologo e quella dello psichiatra sono poste sullo stesso piano di quella di un cardiologo o un chirurgo.  E troppo poco spesso una patologia psicologica è riconosciuta e trattata come tale. 

I miei consigli

1. Follia. Un romanzo di Patrick McGrath (Milano, Adelphi, 1998)

Romanzo psicologico ambientato nell’Inghilterra del 1959, all’interno di un manicomio criminale vittoriano, Follia è uno dei primi e meglio riusciti romanzi di Patrick McGrath, che trasla con assoluta maestria all’interno delle proprie opere il lavoro del padre, psichiatra del Berkshire, e i paesaggi dell’infanzia. 

Follia è il racconto di un caso clinico, della passione letale tra Stella Raphael, moglie di Max, uno degli psichiatri del tetro manicomio, e Edgar Stark, artista lì detenuto per uxoricidio. La vicenda è narrata dal punto di vista dello psichiatra Peter, inizialmente con apparente distacco e poi sempre più coinvolto nel decorso degli eventi.  

La penna di McGrath è serrata, fluida, dettagliata alla maniera novecentesca; le pagine scorrono una dietro l’altra catturando il lettore in un morboso interesse. Le ambientazioni che fanno da teatro alla scena sono cupeinquietanti: il manicomio descritto nei minimi dettagli, la soffitta londinese in cui si consuma la passione dei due amanti ed esplode il conflitto tra due anime, la tenuta del Galles che ospita la tragica discesa di Stella. 

Follia è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che ci coinvolge a pieno non solo grazie al perfetto stile di McGrath, ma soprattutto perché descrive personaggi tanto disperati quanto, proprio per questo, così inevitabilmente umani. L’ossessione sessuale che trascina Stella nell’abisso è un’ossessione che a poco a poco riusciamo a fare nostra. Isolamentoincomprensione e mancanza di cure tracciano un chiaro sentiero verso il drammatico epilogo. McGrath ci conduce per mano in un tortuoso viaggio dentro la psiche dei personaggi, che si rivela infine simile a quella di qualunque Essere Umano

Follia è il libro ideale per gli appassionati di storie d’amore, ma non quelle a lieto fine; per aspiranti psichiatri e per chi ha bisogno di reinnamorarsi della lettura. 

2. Il lato positivo. Un film di David O. Russell, con Bradley Cooper, Robert De Niro, Jennifer Lawrence, Jacki Weaver, Chris Tucker (Eagle Pictures, 2012)

Pat Solitano torna a casa dei genitori dopo il ricovero in una clinica psichiatrica per un disturbo bipolare e per recenti aggressioni alla moglie Nikki, con un unico pensiero in testa: riconquistarla. La scena si consuma tutta lungo la strada su cui si affaccia la casa di Pat: qui avviene l’incontro con la squilibrata vicina Tiffany, giovane vedova con alle spalle una storia di dipendenza da sesso e psicofarmaci. 

L’incontro-scontro dei due personaggi apre la strada alla guarigione, o meglio, all’accettazione di ciò che non possono più cambiare e al raggiungimento di un equilibrio, seppur precario. Una sfida atletica e un amore nascente salvano Pat e Tiffany dall’ossessione e dalla dipendenza. 

Il lato positivo si iscrive a pieno titolo in quel cinema che sempre di più si sta avvicinando alla vita vera, che non si etichetta in maniera dicotomica in dramma o commedia, bensì cerca un ardito equilibrio proprio tra il drammatico e il comico. L’equilibrio, la misura sono al centro della storia: ad affascinare lo spettatore sono la consapevolezza e la capacità di rimettere il baricentro in posizione anche quando si è a un passo dal cadere, anche quando il mondo – forse più svalvolato degli stessi Pat e Tiffany – fa di tutto per buttarti giù.

Il lato positivo è il film di chi ha voglia di ridere (ma anche riflettere), di chi ama le storie d’amore (questa volta a lieto fine), e di chi ha un tarlo in testa da cui non riesce proprio a liberarsi. E anche di chi è innamorato di Bradley o di Jennifer.

3. Volevo nascondermi. Un film di Giorgio Diritti, con Elio Germano, Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari (01 Distribution, 2020)

In questo caso è l’Arte a diventare strumento di salvezza, ad ancorare alla vita un animo sofferente.  

L’animo è quello di Antonio Ligabue (Zurigo, 18 dicembre 1899 – Gualtieri, 27 maggio 1965), uno dei più importanti pittori e scultori italiani del XX secolo, spesso etichettato da critici e libri scolastici come naif. La dolorosa esperienza esistenziale di Ligabue viene raccontata nel biopic Volevo nascondermi, che vede il ritorno sulle scene del bolognese Giorgio Diritti, già regista de L’uomo che verrà e Un giorno devi andare. L’adeguatezza e la delicatezza nel narrare i sentimenti umani, che contraddistinguono l’occhio di Diritti, incontrano in questa pellicola il talento di Elio Germano, che fa suo Ligabue, il suo genio, il suo tormento, la sua profonda sofferenza interiore. Il risultato è stato un Orso d’argento per il miglior attore al Festival di Berlino 2020 e 7 David di Donatello 2021, tra cui miglior film, regista e attore protagonista. 

La storia di Ligabue è quella di un bambino abbandonato, di un uomo incapace di relazionarsi ed esprimersi a parole, ma non di meno in grado di slanci emozionali enormi e di raccontarsi attraverso la pittura. La sua arte sorge dall’urgente necessità di placare, anche se per poco, il suo animo sofferente. I suoi quadri sono un’esplosione di forme e colori, di linee dure e aggressive, che diventano quasi uno strumento indispensabile per sfuggire alle sofferenze di un’esistenza marchiata dai disturbi mentali e dalla derisione. Ligabue è il bimbo che viene legato in un sacco e sbeffeggiato, è il “matto del villaggio”, è l’uomo che viene relegato nella stalla, quello da cui le madri allontanano i bambini.

Volevo nascondermi ricostruisce, come un mosaico, l’esistenza di Ligabue: mette in relazione il complesso rapporto con la figura femminile con l’abbandono materno; mostra atti di autolesionismo, usati dal pittore per “far uscire il male”; suggerisce con silenzi e conflitti linguistici (tra italiano, tedesco e reggiano) una profonda difficoltà di comunicazione. 

La storia di Ligabue non è una storia a lieto fine, è una storia dura e crudele, che tuttavia dà speranza di trovare una via di uscita o di accettazione. In questo caso, la passione per la pittura e la scultura, che inizia dall’empatia e dalla mimesi con il mondo animale, soprattutto quello agricolo addomesticato, e che accompagna l’artista fino alla fine. Quando la malattia fisica esaspera quella mentale, e Ligabue, già affetto da gozzo e rachitismo fin da bambino, è colpito da un’emiparesi, ecco che perde quell’unica via di salvezza e reale espressione. Ciò che resta è un ultimo grido disperato: voglio vivere, voglio continuare a fare dei quadri, non voglio morire

Volevo nascondermi è un film bello, tanto come estetica quanto come contenuto. È un film reale, di giusta misura, non esasperante né troppo addolcito. È un film per chi non ha paura di emozionarsi, per quegli animi sofferenti che ancora non sanno accettarsi, e per chi è semplicemente innamorato dell’arte di Ligabue.  

Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore.

(Epitaffio sulla tomba di Antonio Ligabue a Gualtieri)
4. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Una serie di fotografie di Mario Giacomelli (Senigallia, 1966-68)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, serie del grande fotografo marchigiano Mario Giacomelli, prende il nome dalla poesia di Cesare Pavese e dall’omonima raccolta poetica, edita postuma nel 1951. L’opera di Giacomelli, pubblicata sotto questo titolo nel 1966-68, raccoglie scatti realizzati dal ’54 all’83 nell’ospizio di Senigallia, dove la madre dell’autore, Libera, aveva a lungo lavorato come lavandaia, per mantenere i tre figli piccoli dopo la morte del marito. 

La serie di fotografie ritrae gli ospiti dell’ospizio, con i loro volti rugati, i contorni sfocati e gli occhi persi in un mondo di ricordi e solitudine. 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è il tentativo di Giacomelli di addentrarsi nel reale: le riprese sono ravvicinate, i contrasti intensi, tra il bianco del flash che avvolge le lenzuola e gli abiti scuri che aprono un baratro di dolore e abbandono. Tutto parla di matericità, di carne che perfora l’obiettivo del fotografo e si imprime addosso allo spettatore. L’opera giacomelliana è, nel complesso, mirata a decostruire il reale, nella sua apparente staticità; la produzione fotografica è un sistema vivo, un continuum di sensazioni che replica la vita. Questa serie è l’emblematico riassunto dell’idea di Giacomelli sulla vita e sulla morte, l’esito di una ricerca durata anni. 

Nelle ombre e nei volti dei protagonisti questa serie non può che richiamare alla mente La sala delle agitate nell’ospizio di San Bonifacio, un dipinto del macchiaiolo Telemaco Signorini, oggi conservato a Venezia. L’olio su tela, del 1865, ritrae un reparto psichiatrico femminile.

Telemaco SignoriniLa sala delle agitate nell’Ospizio di San Bonifacio, olio su tela, 1865, 66×59 cm, Venezia, Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro.

La costruzione è quasi “fotografica”, con un chiaro punto di fuga, una figura in primo piano che appare come un’ombra immateriale, giochi di luci e contrasti che orientano l’occhio dello spettatore. Gamme cromatiche scure e terrose usate nella parte inferiore del dipinto si contrappongono alla luce abbagliante del quadrante superiore, quasi a tracciare un sottile confine tra quella che consideriamo “salute” o “normalità” e quella che invece chiamiamo follia. Quasi a creare un netto contrasto tra gli animi agitati, il disagio psichico delle donne e la realtà ideale, che, come ben sa Giacomelli, non è altro che un’illusione

Consigliato a chi ama la fotografia (o la pittura). A chi non si sente compreso, a chi si vede abbandonato, inadeguato, fuori luogo. A chi ha bisogno di conforto, perché il mondo non è uno scatto in bianco e nero, e i punti di vista sono sempre molteplici, tutti equamente validi e “normali”. 

5. Ansia? Parliamone. Un podcast originale Storytel, scritto e condotto da Valeria Locati (Storyside 2021, montaggio e sound design di Rossella Pivanti)

Un podcast fatto di sei brevi episodi, da ascoltare la mattina in autobus, mentre si cammina verso scuola o in pausa pranzo. Sei storie tratte dall’esperienza clinica della psicologa e psicoterapeuta Dott.ssa Valeria Locati, nota alla comunità Instagram come @unapsicologaincitta

L’alternarsi della narrazione dei fatti e dello sguardo scientifico sul tema, dall’approccio neuropsicobiologico, permette all’ascoltatore di immergersi nella vicenda, riconoscervisi e farsi domande.  La voce di Valeria è chiara, calma e dall’inequivocabile accento milanese. L’autrice spiega, riflette, accompagna l’uditore in storie di fobie e ansie comuni, offrendo spunti di lettura mai banali e, soprattutto, senza dare soluzioni facili, a portata di un click. Le storie di Valeria sono storie complesse, sfaccettate e, per quanto comuni nel loro tema di fondo, mai uguali l’una all’altra, bensì personaliben individualizzate. Ci sono gli attacchi di panico di Chiara, l’ansia da prestazione di Elisabetta e la fobia della guida di Francesca. Storie umane e quotidiane, che fanno sentire meno soli e normalizzano ciò che a livello sociale è ancora troppo spesso un tabù. 

Ansia? Parliamone è il podcast adatto a chi ha paura (di qualunque cosa), a chi vuole capire come affrontare quella paura e a chi ancora non ha trovato il coraggio di chiedere aiuto. E un po’ anche a tutti gli psicologi (o aspiranti tali).

I consigli della redazione

  • Ti regalerò una rosa, di Simone Cristicchi.
  • Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio), di Fabrizio De André.

Ci vediamo il prossimo mese!

Tema di febbraio 2022: Giornata internazionale delle donne e ragazze nella scienza.
Hai qualche idea, consiglio, spunto o appunto sul tema? Invialo a redazione@giovanireporter.org o scrivici su Instagram (@giovanireporter)!


Teresa Caini

(In copertina illustrazione originale di Tiziana Capezzera)

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