CronacaPolitica

Il conflitto del Donbass, tra Russia, Europa e Stati Uniti

Donbass

Fra gli ultimi giorni di novembre e i primi di dicembre del 2021 la popolazione occidentale si è ritrovata a sentir parlare del conflitto nel Donbass. Probabilmente la maggior parte di noi ha ignorato la notizia, pensando che la disputa riguardasse una qualche arretrata regione del Paese più povero d’Europa. La situazione, in realtà, è un punto di interesse cruciale su cui forse si deciderà l’equilibrio geopolitico del continente.


L’Ucraina filoeuropea

Per meglio capire cosa al momento stia accadendo in Ucraina orientale e nel Donbass (crasi di Doneckij bassejn, bacino del fiume Donec), è necessario ritornare al 2004 e all’inizio della rivoluzione arancione. In quell’anno, fra un colossale scandalo elettorale e massicce sommosse popolari, il candidato presidente pro-autonomie Viktor Janukovyč venne sconfitto alla terza tornata dal rivale Viktor Juščenko che, oltre ai brogli dell’avversario, aveva dovuto subire un avvelenamento da TCDD per mano del vicecomandante dei Servizi di Sicurezza ucraini, fuggito poco dopo in Russia.

Il successo della rivoluzione arancione ebbe, però, vita breve con Juščenko chiamato a presiedere un governo debole e inefficace e i cui sforzi volti a unirsi all’Europa e alla NATO riscontrarono grande approvazione presso il popolo ma furono politicamente rallentati dai suoi rivali. Ciò nonostante, l’amministrazione Juščenko riuscì a dare inizio a colloqui diplomatici con l’UE con l’obiettivo di istituire un accordo commerciale fra le due parti e altri Paesi dell’ex blocco orientale come la Bielorussia, la Moldavia e l’Azerbaigian. Quando, però, Janukovyč fece il suo definitivo ritorno in politica e venne eletto presidente nel 2010, il popolo ucraino comprese che era solo una questione di tempo prima che le politiche di Janukovyč tornassero a orientarsi verso la Russia.

Il ritorno di Janukovyč e l’Euromaidan

Fra il 2013 e il 2014, quando Janukovyč rese esplicite le sue intenzioni filorusse, spingendo il Cremlino ad acquistare titoli di Stato ucraini e a ridurre i prezzi del gas, gli ucraini scesero in piazza e si rivoltarono contro il governo, era il movimento dell’Euromaidan.

Questo periodo di tumulti vide protagonisti eventi come l’esilio di Janukovyč in Russia; la resurrezione di gruppi di estrema destra, ultranazionalisti e persino neonazisti (ironicamente adottando una posizione pro-UE e pro-NATO); enormi abusi e brutalità da parte della polizia che, nel tentativo di sopprimere le rivolte, si ritrovò anche ad aprire il fuoco sui manifestanti. Per finire, vi fu la minaccia di secessione lanciata dalle regioni che avevano supportato Janukovyč (principalmente la Crimea e, nel Donbass, gli oblast’ di Donec’k e Luhans’k), dal momento che restavano in piedi soltanto grazie al massiccio sistema clientelare istituito proprio da Janukovyč.

Speculazione e ingerenza russa

La Russia, afferrando al volo l’opportunità, nel 2014 si impossessò della Crimea con una campagna di asymmetrical warfare. Il Paese fece un grande affidamento sulle operazioni degli specnaz per piegare il già debole esercito ucraino e per ribaltare il controllo del governo di Kiev sulla regione. Un aspetto molto meno documentato, tuttavia, riguarda proprio la regione del Donbass. Un forte senso identitario e indipendentista aveva sempre contraddistinto gli oblast’ di Donec’k e Luhans’k, tuttavia la de-industrializzazione postsovietica aveva relegato le due regioni ucraine a un ruolo marginale in politica e società.

La Russia seppe abilmente sfruttare questa debolezza e infiltrò nella regione ex-operativi in forza al KGB e all’FSB, come Igor’ Girkin e Valerij Bolotov. Questi presero il controllo delle sparute e disorganizzate milizie indipendentiste, le addestrarono, le armarono con dotazioni russe, riempirono i loro ranghi con paramilitari russi (noti come i “piccoli uomini verdi” per via delle loro uniformi non contrassegnate) e le rese una minaccia stabile e credibile per le già stremate forze armate ucraine.

Mappa tratta da Geograficamente

Gli schieramenti armati a ridosso del Donbass

Le autoproclamatesi Repubbliche popolari di Doneck e di Lugansk sono state una notevole spina nel fianco di Kiev, almeno fino al Secondo Protocollo di Minsk del 2015. Questo stabilì un cessate il fuoco generale e definì una linea di effettivo controllo fra la terra che il governo era riuscito a riconquistare e i territori nelle mani dei ribelli del Donbass. Tuttavia, fino ad allora, accanto agli insorti si schierarono dei signori della guerra che presero il controllo di grandi appezzamenti e la terra di nessuno divenne il regno dei cecchini.

Negli ultimi sette anni la situazione è rimasta pressoché in equilibrio, ma nella primavera del 2021 il conflitto ha ricominciato a scaldarsi. Il CSIS (Center for Strategic & International Studies) ha osservato un grande concentramento di risorse militari russe presso la base di addestramento di Pogonovo, a circa 250 km a nord-est dall’oblast’ di Luhans’k. Oltre a brigate di fanteria meccanizzata e non, si sono schierati battaglioni di carri armati, numerose unità di multiple rocket launcher (MRL), nonché batterie da difesa aerea e per missili balistici a corto raggio (SRBM). Probabilmente si contavano compagnie del genio militare e da difesa batteriologica che mostravano un dispiegamento da battaglia più che da addestramento.

Il Ministro della Difesa russo, Gen. Sergej Šojgu, aveva giustificato la mobilizzazione come una “risposta ad attività minacciose” da parte della NATO. Tuttavia, aveva subito ordinato il rientro delle truppe alle loro postazioni originarie (alcune a oltre 3000 km di distanza, a Novosibirsk). A quel primo accumulo di truppe ne è poi seguito un altro a novembre che ha visto truppe dispiegate alla base di El’nja, all’interno della striking distance da Kiev, alla base di Boyevo, a nord della città ucraina di Charkiv dalle tendenze secessioniste e alla base di Persianovsk, vicino alla frontiera sudorientale di Donec’k e Luhans’k.

L’Ucraina, mai un membro NATO

Ora, analizziamo cosa comporta realmente questa situazione per le parti coinvolte.

L’Ucraina è, ovviamente, una mera pedina di una più grande partita e ha ben poco margine di iniziativa. Si tratta, infatti, di un Paese in profonda crisi economica quanto sociale, con povertà diffusa e le cui risorse si disperdono nei giochi di potere di alcuni oligarchi. La nazione, per lo più, brama ancora di poter completare il processo di integrazione nella NATO e nell’UE, ma un considerevole numero di fattori ne impedisce l’ultimazione.

In primo luogo, la costante instabilità nelle sue province orientali costituisce un impedimento legale all’ingresso nell’Alleanza Atlantica. Questa non può concedere l’ingresso a uno Stato che abbia al suo interno una situazione di tumulto, rivolta o conflitto con un Paese straniero, sebbene l’Ucraina si sia rafforzata militarmente. Né tantomeno la NATO è interessata a fare per lei un’eccezione: in termini puramente strategici e militari le pianure del Paese e la sua forma a saliente, con metà del suo territorio circondato dalla Russia, costituiscono una posizione indifendibile in cui l’Alleanza ha scarso interesse a dispiegare truppe.

In secondo luogo, c’è da considerare che l’Ucraina è incredibilmente dipendente dai gasdotti che attraversano il suo territorio dalla Russia verso l’Europa, e dai pedaggi che ne derivano. Quando nel 2021 Vladimir Putin ha firmato un accordo con Angela Merkel per aprire finalmente il gasdotto Nord Stream 2 (che bypasserebbe completamente l’Ucraina e le farebbe perdere tre miliardi di dollari in pedaggi all’anno), la Casa Bianca dovette premere sulla Germania per farle inserire, nei negoziati, una clausola a garanzia del continuo transito di gas nella regione. L’azione fu dettata principalmente dalla necessità di non privare il Paese di quel poco di importanza geopolitica che detiene, rendendolo facile bottino del Cremlino.

Preoccupazioni e strategia russa

Questo non per dire che la Russia sarebbe effettivamente interessata a questa impresa. Dal punto di vista di Putin, le preoccupazioni principali sono quelle di:

  • Mantenere lo status di superpotenza globale (anche se si potrebbe sostenere che l’abbia già perso) del suo Paese;
  • Avere sotto controllo i Paesi vicini alla Russia;
  • Mantenere positivo il giudizio storico che affronterà in madrepatria una volta finito il suo mandato.

Per ottenere il primo obiettivo, Putin usa dispiegamenti di truppe come quelli visti poco sopra e, in maniera più sottile, le macchinazioni invisibili dei suoi agenti nel Donbass. Onde porsi in una posizione forte nei negoziati, egli attiva i suoi operativi nella regione e fa riaccendere il conflitto, per poi schierare le truppe in maniera aperta e minacciosa e mostrare sia la potenza e tecnologia militare russa, sia la sua prontezza ad andare in guerra. Con i grandi dell’Occidente spaventati a dovere, Putin siede al tavolo delle trattative così come ha fatto con il Presidente Biden a inizio dicembre, per ottenere concessioni o opporre restrizioni.

Essere in grado di controllare e aumentare di intensità la rivolta in Donbass è, inoltre, un potente strumento di ricatto nelle mani del Cremlino che utilizza sia contro l’Ucraina che contro l’Occidente. La minaccia di riaccendere il conflitto è sufficiente come deterrente per il desiderio di Kiev di unirsi alla NATO, e lo spettro dell’aperta invasione è parimenti deterrente per ogni iniziativa delle potenze occidentali.

Modalità di esercizio dell’autorità russa

Questa strategia è anche perfettamente utile per il secondo obiettivo, quello di mantenere il controllo sulla regione. Putin, infatti, ha dimostrato che può esercitare la sua autorità in maniera molto più efficiente mediante la power projection (con contratti militari di addestramento o di intervento, come in Asia Centrale e in Kazakistan) e lo strongarming politico (destabilizzando regioni come il Donbass, l’Abkhazia, la Sud Ossezia, etc.). Ciò gli evita di fare ricorso al conflitto armato dichiarato, con il beneficio aggiuntivo di non dover affrontare l’ira della comunità internazionale causata da un’eventuale annessione. Per dirla in termini semplici: mantenendo instabile il Donbass, la Russia dimostra che può fare i suoi comodi in quello che ritiene il suo “vicinato”.

In ultima istanza, non si dovrebbe ignorare la preoccupazione di Putin riguardo al giudizio storico e all’opinione pubblica russa.  Il cedere alle richieste dell’Ovest e lasciare che l’Ucraina entri nella NATO lo renderebbero il leader che ha, più di tutti i suoi predecessori, lasciato avvicinare ai confini della madrepatria i propri nemici. Lo storico e politologo Aldo Giannulli ha fatto notare come la dottrina del Cremlino preveda il non concedere a nessuno uno starting point migliore di quello che ebbero Napoleone e Hitler per le loro invasioni; nonché di tenere i missili stranieri a medio e corto raggio il più lontano possibile da potenziali obiettivi russi (in un certo senso come la politica statunitense con Cuba).

Per quanto la NATO non trovi allettante dispiegare truppe nel mezzo della pianura ucraina, di certo sarebbe entusiasta di cospargerla di silos lanciamissili che potrebbero colpire fino al bacino del Volga e le fabbriche della zona.

Gli interessi degli USA

L’ultimo player con un interesse nell’area è rappresentato, ovviamente, dagli Stati Uniti d’America, la cui posizione sulla questione è a dir poco ambivalente. Da un lato, la Casa Bianca intende contrastare l’interferenza russa nella regione e assicurare la continua preminenza della NATO in Europa. Dall’altro, non sembra effettivamente interessata a mantenere stabile l’Ucraina, o a metterla in condizioni di unirsi all’Alleanza Atlantica. Ciò potrebbe scatenare l’ira della Russia e aggiungere un alleato economicamente debole e strategicamente controproducente a un’organizzazione come la NATO, cui gli Stati Uniti sono già costretti a fornire in larga parte denaro, risorse e truppe.

Sul fronte dell’opinione pubblica interna, si dovrebbe anche tenere in conto che gli USA hanno appena visto fallire miseramente un impegno militare di vent’anni in una foreign war, una “guerra altrui”. I cittadini americani potrebbero non essere così favorevoli ad una nuova operazione di peacekeeping in un nuovo teatro orientale: un elemento che i russi ben conoscono e che hanno tutte le intenzioni di sfruttare. Nel caso, ad esempio, di un’annessione russa del Donbass, simile alla Crimea nel 2014, è abbastanza probabile che gli Stati Uniti farebbero semplicemente affidamento sulle sanzioni, dato che non ci sarebbe alcun sostegno popolare per un intervento armato in Ucraina.

Tra reticenza statunitense e astensione europea

Questi fatti fanno sì che gli Stati Uniti, per quanto teoricamente dalla parte di Kiev, siano estremamente cauti e intenti a mantenersi in precario equilibrio, concedendo solo il supporto strettamente necessario e trattenendo fondi ed aiuti militari ove possibile per compiacere il Cremlino. Incoraggiano la diplomazia per evitare di farsi trascinare in un conflitto che nessuno, da ambo le parti, sembra davvero interessato a combattere.

E intanto, mentre i cecchini e i mortai nel Donbass continuano a fare fuoco, e le truppe russe si muovono attorno al confine ucraino, un’entità geopolitica resta in preoccupante silenzio. L’Unione europea, almeno de jure terza parte del conflitto, si distingue (ahinoi) soltanto per la sua astensione da una risposta comune, o quantomeno da un accordo fra gli Stati membri riguardo al loro vicinato orientale. L’UE resta passiva quanto l’Ucraina, apparentemente soddisfatta di restare tranquilla spettatrice di un più grande gioco geopolitico le cui conseguenze sarebbe la prima a subire.

Iacopo Brini

(In copertina Tetracarbon da Pixabay)

Sull'autore

Classe 2003, mi sono trasferito da Bologna a Milano per studiare Legge e soprattutto per sfuggire alle ire dei caporedattori dopo aver sforato una scadenza di troppo. Mi appassiono facilmente degli argomenti più disparati, invento alfabeti nel tempo libero e ho la strana abitudine di presentarmi in giacca e cravatta anche ai pranzi con gli amici.
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