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“Squid Game” e i lati oscuri della natura umana

Squid Game 14

Uguaglianza, lotta di classe, riscatto sociale, libertà, morte. Sono tutte realtà che esistono negli uomini prima ancora del loro riconoscimento collettivo e hanno le loro radici nell’esperienza interiore di ogni attore sociale.


Questi concetti compaiono nel panorama delle riflessioni religiose, economiche, culturali e filosofiche, che da sempre influenzano teorie e pensieri di studiosi ed intellettuali. La serie TV Squid Game (qui la recensione di Alessandro Leo) ne racconta con assoluta imparzialità e spietatezza le tortuosità e le contraddizioni.

Siamo in Corea del Sud, centinaia di persone si confrontano in giochi mortali per poter vincere una somma ingente di denaro (circa 45 miliardi di won coreani) e dare una svolta alle loro vite, in balia di condizioni economiche precarie e squallide. L’uguaglianza è il principio alla base del gioco. Nei vestiti, nel cibo, nelle regole tutti i partecipanti sono uguali fra loro. È certamente un’uguaglianza subdola e ingannatrice, condizionata dalla violenza.

Questo perché a favore dell’uguaglianza c’è la rinuncia alla libertà. Mi spiego meglio: libertà ed uguaglianza sono due pesi e due misure da porre su due piatti della bilancia: più aumenta la prima più si restringe la seconda, e viceversa.

Homo homini lupus

Viene spontaneo fare riferimento al filosofo Thomas Hobbes, autore di una teoria dello stato di natura:Homo homini lupus“, ovvero: l’uomo è un lupo per l’uomo. La teoria hobbesiana si basa sulla tendenza naturalmente egoistica degli uomini, e su una società che impone come legge il principio dell’uguaglianza a scapito della libertà individuale.

Nella serie, quando la legge (o meglio, le regole) non basta, intervengono delle sentinelle in tuta rossa a stabilire l’ordine, come la polizia politica in ogni regime totalitario. D’altronde, il Gioco da sempre, nella storia dell’uomo, ha lo scopo di educare il bambino al rispetto delle regole, alla prudenza dei comportamenti, all’obbedienza verso i “grandi”.

Non solo, nei momenti un cui il Gioco cessa di essere solitario e, attraverso le reti sociali, mette il soggetto in relazione con altre persone, il rapporto tra realtà e fantasia è immateriale e concreto nello stesso tempo, sospeso in uno spazio virtuale, dove però le ricadute possono diventare tremendamente concrete.

È come se l’assenza di materialità liberasse i partecipanti dal peso delle conseguenze che il Gioco comporta. Anche se tali conseguenze sono fatali. Questo spiega perché il bullo insulta, offende e minaccia chi si espone al ricatto affidando al web la propria intimità e le proprie debolezze.

Vincitori e vinti

Perdere il gioco ha come unica e sola conseguenza la morte. Coerente, se si pensa all’idea dell’uguaglianza; del resto, la morte è forse il solo momento che renda davvero uguali tutti gli esseri viventi.

Qui almeno ho una possibilità, ma là fuori?

Libertà e uguaglianza sono tra gli scopi primari perseguiti per secoli dagli esseri umani. A fare da moderatore tra questi due termini interviene un terzo bene sociale, radicato sin dal principio nelle comunità: la solidarietà.

Il concetto suona bene se viene esposto in termini ideali, ma è più difficile se si pensa alla sfera empirica e pratica. Così i protagonisti stringono dei legami sociali che permettono loro di superare alcune prove, di sacrificare la propria vita per quella altrui. Persino la rassegnazione spinge i concorrenti a fidarsi l’uno dell’altro.

Non ci si fida delle persone perché se lo meritano. Lo si fa perché non hai altri su cui contare.

Seong Gi-hun

Il tema della rinuncia è funzionale alla storia della serie perché spinge gli uomini oltre i propri limiti. Non esistono alternative, non c’è nessuna possibilità nella vita vera; tanto vale giocare. Anche se il gioco è un’altalena che oscilla tra la vita e la morte.

L’individuo e la folla

Tra le tre clausole del gioco una colpisce in particolare: se la maggioranza accetta di terminare i giochi, tutti verranno rimandati a casa. In un primo momento si decide l’interruzione del gioco, ma con il passare del tempo tutti sono travolti da un’ondata di disumanità, dovuta non soltanto, come accennato prima, alla rassegnazione, ma anche alla combattività che paradossalmente investe tutti i giocatori.

In Psicologia delle folle Gustave Le Bon (Longanesi, TEA, 2004) tenta di analizzare le trasformazioni degli attori sociali se mescolati ad una folla agitata da forti emozioni; in quelle circostanze si sviluppa una coscienza collettiva che spinge gli uomini in un processo di imitazione per cui anche la psiche della persona più ragionevole tende ad identificarsi con quella della collettività.

Il vecchio, la bambina, il marito e la moglie si lasciano trasportare da spinte incontrollate e sono disposti a tutto, anche alla violenza, pur di raggiungere l’obiettivo imposto dal capo.

I giocatori sembrano tornare in uno stato primitivo, in cui dominano le passioni e l’istinto animale di sopravvivenza e di sopraffazione; cercando di eliminare gli altri partecipanti al solo e unico scopo di vincere l’ingente somma di denaro, che può cambiare la vita del vincitore, ma che allo stesso tempo costa la morte di tutti gli altri vinti.

Il fine giustifica i mezzi

Proprio questa irrazionalità delle folle, unita al principio dell’uguaglianza, spiega in che modo la tirannia del gioco riesca a convivere con la democrazia; infatti, è facile esercitare il potere su un gruppo omogeneo, uguale, che costituisce il terreno fertile per il dispotismo.

Non tollereremo alcun atto che ostacoli questo processo democratico.

La frase, pronunciata da una delle guardie, invita i concorrenti ad un esercizio di libero arbitrio. Sta a loro decidere se proseguire il gioco o meno. Così facendo, in modo paradossale, sono proprio i carnefici a farsi garanti dell’esercizio della democrazia. Una democrazia subdola in quanto si afferma su individui che “scelgono”, anche solo per acquiescenza, di essere dominati; ma pur sempre una democrazia, verrebbe da dire.

Una simile forma di governo si esercita su individui che offrono il loro consenso, anche se non sempre consapevolmente e di buon grado. Nulla di differente dal mercato e dalle tecnologie moderne, che si occupano del controllo degli impulsi ed interessi degli individui, conservando per sé stessi margini di libertà sempre più ampi nella scelta dei mezzi, ma sempre più ridotti nella scelta dei fini.

La libertà del lupo è la morte dell’agnello

Una “lotta per la sopravvivenza”, un tutti contro tutti all’insegna del “mors tua vita mea” dove esiste il diritto di ciascuno su ogni cosa, anche sulla vita altrui.

Tale violenza costituisce il male del gioco che corrode tutte le società, ed entra in netto contrasto con i principi delle due religioni maggiormente diffuse in Corea del Sud: il Buddismo e il Cristianesimo. Entrambe le dottrine, con le dovute differenze, si caratterizzano da un’etica fondata sulla compassione, sull’esortazione alla non-violenza, sulla mitezza e il rispetto di ogni essere vivente, sul procurarsi da vivere onestamente, sul dominio di sé stessi e delle proprie passioni, sulla condanna alla ricchezza.

Tutti concetti che sembrano annullarsi nella realtà, in favore del calcolo razionale, dell’interesse personale e sulla strumentalità dei rapporti.

Vi è nella serie un’implicita critica al flusso della modernità, all’instabilità di ogni sua forma, alla cultura che tenta di venire a patti con il mutamento perpetuo. Un’epoca «del fruito, del volatile e del transitorio» come la descrisse il poeta Charles Baudelaire. Il denaro è ciò che muove le azioni dei giocatori e ne determina il loro destino; persino le loro vite hanno un’equivalente in denaro.

Alla luce di questo principio, viene da chiedersi se non sia poi così falsa la concezione del rivoluzionario Karl Marx quando, alludendo all’economia capitalistica, parlava di una “mercificazione dei rapporti“. E allora l’etica della solidarietà, che faceva da mediatore tra uguaglianza e libertà nel mondo del gioco, viene a mancare nella realtà sociale, in cui la logica razionale ed economica preclude ogni forma di associazione.

Lo Spleen e la noia

Nell’ultima puntata viene svelato il volto dell’ideatore del gioco: un personaggio che si è rivelato tra i più empatici e sensibili della serie TV. Secondo quest’ultimo, poveri e ricchi sono accomunati dalla stessa condizione di insensatezza della vita, per fare di nuovo riferimento allo spleen di Baudelaire, una noia esistenziale.

È la personalità dell’uomoblasé“, il cittadino disincantato e annoiato, colui che si comporta come se avesse già visto tutto, uno dei prodotti emblematici che spingono verso l’indifferenza ed il distacco. Da lì l’idea di rendere interessante l’esistenza con un gioco di questo tipo.

L’esattezza calcolatrice che l’economia monetaria ha generato, infatti, implica il soffocamento e l’espulsione di tutti i connotati affettivi, emotivi ed irrazionali che determinano la complessità delle relazioni umane.

In una società della fretta, in cui la noia è una forma di irrequietezza, disagio e di ansia, dove aspettare è considerato una perdita di tempo, a volte è utile scoprire la magia della noia e la sua produttività. “Il tempo è denaro”, ed è sempre troppo poco. Ma se avessimo del tempo libero a disposizione, poi ce ne servirebbe di più per capire come impiegarlo al meglio per non annoiarci.

Quando ero bambino qualunque cosa facessi con gli amici mi divertivo talmente tanto che perdevo la cognizione del tempo.

Oh Il-nam

Quando si è bambini la noia non esiste e il tempo passa veloce; poi si cresce e si radica sempre di più l’idea che per vivere devi fare. Anche se questo significa morire senza essere. E forse questa è una delle più interessanti morali di Squid Game.

Maddalena Petrini

(In copertina e nel testo immagini tratte dalla serie TV Squid Gamedisponibile su Netflix)

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