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Nostalgia canaglia – La differenza tra un ricordo, un rimorso e un rimpianto

Nostalgia canaglia

L’apPunto

L’inverno alla fine è arrivato, puntuale come tutti gli anni. E in questi giorni di sente più che mai, nel freddo portato dal vento del giorno prima di Natale e nelle notti prede di una tempesta che attende solo di diventare neve. Il tempo è perfetto per lasciarsi assalire dai ricordi e perdersi nel loro sapore dolceamaro, a metà tra la malinconia e la nostalgia. Che poi è quello che si fa a ogni cambio di stagione, di anno e di vita.

Punto di partenza

La nebbia avvolge la città nel suo pallido grigiore, la pioggia cade senza fare rumore, come se non volesse rovinare l’atmosfera, le luci sono soffuse e confuse nel nero del cielo. È uno di quei momenti perfetti per chiudere gli occhi e assaporare il caldo della propria casa. In genere con una tisana o una cioccolata calda in mano, le decorazioni di Natale a colorare la stanza, magari anche la copertina appena tirata fuori dall’armadio e un buon libro stretto tra le mani.

Sopra, immagine di Kira auf der Heide da Unsplash.

Per questa occasione consiglio tre romanzi che in questo periodo mi piace tenere a portata di mano, tre romanzi che sanno di inverno, di ricordi, di vecchie vite che finiscono e nuove vite che iniziano:

  • Julian Barnes. Il senso di una fine (Einaudi)
  • Peter Cameron. Un giorno questo dolore ti sarà utile (Adelphi)
  • Sándor Márai. La donna giusta (Adelphi)

Ne parleremo più avanti, nei prossimi mesi. Per il momento credo che siano sufficienti i tre titoli, come punto di partenza. Sono tutti e tre romanzi che affrontano il tema del ricordo e della solitudine, del tempo che cambia e che spesso si porta via quello che siamo e quello che eravamo.

Giusto per ricordarci che la nostra vita è fatta di momenti sbagliati. Il posto sbagliato, il giorno sbagliato, la persona sbagliata, l’occasione mancata. Forse perché fin da piccoli siamo stati abituati al giusto, al luminoso, al corretto, al καιρός. Ogni attimo deve essere colto, ogni fiore raccolto, e non c’è mai spazio per il rimorso. In questa corsa continua a fare sempre la scelta giusta e mai quella sbagliata, ci ritroviamo colpevoli in un mondo di tragedie vestite da commedie. Se non la sera, a letto, quando lo spazio della nostra solitudine si amplifica e diventa un vuoto lancinante. E non resta che la nostalgia.

Il Punto della situazione

Ripensi ai pomeriggi trascorsi con una persona, un gruppo di amici, la famiglia. Una piccola costellazione di vecchie foto in bianco e nero appese ad una parete candida, a prendere la polvere e il giallo del tempo che passa. Ad aspettare che gli angoli lentamente si pieghino e che i ricordi un tempo indelebili si facciano più vuoti e sfocati. Mentre sorridi e tutto il resto sfuma in una miscela letale di rimorsi e rimpianti.

Spesso confusi nei loro significati, i primi sono qualcosa che non si sarebbe dovuto fare e si è fatto; i secondi qualcosa che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto. Sta tutta qui la loro differenza, nell’inversione di un’affermativa e di una negativa.

  • Il rimorso è legato al tormento, perché in genere lo si prova dopo aver fatto qualcosa, è tutto quello che ci avevano detto fino alla nausea di non fare assolutamente, in nessun mondo possibile;
  • Il rimpianto, invece, è legato al pentimento, perché in genere ci resta dentro come un tarlo, ci ricorda in continuazione tutte le occasioni che avremmo potuto cogliere e non abbiamo colto, ogni scelta che avremmo potuto prendere e non abbiamo preso, per timore o debolezza.

C’è chi dice che sia sempre meglio un rimorso a un rimpianto, giusto per poter dire che almeno si è fatto qualcosa e non si è rimasti ignavi in un mondo di persone che sanno compiere scelte. Perché in fondo dal passato si può sempre imparare qualcosa, dal condizionale no.

Ma l’illusione della scelta è un lusso concesso in genere agli eroi delle tragedie, così impettiti nei loro caratteri eterni e immortali; mentre noi, vittime di questa commedia umana, attraversiamo un labirinto di strade senza senso e ci perdiamo nella selva senza una bussola che ci possa fare da guida. Soli sul nostro palcoscenico.

Di Punto in bianco

Se, come alcuni dicono, la linguistica ci può salvare, prendiamo le parole e lasciamoci guidare dai loro significati. Il rimorso (da ri-mordere) e il rimpianto (da rim-piangere) hanno in comune la formazione attraverso un prefisso – nel primo caso ri-, nel secondo rim-, di significato analogo perché entrambi derivati dal latino re- (il secondo con l’aggiunta del prefisso in-, diventato rim- davanti a labiale “p”) con i valori di: 1) iterazione, e cioè ripetizione rafforzata del verbo originario; e 2) ritorno a una fase anteriore, spesso per poter ri-fare, compiere di nuovo, l’azione indicata dal verbo.

In comune entrambi i concetti hanno la nozione di nostalgia, che di base si riconduce ai termini greci νόστος (nòstos: “viaggio di ritorno”) e ἄλγος (àlgos: “tormento”): il sentimento di malinconia avvolgente o di forte desiderio di qualcosa che è stato e adesso è lontano, nel tempo o nello spazio. È lo sguardo della Penelope di Joseph Wright of Derby mentre disfa la celebre tela nel silenzio della notte. Gli occhi si posano sul viso addormentato del figlioletto Telemaco e il desiderio del marito Odisseo si materializza di fronte al lei nella forma della statua imponente dell’eroe.

Joseph Wright of Derby. Penelope disfa la tela, 1783-1784.

La sua solitudine mascherata, le lacrime trattenute a stento, il cane con lo sguardo a terra e il capo mesto. E all’orizzonte tutto quello che Odisseo avrebbe potuto fare e non ha fatto, tutto quello che non avrebbe dovuto fare e invece a fatto, nel rapido volgere della stagione che da semplice uomo lo ha reso un eroe e un sovrano adatto a governare il suo popolo. Al prezzo di stare sempre più lontano da tutto quello che amava.

Punti e (s)punti

Questa è la rappresentazione perfetta della nostalgia, penso, tornando a letto un’altra sera uguale a tutte le altre. E nel semi-buio dato dall’incontro tra la luce della strada e le tenebre della stanza, rimango in silenzio a fissare il soffitto, come da copione. Pensando che forse ora proprio questo è il nostro καιρός (kairòs), la nostalgia la nostra coperta di Linus che ci protegge ancora una volta dai mostri nascosti sotto il letto, a cui finalmente posso dare un nome, anzi tre nomi: ricordo, rimorso e rimpianto.

E, tuttavia, non ci fermiamo mai abbastanza a riflettere sul fatto che ogni mostro sotto il letto che abbiamo combattuto e sconfitto da bambini ha un ruolo necessario, rappresenta le prime paure che ci troviamo ad affrontare da soli, senza alcuna arma se non noi stessi, nel momento in cui cala la notte e nel luogo più intimo, privato e sicuro che possa esistere: la nostra camera. Che poi non è altro che una metafora della vita. E tutto questo solo il primo passo verso il mondo dei grandi.

Davide Lamandini

(In copertina sarandy westfall da Unsplash)


Per approfondire: Il ritorno del passato (un articolo di Elisa Ciofini) e Dentro di noi (un articolo di Elettra Dòmini).


Il Punto
Sull'autore

Classe 2000. Mi piacciono le storie, qualsiasi sia il mezzo che le fa circolare o la persona che le racconta. Credo nella letteratura, nel tempo che passa e nelle torte al cioccolato per le giornate più tristi. Aspetto con impazienza domani e, nel frattempo, leggo, scrivo e traduco qualche lingua morta persa in un passato lontanissimo.
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