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Studenti vs prof, a Bologna la didattica mista divide – Intervista a Stefano Dilorenzo (rappresentante degli studenti)

Didattica mista

La Dotta, la Grassa, la Rossa. I soprannomi di Bologna sono eloquenti, e il primo la dice lunga sul ruolo dell’università. L’Alma Mater Studiorum è un’istituzione; sotto le Torri si usava dire, scherzando ma non troppo, che il Rettore contava più del sindaco. Ora però l’ateneo è alle prese con il grande dilemma dell’università italiana: che fare della didattica mista dopo la pandemia?


Mercoledì scorso il Senato accademico ha ufficializzato le linee guida per il prossimo semestre. La didattica mista proseguirà fino alla fine delle lezioni, ma discussioni di laurea ed esami torneranno in presenza da febbraio al 31 maggio almeno. Alcuni studenti, tuttavia, potranno richiedere di sostenere le prove online. Ma che cosa c’è dietro queste decisioni? Qual è stata la genesi e qual è il messaggio che l’Ateneo vuole lanciare? A queste e altre domande ha risposto Stefano Dilorenzo (Sinistra Universitaria), rappresentante degli studenti di area umanistica e membro del Senato.

Ciao Stefano, iniziamo con una domanda preliminare: che cos’è e come funziona il Senato accademico?

Il Senato è l’organo decisionale dell’Ateneo, con rappresentanti degli studenti, dei docenti e dei tecnici amministrativi. È composto da 35 membri, di cui sei studenti eletti dal Consiglio degli Studenti, quindi tramite elezione indiretta, e tre tecnici amministrativi; i restanti sono insegnanti. Il presidente di diritto è il Rettore. Tutte le decisioni passano dal Senato, alcune vengono “impacchettate” dagli uffici — convenzioni, provvedimenti in continuità con gli anni precedenti — mentre altre, da elaborare come le linee guida per il secondo semestre, nascono da una discussione nelle Commissioni del Senato e devono essere approvate dall’Assemblea che delibera a maggioranza.

Il Senato è l’organo più importante dal punto di vista politico, è dove concretamente si prendono le decisioni, mentre il Consiglio degli Studenti, composto interamente da studenti, ha solo un ruolo consultivo. L’unica cosa che il Consiglio può decidere è come spendere i 500mila euro del fondo per il miglioramento dei servizi agli studenti; questa è l’unica cosa su cui la governance non può mettere alcun veto.

Esami e lauree in presenza, ma non per tutti. Quali studenti potranno richiedere la modalità online?

Come rappresentanti degli studenti abbiamo chiesto alcune eccezioni, per far sì che nessuno venga penalizzato. Mi riferisco soprattutto ai fuori sede che quest’anno hanno deciso di non venire a Bologna e di non prendere una casa. Oltre a questa categoria, in cui rientrano gli studenti con residenza a più di 90 minuti, saranno esentati gli studenti internazionali, gli studenti in Erasmus e gli studenti con disabilità, malattia o in quarantena.

Nell’elenco non ci sono gli studenti lavoratori, com’è possibile?

Noi li avevamo inseriti, insieme agli studenti a tempo parziale, ma il Senato ha votato per togliere questa categoria. Di nuovo 29 contro 5. Secondo il Senato, i lavoratori dovevano chiedere un permesso per fare gli esami prima della pandemia e lo stesso dovrebbero fare ora. Se sono in sede, cioè vivono a meno di 90 minuti da Bologna, sosterranno l’esame in presenza, altrimenti rientreranno nei fuori sede e lo faranno a distanza.

In realtà i problemi logistici per chi lavora sono molto più complessi. Pensiamo ad esempio a un lavoratore che prende una giornata di permesso per venire a Bologna e a sera si sente dire dall’insegnante di tornare il giorno dopo, cosa che prima del Covid succedeva quando l’appello era organizzato in modo poco ordinato. E i lavoratori non sono stati l’unica categoria contestata.

Ovvero?

Il Senato ha chiesto di mettere ai voti anche l’esenzione per i fuori sede. Otto o nove membri hanno votato per l’eliminazione anche di questa categoria, ma ha prevalso il buon senso.

Le nuove regole saranno valide fino al 31 maggio. Perché non per tutto il semestre?

Questa richiesta è venuta dai docenti. Noi avevamo proposto la data del 31 luglio, per dare continuità alla modalità con cui si è iniziato l’anno, considerando anche l’aspettativa che si è generata negli studenti, ovvero di poter avere la didattica mista per tutto l’anno. Cambiare modalità a due mesi dalla fine degli esami è penalizzante, soprattutto per chi non è venuto a Bologna. Per lo studente delle isole, ma anche calabrese o lucano, questo significa prendere biglietti di aerei e treni costosi, con una spesa non preventivata e importanti disagi logistici. Gli studenti sono però stati sconfitti in Senato al momento del voto, 29 contro 5.

Questa decisione è stata motivata con ragioni di carattere politico. Ovvero, il Senato non ha voluto rimandare ulteriormente, sostenendo che altri Atenei hanno ripreso completamente in presenza già da settembre e che l’Ateneo di Bologna di stesse adagiando sulla mista, rimandando l’inevitabile, cioè la ripresa degli esami solo in presenza. Secondo noi invece sarebbe stato più opportuno rimandare a settembre per una questione di buon senso e di “transizione morbida”.

Un messaggio all’insegna del ritorno all’università com’era prima del Covid, in sostanza

Sì, anche se sul capitolo della didattica post-pandemica non si è ancora discusso. Sono emerse alcune opinioni a riguardo, ma la discussione si è concentrata su questo momento di transizione e di emergenza. Verso marzo-aprile si deciderà per il prossimo anno accademico e probabilmente qualche novità nella direzione della digitalizzazione sarà introdotta, ma ancora non si sa come.

Quali sono le motivazioni degli insegnanti contrari alla didattica mista?

I docenti che hanno votato per “staccare la spina” in anticipo alla didattica mista hanno portato ragioni di natura politica, relative alla necessità di un’università in presenza che avrebbe maggiore qualità e valore rispetto a un’università fatta a distanza. Argomenti sui quali, tra l’altro, il Consiglio degli Studenti si è sempre espresso in maniera analoga. Gli insegnanti però hanno sostenuto che noi studenti fossimo abbacinati dalla didattica a distanza, e vedessimo in questa uno strumento di diritto allo studio. Cosa che nessuno di noi ha mai sostenuto.

Al contrario, abbiamo sempre detto che la DAD introduce una disparità rispetto a chi può frequentare in presenza e confrontarsi con i colleghi. Noi crediamo che sia necessario dare a tutti gli strumenti per venire in presenza. Intendo dire che, se vivi in un’altra regione e non puoi permetterti una casa a Bologna, lo Stato, la Regione e l’Università devono darti una borsa di studio per trasferirti. Questo per noi è il diritto allo studio, però non vedo perché si dovrebbe riportare tutto in presenza a fine maggio anziché a luglio. Personalmente, come senatore degli studenti, sono molto amareggiato. L’estensione al 31 luglio non avrebbe intaccato il messaggio politico di ritorno verso la presenza che l’Ateneo vuole dare e a marzo, quando ci sarà un check su queste linee guide, cercheremo di far sì che questo 31 maggio diventi un 31 luglio.

Ci sono studenti genitori, caregiver o lavoratori… Per loro la didattica mista non è uno strumento di diritto allo studio?

Ci sono categorie per cui sicuramente in futuro bisognerà fare questo tipo di ragionamento. Gli studenti genitori e i lavoratori con contratto sono le casistiche più facilmente verificabili. Per gli studenti lavoratori con contratti “in grigio”, diciamo così, sarà più difficile. Bisognerà capire quale sarà il limite di applicazione, ma sicuramente ci sarà da lavorare in questo senso. Determinate categorie, che prima erano escluse dall’istruzione universitaria o finivano tra i non frequentanti, così avrebbero uno strumento in più, ma bisogna chiedersi che cosa mettere loro a disposizione: registrazioni? streaming? altro?

Ci dovremmo chiedere anche che cosa fare di tutte le apparecchiature comprate…

(Ride)Sicuramente. L’Università ha speso un milione e duecentomila euro per i nuovi strumenti, andranno utilizzati… Resteranno in classe, probabilmente. Alcuni docenti hanno iniziato a invitare ospiti esterni e internazionali per alcune lezioni e in questo caso la didattica a distanza è un vantaggio. Adesso è più facile avere ospiti che altrimenti sarebbe stato molto difficile portare a Bologna.

Ma, in conclusione, i docenti credono davvero che si possa tornare all’università com’era prima, riavvolgendo la “rivoluzione Covid”?

Credo che qualcuno lo vorrebbe, ma penso che nessuno ritenga davvero che sia possibile. Anche perché ci sono degli oggettivi vantaggi che non finiscono con la possibilità di organizzare conferenze con docenti esterni. Ci sono vantaggi logistici che riguardano il funzionamento interno dell’Ateneo, le riunioni e i consigli che richiederebbero lo spostamento di molte persone e che ora sono semplificati. Ma anche per la didattica sappiamo che qualcosa cambierà: sarebbe sciocco buttare due anni di sperimentazione concreta e di esperienza, soprattutto per un Ateneo a vocazione internazionale come il nostro. Vorrebbe dire rinunciare a tanti studenti, sia internazionali sia appartenenti a quelle categorie che sono sempre rimaste ai margini. Qualcosa verrà fatto, anche se prevedo molte discussioni per il futuro.

Intervista a cura di Sara Bichicchi

(Immagine di copertina da Unsplash)

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