Cultura

Psiche, Elena e Narciso – Bellezza e dannazione nel mito classico

Bellezza cover 2021

Viviamo in un’era attraversata dal dominio sempre più infestante dell’immagine. Le apparenze, l’aspetto fisico, il successo facile sono parametri ormai interiorizzati nella nostra società; tuttavia, adempiere a quello che questa richiede da noi non è garanzia di benessere


L’essere umano non può limitarsi al solo ruolo di simulacro vivente senza soffrirne inesorabilmente, e la mitologia classica a tal proposito è emblematica.

Psiche, o del prezzo della bellezza

Nel non-tempo e nel non-luogo in cui esiste e vive il mito classico, c’era una volta Psiche, una fanciulla tanto bella da essere diventata oggetto della venerazione di folle di ammiratori disposti persino a recarsi in pellegrinaggio pur di contemplare la sua aura sacra. Questa bellezza, però, più che un dono si rivelò una condanna per la ragazza.

Psiche, infatti, era sola: nonostante tutti la desiderassero e la ammirassero, nessuno osava avvicinarsi a lei e superare il freddo e mero rapporto tra uomo e divinità. E tutto perché il suo aspetto – al pari di quello di un dio – non poteva suscitare un tale incanto senza infondere anche negli animi delle persone una sorta di timore reverenziale, quello appunto che si potrebbe nutrire verso una divinità. Per Psiche questo significava essere deumanizzata, isolata e cristallizzata all’interno di una solida parvenza divina che nessuno avrebbe avuto l’arroganza di infrangere.

In fondo, chi mai avrebbe voluto rivelare l’inganno di quella bellezza straordinaria mettendone in luce le sfaccettature umane? Come avrebbe fatto l’apparente, agognata e imperscrutabile completezza della sua fisicità a rimanere tale, se si fosse fatto trapelare l’intrinseco seme umano che cela la sua vera natura?

La sciagurata Psiche era prigioniera di quello che ognuno, superficialmente ed erroneamente, avrebbe considerato la sua più grande fortuna: il corpo. Un corpo che non solo la condannava alla più avvilente solitudine, ma attirava anche su di lei le ire e le invidie della dea Afrodite che, come se non fossero state sufficienti le sofferenze patite, non esitò a condannarla alla più una dura punizione: innamorarsi dell’uomo della più vile condizione che esistesse sulla Terra.

E con questo proposito la dea convocò suo figlio Eros, dispensatore di amore, ma anche mostro, creatura ripugnante. Il dio, nonostante i suoi tratti gentili e fanciulleschi, aveva contravvenuto in modo inaccettabile alle leggi del divino: le sue frecce non tenevano conto della scissione inviolabile tra dèi e umani; e questo spiega i numerosi rapporti amorosi intrattenuti da Zeus con donne mortali.

Fu così che la bellezza si rivelò ancora una volta nella sua drammaticità: Psiche, innamorata perdutamente di Eros, si sarebbe dovuta sottoporre a dure prove pur di conquistare il dio e mostrarsi degna del suo fascino divino.

William-Adolphe Bouguereau. Il rapimento di Psiche (1895).

Elena, o della superficialità della bellezza

Il nostro senso della bellezza è uno dei misteri più antichi e affascinanti della storia umana: esisteva già migliaia di anni prima della parola.

Del resto, quale forza dinamica ha orientato gli esseri viventi verso la sopravvivenza e la conseguente perpetuazione delle specie se non il “bello”? Come avrebbe potuto avere luogo l’accoppiamento senza l’attrazione fisica tra organismi di sesso opposto?

Per citare Nikolaj Roerich, pittore e attivista russo che si prodigò per la difesa della bellezza e dei diritti delle donne nel XX secolo, “Solo il ponte della bellezza sarà abbastanza forte da permettere il passaggio dalla riva dell’oscurità a quella della luce”. Nel mondo di Roerich la donna aveva un ruolo ideologico ben preciso: era la salvatrice del genere umano dal caos, un’emblema di pace; per questo motivo nelle sue opere dominavano soprattutto soggetti femminili.

Roerich non è, però, di certo l’unico artista ad aver ravvisato nella donna tali qualità estetiche e morali. Per millenni il corpo femminile è stato lusingato da raffigurazioni che miravano ad esaltarne il fascino. Gli standard di bellezza sono cambiati, le più svariate correnti artistiche si sono susseguite, ma l’estetica, pur passando da un modello all’altro, dalla Venere di Laussel (circa 20.000 anni fa) alla Venere di Botticelli (1485), dalla Donna di Godward alla Donna di Picasso, è stata e continua ad essere detentrice di un certo valore artistico.

Fin qua niente pare biasimabile, anzi, tutto il contrario, ma allora come può un termine come “bellezza”, una parola capace di evocare nella mente dei più soprattutto immagini luminose e gradevoli, rivelare il suo risvolto oscuro e nascosto?

Ce l’hanno mostrato proprio le vicende avverse che Psiche fu costretta ad affrontare, dai limiti posti dalla sua parvenza di bellezza divina alle prove affrontate per conquistare Eros e, quindi, quel dono sacro che la bellezza ultraterrena rappresenta. Psiche, però, è solo uno dei tanti personaggi che compongono l’elenco interminabile delle figure letterarie belle e allo stesso tempo dannate.  

La più famosa, la donna più bella del mondo, Elena: la giovane regina di Sparta che, a causa delle sue qualità fisiche inenarrabili e uniche, rappresentò il casus belli della feroce e rovinosa Guerra di Troia. La sua bellezza conturbante da motivo di vanto si trasformò in una fonte di sventure e dolori che i Troiani temevano e volevano allontanare.

Non appena quelli videro Elena salire sulla torre

Iniziarono a parlare sottovoce tra di loro:

“Non è motivo di condanna il fatto che Troiani ed Achei, grandi guerrieri,

A causa di questa donna sopportino da lungo tempo i dolori:

Nel viso è terribilmente simile ad una dea immortale;

E tuttavia, nonostante sia tale, che ritorni alle navi!

Per fare in modo che in futuro a noi e ai nostri figli non resti la sua sventura”.

Omero. Iliade III 154-160

È così che il fascino femminile ammalia, seduce, incanta; eppure, si rivela anche una chimera pericolosa che i Troiani cercano di affrontare attraverso l’appello a una presunta saggezza maschile che domini sull’irrazionalità dei sensi.

Bellezza Elena
Gavin Hamilton. Venere presenta Elena a Paride (1770) (wikimedia.org).

Vieni dal cielo profondo o l’abisso t’esprime, Bellezza?

Charles Baudelaire

Inizia così la poesia Inno alla bellezza di Charles Baudelaire, composizione che celebra la bellezza nel suo carattere duplice, nella sua posizione di antitesi rispetto all’ideale estetico di armonia e perfezione che per secoli ha trionfato nella concezione classica: è cielo e abisso, paradiso e inferno, alba e tramonto, Dio e Satana, è mostro spaventoso e fata dagli occhi di velluto, è generatrice di follie ma allo stesso lume e àncora in un’esistenza intollerabile.

Perché, dopotutto, la bellezza non è altro che un mistero pregno di contraddizioni irrisolvibili. Ha due tagli, uno ridente, l’altro angoscioso, che dividono il cuore, come direbbe Virginia Woolf.

La decantiamo, la ammiriamo, la eleviamo a immediata garanzia di benessere psicologico, ma poi ne rimaniamo travolti, o meglio, trafitti, per citare Thomas Mann. O perché ci attrae e allo stesso tempo turba, come nel caso di Baudelaire; o perché, come nel caso di Elena e Psiche, si trasforma in un velo impenetrabile oltre il quale niente ha più valore agli occhi degli altri; o perché siamo noi stessi a demonizzare il nostro aspetto, ossessionati da ideali a causa della cui pervasività la linea di demarcazione tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere è sempre più labile, sempre più evanescente di fronte a una contaminazione tra reale e ideale che lasciamo proliferare senza opporci, senza rivendicare una nostra individualità.

Narciso, o dell’illusione della bellezza

Indipendentemente dai vantaggi che possiamo trarne, è stata pur sempre l’endemica ricerca di bellezza a spingere i nostri antenati a impiegare come cosmetici persino composti di piombo, antimonio di mercurio e arsenico, pur di sbiancare la pelle; ed è sempre questa a sollecitare, persino ai giorni nostri, l’uso di sostanze non meno nocive come la tossina botulinica, ingrediente iniettato al fine di attenuare e ridurre le rughe di espressione.

Bellezza Narciso
Jules-Cyrille Cavé. Narciso (1890) (wikimedia.org)

Inoltre, fin dalla Grecia antica, alla bellezza sono sempre stati sovrapposti altri concetti come il giusto e il buono. Oggi, il cruccio sempre più asfissiante per l’apparenza e il bombardamento incessante di immagini ci conducono verso una considerazione sempre più quantificata della bellezza, verso un’idea che presuppone una correlazione sempre più consolidata tra estetica e successo.

E così ci confrontiamo quotidianamente con simulacri che, in questo caso, non potremmo neanche definire viventi, ma virtuali, intangibili e inimitabili. Simulacri che credono persino di poter individuare l’intero senso della loro esistenza nella ricerca di un’estetica ideale che, al contrario della bellezza senza scopo e concetto definita da Kant, ha un fine preciso e concreto, il raggiungimento di un apprezzamento pubblico misurato in like e follower e generatore di business.

Siamo come Narcisi contemporanei: vittime di una vanità che ci allontana dal mondo reale, ci fa desiderare e amare l’impossibile, il riflesso di un modello destinato a permanere solo e soltanto sulla misera superficie di uno specchio d’acqua; e in questo modo ci facciamo condurre, passivi, verso una dannazione inesorabile in fondo, come potremmo anche solo pensare di raggiungere il fine di una ricerca destinata a fallire già in partenza?

Della bellezza

La bellezza assoluta è un concetto meramente immaginario, arbitrario e astratto; se esistesse, come ci spiegheremmo tutti i casi di persone che, pur vicinissime ai modelli estetici perseguiti, continuano a non piacersi, a modificare i propri corpi nelle foto postate sui social e, in casi più gravi, ad abusare di trattamenti chirurgici, vittime di un vero e proprio disturbo di disformismo corporeo?

Anche per Platone la perfezione non è rinvenibile nel corpo in quanto esso, contrariamente all’anima, è costantemente soggetto a fattori esterni capaci di influenzarne lo stato e, quindi, mutevole, estraneo alla bellezza ideale e iperurania. Inoltre, la parola “estetica” deriva da αἴσθησις, che significa “sensazione”, e, come la filosofia greca ci insegna, non esiste niente di più instabile e variabile del mondo sensibile. Come possiamo, perciò, essere così illusi, ingenui e ossessionati da ideali estetici sempre in mutamento, a seconda di processi culturali, stimoli esterni e contesti sociali? Come possiamo considerare assoluta una mera apparenza che gli occhi contemplano e la mente giudica abbandonandosi alle più svariate e soggettive speculazioni, insofferente della propria incapacità di classificare con esattezza tutto e subito?

La vera bellezza è un’alleata, non ci chiede di cambiare, e lo specchio non deve riflettere le nostre paure o riempirci di insicurezze, ma rappresentare un luogo di riconoscimento che ci metta in relazione con quella forza inconscia di cui ogni nostra scelta estetica — il taglio di capelli, l’abbigliamento, il colore dello smalto… — è solo prodotto esterno. La vera bellezza, infatti, trascende i sensi, tocca le corde più profonde di noi e si presenta come ineffabile, mutevole, diversa a seconda dello sguardo che la contempla: perché cosa c’è di meno assoluto della psiche e di un’estetica che può incantare così come inquietare e addirittura paralizzare, come accade alle vittime della sindrome di Stendhal?

Il nostro obiettivo non deve, perciò, essere il raggiungimento del femminile venerato, temuto e invidiato di Psiche, ma la bellezza che possiamo plasmare su di noi come creta malleabile, a seconda delle inclinazioni del nostro inconscio; inclinazioni che, pur influenzate da un immaginario precostruito di ideali estetici, si conservano uniche e autentiche dentro di noi. Dovremmo cominciare a vederci come opere d’arte che non si esauriscono in se stesse, in una capziosa e caduca apparenza, ma pretendono uno sforzo che vada oltre, s’insinui nelle spaccature particolari della vita psichica, come direbbe Stephen Jay Greenblatt. Solo, infatti, quando illumina il viso di Eros con una lanterna, Psiche riesce finalmente a riconoscere se stessa nello sguardo dell’amato, finché la sfera emotiva le rivela la sua vera bellezza, la sua vera essenza.

Altrimenti, proprio come accade alla Psiche venerata ma allontanata da tutti, o alla sciagurata Elena e al vanesio Narciso, finiamo per divenire vittime di una parvenza che non ci appartiene, ci limita, ci soffoca, ed erriamo invano tra un modello e un altro, ostinati nel cieco tentativo di traslare su di noi, nel mondo sensibile, quel corpo intangibile e ideale che abbiamo visto in una foto.

Giulia De Filippis

(in copertina Michelangelo Merisi da Caravaggio. Narciso [1600 ca.])


Per approfondire: Voci dall’Antica Grecia – 7 romanzi contemporanei sul mito greco (un articolo di Blu Di Marco)


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