Politica

Angela Merkel – 16 anni alla guida dell’Unione Europea

Angela Merkel

Le recenti elezioni politiche in Germania hanno determinato un cambio di rotta: Angela Merkel non sarà più alla guida del governo tedesco. L’Unione Europea perde un personaggio politico che negli ultimi 16 anni ha agito da ago della bilancia tra i diversi interessi degli Stati membri, anche in situazioni di crisi.


La nuova politica tedesca

Le recenti elezioni politiche in Germania hanno determinato un cambiamento delle maggioranze passate. Le negoziazioni per formare il governo sono cominciate e si auspica la conclusione prima di Natale; probabilmente, sarà necessaria una coalizione a tre: socialdemocratici (SPD), liberali (FDP) e verdi

Considerato il peso che ha avuto Angela Merkel nelle decisioni comunitarie, tutta l’Europa guarda alla Germania e si chiede chi sarà il nuovo cancelliere tedesco. La dimensione economica del Paese, e la stabilità del governo Merkel, il cui partito cristiano-democratico (CDU) ha vinto quattro elezioni consecutive, hanno reso la Germania centrale geograficamente e politicamente nel Vecchio Continente.

La Merkel, da sempre favorevole a un’Europa più unita, è stata un punto di riferimento per gli Stati membri, soprattutto nei periodi di crisi. Ripercorriamo i principali “momenti shock” degli ultimi 16 anni: la crisi finanziaria, la crisi nucleare, quella migratoria e quella legata alla pandemia da Covid-19.

La crisi finanziaria e gli aiuti alla Grecia

Nel 2008 la crisi finanziaria metteva a dura prova la recente e debole integrazione monetaria dell’UE. Il momento più critico della crisi dell’Eurozona fu quando, nel 2010, la Grecia ufficializzò la necessità di aiuti finanziari da parte dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. I Paesi europei furono chiamati a versare aiuti, anche se i creditori tedeschi e francesi concessero la gran parte dei prestiti.

Negli stessi anni, la Germania fu il Paese più restio al salvataggio della Grecia, al punto che il vice-cancelliere Philipp Rösler sosteneva la possibilità della bancarotta greca per salvare il resto dell’Eurozona dalla crisi. Inoltre, i cittadini tedeschi erano contrariati dalle ingenti somme dei prestiti; in molti consideravano la Grecia un Paese “irresponsabile e disposto a vivere alle spese dei tedeschi”. Questo malcontento causò un calo dei consensi per il partito della Merkel, la quale decise di porre il veto su un ulteriore pacchetto di aiuti economici per la Grecia. La decisione fece rialzare i consensi e pose le basi per la sua rielezione nel 2013.

La rinuncia all’energia nucleare

Dal 2011, a seguito dell’esplosione della centrale di Fukushima, in Giappone, la Merkel ha lentamente rinunciato all’energia nucleare in Germania, spegnendo 8 dei suoi 17 reattori nucleari e impegnandosi a chiudere quelli rimanenti entro la fine del 2022. Questa scelta ha avvicinato il Paese alla Russia per l’approvvigionamento di energia; attraverso il Nord Stream 2, un canale che collega direttamente i due Paesi per le esportazioni del gas.

La Russia intende raddoppiare la capacità attuale del metanodotto, fornendo 55 miliardi di metri cubi di gas naturale alla Germania, ovviamente a scapito del gas proveniente dagli Stati Uniti. Nonostante il gas esportato dal Nord America sia meno inquinante di quello russo, il prezzo del secondo è decisamente più basso. Il cambio di rotta della Merkel rappresenta anche una scelta politica: può essere che nasconda l’intento – più volte dichiarato – di incentivare l’indipendenza dagli Usa, a livello nazionale ed europeo, pur mantenendo legami saldi da una costa all’altra dell’Atlantico.

La crisi migratoria: “ce la possiamo fare”

Nel 2015, quando l’Europa faceva fronte alla crisi migratoria, la Germania della Merkel aprì le porte a un milione di profughi siriani, iracheni, afgani con il motto “ce la possiamo fare”. La notizia di un numero così grande di migranti accolti in Germania fece calare nuovamente i consensi della CDU, a favore dell’emergente partito di estrema destra, Alternativa per la Germania (AfD). Inoltre, molti si sarebbero aspettati dalla Merkel una concreta proposta di riforma della debole politica migratoria europea, rappresentata dalla convenzione di Dublino.

La convenzione, entrata in vigore nel 1997, è uno strumento inefficace di fronte alle recenti ondate migratorie. Il regolamento chiarisce quale Stato deve ospitare i richiedenti d’asilo nel periodo di esame delle pratiche, ma questa responsabilità ricade solo sui “Paesi d’arrivo” dei migranti; normalmente quelli alla frontiera meridionale del continente europeo (Spagna, Italia e Grecia). Il documento viene ripreso in esame periodicamente, e da anni si parla di una revisione che possa “suddividere” i richiedenti asilo tra tutti i Paesi dell’Unione in maniera proporzionale, ma ancora non si è raggiunto un accordo a riguardo.

La crisi sanitaria e il piano Next Generation EU

Nel 2020, la Germania si è certamente distinta in Europa per la risposta economica e sanitaria alla pandemia da Covid-19. A livello comunitario, la Merkel ha lottato per l’approvazione del Next Generation EU. Si tratta di un fondo temporaneo da 750 miliardi di euro, operativo dal 2021 al 2024, con il fine di “riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus per creare un’Europa post COVID-19 più verde, digitale, resiliente e adeguata alle sfide presenti e future”.

L’approvazione del Next Generation EU è stata controversa, perché prevede che il blocco dei finanziamenti per i Paesi che non rispettano i principi di democrazia. Tra questi, troviamo Ungheria e Polonia, dove la comunità LGBTQ+ non è riconosciuta, il sistema giudiziario non è indipendente, e i media sono sorvegliati dal governo; era ovvio che i rispettivi primiministri, Orbán e Morawiecki, avrebbero posto il veto sul Next Generation EU – finché non fosse stato eliminato il meccanismo del blocco dei fondi. La Merkel ha proposto un compromesso: il ricorso alla Corte di Giustizia dell’UE per verificare che il blocco dei fondi avvenisse in base a una fondata inadempienza dello stato di diritto.

La proposta della cancelliera ha portato all’approvazione del Next Generation EU. Nondimeno, questo successo è controbilanciato dal fatto che le procedure della Corte di Giustizia richiedono anni – durante i quali, i fondi non verrebbero bloccati. I regimi di Orbán e Morawiecki potrebbero dunque approfittare dei finanziamenti, e farne campagna elettorale almeno fino alle prossime elezioni parlamentari. Questa soluzione, frutto della politica di compromesso della Merkel, è considerata da alcuni come una maniera di strizzare l’occhio ai governi illiberali di Ungheria e Polonia.

È naturale chiedersi se questi tentativi di mediazione non avrebbero dovuto essere accompagnati da azioni efficaci dell’Unione verso i Paesi interessati. Dal successore della Merkel, i sostenitori dell’integrazione europea si aspettano leadership per istituire politiche comunitarie a vantaggio di tutti gli Stati membri, e la garanzia del rispetto dello stato di diritto sul territorio dell’Unione Europea.

Luce Pagnoni

(in copertina Angela Merkel)

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