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Democrazia e populismo

populismo

Il populismo e la degenerazione della democrazia visti in un’ottica storica, dalla nascita del movimento a tutte le declinazioni che si sono avute. Strumenti, applicazioni e finalità di un’approccio che vuole essere “dalla parte del popolo” senza “essere popolo” e che mostra la totale inadeguatezza a condurre una sana e prospera democrazia.


Ventisette anni fa Francis Fukuyama descrisse l’era che stava iniziando allora e in cui viviamo oggi come “La fine della storia”. La Guerra Fredda era finita, e il mondo occidentale, composto da Stati democratici, era emerso come dominatore incontrastato della geopolitica mondiale. La democrazia liberale, per la prima volta da quando i principi illuministici vennero applicati dopo le rivoluzioni di fine ‘700, non aveva rivali. La monarchia assoluta, il fascismo, il comunismo, ma tutti i sistemi di governo con cui aveva dovuto convivere e confrontarsi, prima o dopo, erano caduti.

Una prospettiva senza precedenti e che suscitò in tutti una sola domanda: “E adesso?”. Fukuyama diede una risposta molto ottimistica: la democrazia è sopravvissuta perché è il sistema perfetto: non può degenerare in qualcosa di peggiore, e quindi il futuro può solamente essere l’evoluzione in democrazia di qualunque Stato sulla Terra e il raggiungimento di un benessere sempre maggiore col passare del tempo.

Una visione particolarmente utopica, ma che per buona parte degli anni ‘90 ha influenzato la mentalità dei politici e delle persone, delineando un generale senso di ottimismo per il futuro. Oggi siamo nel 2019 e, ormai da parecchi anni, dovremmo essere dentro quell’era di prosperità che Fukuyama aveva teorizzato. Diversi avvenimenti ci fanno dubitare sempre di più della veridicità di questa teoria, uno su tutti la crescita in tempi recenti di quella che sembra la degenerazione della democrazia, quella “degenerazione” che, per Fukuyama non dovrebbe esistere, e che è figlia di un’era di sola democrazia liberale e tanti problemi economici, che affonda le sue radici in un passato di populismo.

Francis Fukuyama, politologo statunitense

Nascita del “populismo”

Nonostante si tratti di un fenomeno di grande attualità, il populismo esiste fin dagli albori della democrazia moderna. Il nome in sé nacque negli USA, alla fine del XIX secolo, quando una coalizione di agricoltori, sentitasi penalizzata dalle politiche monetarie delle amministrazioni repubblicane dell’epoca, formò il People’s Party o, come venne spesso chiamato in seguito, Populist Party. La fazione venne assorbita nel giro di un decennio dal Partito Democratico, ma il termine “populismo” è rimasto nel lessico della politica internazionale per connotare in senso spregiativo certi tipi di movimenti politici non populisti per definizione ma accomunati da un determinato modo di fare politica e di rappresentare la società.

Ma in cosa consiste effettivamente questo modo? Che cos’erano (e sono) i movimenti populisti? Quali caratteristiche li identificavano (e identificano) come tali?

Innanzitutto, nella retorica populista la società viene divisa in due categorie, entrambe poco distinte e molto flessibili: il popolo e l’élite. Il popolo è concettualmente un insieme organico e unito, accomunato da un modo di vivere e da valori propri,  spesso oppresso da un’élite che comprende i vertici di quasi tutte le istituzioni alla base dell’ordine costituito, come partiti politici di governo, giornali e grandi imprese I leader populisti propongono, quindi, un rovesciamento di questo ordine, generalmente tramite elezione, con il quale assumerebbero il potere per governare “in nome del popolo”.

Definizioni storiche di popolo ed élite

La definizione di élite è molto vaga e soggetta a cambiamenti dettati da quanto è più utile ai fini retorici del movimento populista in questione e dei suoi leader. Questi ultimi fanno sempre parte del popolo e ne restano i rappresentanti anche quando assumono il potere e vanno ai vertici di quelle istituzioni che fino a poco prima indicavano, agli occhi dei propri seguaci, come élite. Alcuni leader populisti provengono addirittura da quelle che chiamano élite.

Anche il popolo è un insieme vago e impreciso: alcune categorie di persone, nonostante si trovino in condizioni economiche simili a quelle del popolo vengono considerate come estranee ad esso e alleate o protette dell’élite, per cui vanno combattute alla stregua dell’élite stessa. Un’altra caratteristica del populismo è che di base non ha posizione sullo spettro politico. Più che un’ideologia si tratta infatti di un modo di fare politica e di rivolgersi alla massa che viene sfruttato da movimenti di ideologie diverse.

Esempi di populismo nel passato

Il comunismo e i movimenti nazionalisti europei hanno spesso utilizzato una retorica populista: secondo l’ideologia nazista, ad esempio,  la sconfitta nella prima guerra mondiale e la miseria del popolo tedesco derivavano dal tradimento degli ebrei, rappresentati spesso nell’immaginario popolare come ricchi banchieri o spie bolsceviche, e dei socialdemocratici (partito dominante nella politica della Repubblica di Weimar). Siccome in questi casi si parla di ideologie forti e ben definite che utilizzarono la retorica populista per il proprio successo, non ricordiamo questi movimenti come populisti. Diversamente è stato con regimi dalle caratteristiche più particolari, come, per esempio, la presidenza di Juan Domingo Peron in Argentina che combinò una retorica nazionalista e un’economia corporativista con politiche sociali molto progressiste e rivolte al sostegno della classe operaia.

Per tutta la seconda metà del XX secolo l’influenza dei movimenti populisti, specialmente in Europa e Nord America, cominciò a scemare, nonostante eccezioni notevoli, una su tutti il successo di Silvio Berlusconi in Italia. Verso la fine del secolo si finì per avere una situazione simile a quella descritta da Francis Fukuyama: un mondo nel quale l’Occidente democratico, liberale e capitalista dominava la geopolitica mondiale.

Il progresso tecnologico e il benessere da esso derivato portavano una speranza per un futuro che, in teoria, poteva solo migliorare. Una speranza di sicurezza e prosperità catastroficamente crollata insieme a due Torri in fiamme ed esplosa insieme ad una bolla speculativa di centinaia di miliardi di dollari.

New York, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001

La guerra al terrore, la Grande Recessione e l’ondata migratoria dell’ultimo decennio hanno distrutto i punti fermi della società dei vent’anni precedenti e hanno lasciato milioni di persone in grave difficoltà economica in ballo tra disoccupazione e disuguaglianze  sempre più crescenti. Di fronte al disperato bisogno di risposte, in quegli anni la gente si è trovata dinanzi partiti che, influenzati dall’apoteosi del liberalismo degli anni precedenti, si erano moderati al punto da non essere più considerati degni di fiducia, ormai non rappresentavano più gli interessi del popolo. E da questa situazione di sfiducia, di estraniazione e di rabbia, negli anni ‘10 del XXI secolo, un gruppo di movimenti ne ha approfittato per ottenere voti sfruttando l’insoddisfazione e le paure più profonde della popolazione: i nuovi populisti.

Il fare “populista” nel mondo online

Quelli che oggi chiamiamo “populisti” sono un conglomerato di partiti e movimenti politici uniti dall’approccio politico tipico dei populismi, abbinato ad un uso magistrale ed estremamente esagerato dei media, tradizionali e nuovi, che è alla base del loro successo. I leader di questi movimenti hanno profili social molto attivi e cercano di comparire in televisione il più spesso possibile. C’è una strategia ben studiata alla base di ogni loro post o dichiarazione il cui scopo principale è mostrare agli occhi della gente un’immagine di “uomo del popolo”.

Questo avviene tramite varie modalità. Molto spesso condividono online aspetti della loro vita quotidiana e pubblicano post che riguardano argomenti di carattere non politico e molto “popolare”, così da persuadere chi li segue di “essere come loro”. Quando arriva il momento di parlare di politica, poi, il linguaggio populista continua ad essere molto informale, più vicino a quello di una chiacchierata tra amici in un pub che a quello utilizzato normalmente nell’ambito, in modo da creare identificazione e far sentire rappresentate persone che magari avevano fatto quegli stessi discorsi parlando con gli amici e che ora, sentendo un politico sostenere gli stessi argomenti in pubblico, si convincono a supportarlo.

Lo schema d’azione: polarizzare le masse

Riguardo alle politiche proposte, i populisti odierni sono spesso molto vaghi. Le proposte sono tutte semplici, basiche e comprensibili a tutti, riassumibili in una frase di quindici/venti parole circa al massimo, e sono fatte principalmente per spingere sulla linea di propaganda del partito in questione. La campagna elettorale di un movimento populista sembra infatti rifarsi perfettamente alle campagne di propaganda del XX secolo, sempre corrispondenti ad uno stesso schema, dalle prime sviluppate dai Paesi belligeranti nella Grande Guerra per spingere la popolazione a contribuire allo sforzo bellico, alle campagne elettorali dei regimi fascisti, nazisti e stalinisti.

Alla base vi è quindi la creazione di un nemico. Qualcuno che è alla base di ogni problema della gente e che ha tratti assolutamente negativi. È crudele, disonesto, avido. Nella Grande Guerra questo nemico era il tedesco o l’inglese, a seconda dello schieramento, sotto il nazismo i nemici erano gli ebrei e i bolscevichi che spesso venivano sovrapposti per creare un unico grande nemico riconoscibile contro il quale fare fronte comune e annientarlo, raggiungendo così l’obiettivo prefissato.

Il populismo si nutre di pregiudizi

Nei movimenti populisti di oggi il nemico più ricorrente è dato dagli immigrati. “Gli immigrati rubano il lavoro o prendono soldi dallo Stato per non fare niente”. “Gli immigrati sono ladri, stuprano e spacciano”. Nei singoli Paesi europei un altro nemico ricorrente è l’entità Europa, accusata di rubare soldi agli Stati, di essere oppressiva perché ha troppi poteri ma allo stesso tempo di non fare abbastanza perché ne ha troppo pochi. “La crisi è colpa dell’Europa, bisogna uscire dall’Euro”. E così via. Trump negli Stati Uniti usa la Cina, Bolsonaro in Brasile usa la sinistra o il Venezuela.

Attenzione, però. Questi nemici non sono scelti a caso. Si basano su pregiudizi che la gente ha già ma che normalmente, magari, tende a non seguire. Il nazionalismo che è rimasto latente genera diffidenza nei confronti dell’Europa. La paura di quello che non si conosce spinge la mente umana ad essere più sospettosa verso chi percepisce come estraneo. La propaganda populista martella la gente dicendo loro che quello che temevano, che sospettavano, è vero ed è peggio di quanto credessero. E così diventa facile credere che quel nemico disegnato sia reale e che i populisti e le loro proposte semplici per tutti i problemi siano la risposta migliore.

Cosa ne sarà della sana democrazia?

Perché, dunque, il populismo che è un problema, una “degenerazione della democrazia”, esiste ancora, dopo oltre un secolo? In un contesto come quello degli anni ’90, dove la democrazia era sopravvissuta ad ogni rivale, si pensava che il populismo fosse un fenomeno in via di estinzione. Era opinione diffusa che istituzioni democratiche stabili e forti, che la distanza da ogni influenza non-democratica, che l’alba dell’Era dell’Informazione, dove le notizie e la conoscenza sarebbero state accessibili a tutti grazie alle tecnologie digitali, non avrebbero più dato terra fertile a forme di populismo e che questo non avrebbe avuto alcun futuro.

La realtà ha provato il contrario. Ed è un problema perché il nuovo populismo sfrutta il lato peggiore delle persone, divide la società senza portare alcun beneficio. Non ha idee, non ha un modo per cambiare il mondo e migliorare la vita delle persone. A problemi complessi dà soluzioni semplici, completamente avulse dalla realtà, inadeguate, e che non aiutano minimamente il popolo.

Trump negli USA e la Lega in Italia, in ambito economico, hanno sostenuto la flat tax, una riforma che potrà anche dare una spinta all’economia a breve termine, che potrà anche sostenere i piccoli imprenditori (anche se non è certamente l’unica risposta in ambito fiscale che si poteva dare alle loro difficoltà e di sicuro non è la migliore), ma sul lungo termine aumenta spaventosamente la disuguaglianza economica e causa problemi per l’economia. Rende i poveri più poveri e i ricchi più ricchi, in breve. Nonostante ciò, la gente li considera “uomini del popolo” e ne consegue una cattiva tendenza che sposta la rappresentanza del popolo dalle istituzioni democratiche ai leader carismatici dei partiti, ed è molto inquietante. Il populismo, così come si sta mostrando, è soltanto la caricatura deforme della democrazia.

Non si può prevedere il futuro, ed è quindi impossibile dire che impatto avranno i nuovi populismi sul nostro futuro. Forse creeranno nuove dittature e faranno precipitare il mondo in guerra nuovamente. Forse, alla fine, avranno un impatto positivo e riusciranno effettivamente a migliorare la vita delle persone. Quello che è certo è che la crescita di questi movimenti è un modo della gente per dire ai partiti (che una volta rappresentavano queste persone) e alle istituzioni democratiche (percepite così tanto lontane), che c’è qualcosa che non va. Che così non si può andare avanti. È un grido di protesta che sarà meglio che venga raccolto, perché istituzioni e popolo dovranno unirsi per affrontare le grandi sfide che questo XXI secolo ci pone davanti.

Lorenzo Bezzi


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