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10 domande a Sciabola – La scintilla nello sguardo degli emergenti

Sciabola

Sciabola, all’anagrafe Marco Oldoni, è un rapper toscano classe ’98. Si è approcciato al mondo dell’hip hop con la break dance; alle jam ha conosciuto il freestyle e ha iniziato, quasi per gioco, a scrivere le rime.


Ora il rap è una componente fondamentale della sua vita e nella scena si distingue come emergente grazie alla sua scintilla: il bisogno, sincero, di esprimere qualcosa. La sua evoluzione personale e musicale, che dalle jam lo ha visto aprire grandi concerti, è raccontata all’interno dell’EP di esordio: Primate. Prodotto da Rambla, questo primo progetto è un viaggio nella vita di Sciabola con un’ambientazione particolare: la giungla, che emerge anche nei termini e nelle sonorità.

1. Un rapper di Casciabola che di nome d’arte fa Sciabola: c’è una storia dietro questa scelta?

In effetti il mio nome d’arte ha una storia un po’ balorda [ride]. Un rapper di zona, mentre facevamo freestyle, mi ha proposto questo gioco di parole con il mio paese di origine. Ho pensato subito che assomigliasse ai nomi dell’hip hop vecchia scuola: mi piace e si pronuncia bene, così ho deciso di tenerlo.

2. Hai parlato di freestyle… Le battle sono state la tua gavetta?

Ho iniziato con la break dance e da lì sono entrato in contatto con il mondo hip hop: alle jam e ai vari contest con la break ho fatto la gavetta. Lì vedevo i rapper che facevano freestyle e dopo un paio di anni che ballavo mi sono detto: “Proviamo a buttarci sul rap”. Ai tempi chi voleva avvicinarsi al mondo hip hop iniziava spesso con la break o con il rap, era più semplice rispetto a fare graffiti o mettersi a produrre, erano quelli i più gettonati. Dopo un po’ ho mollato la break perché avevo problemi alle ginocchia e ho continuato col rap. Ancora adesso cerco di frequentare il mondo delle jam, quando posso, perché per me è stato ed è un elemento molto importante della mia vita.

3. Qual è il primo ricordo che hai legato al rap?

Ascolto rap da quando ero bambino. Ho sei fratelli e il più grande mi faceva ascoltare rap americano o italiano vecchia scuola, ad esempio i Dogo, o Fabri Fibra. Non mi era mai venuta però l’idea di provarci. Poi uno che faceva freestyle mi ha detto che mi ci avrebbe visto e allora mi sono messo da solo a provare. E veniva qualcosa. Non avevo ancora la mentalità che ho adesso, ho iniziato seriamente soltanto da due annetti a questa parte. Prima del disco mi sono accorto che i numeri salivano, le canzoni mi soddisfacevano, mi sono detto: “Proviamoci, le possibilità ci sono”. Il treno passa per tutti almeno una volta nella vita: sta a noi cercare di non perderlo.

4. Nel brano Rugiada dici: “Porto a gamba tesa ciò che al rap manca”, cosa hai voluto dare al rap
con questo EP?

A molti artisti che escono adesso manca il fare un disco quando se ne ha veramente bisogno. La volontà di raccontare storie, la ricerca di un filo logico, il fatto di non parlare sempre delle stesse cose. Sono caratteristiche che non vedo da tempo, se non nei rapper affermati. Anche il fatto di stare mesi dietro al disco e cercare di avere sempre un prodotto e una musica che siano originali. È questo che volevo trasmettere. Io ascolto tantissimi rapper emergenti anche di più rispetto a quelli noti. È gente nei cui occhi vedo la stessa fame che c’è nei miei.


5. Ti ha accompagnato per molto tempo la creazione di questo album?

Io e il mio team abbiamo lavorato a questo disco per quasi due anni. È stato chiuso a maggio 2020, in piena quarantena. Abbiamo aspettato un anno per farlo uscire perché per me era, ed è tuttora, un lavoro da portare live, ad ogni costo. Per fortuna questa estate abbiamo avuto modo di fare molte date. Ho iniziato a lavorare con Rambla, il produttore, che era a Londra a studiare, e lavorare a distanza non è stato semplice. Adesso che è qui è tutto diverso, si va in studio e si riesce a provare bene e a lavorare insieme.

Io rimango dell’idea che un disco vada fatto quanto l’artista ne sente il bisogno: faccio musica dal 2016 e questo è il primo EP che pubblico. Ho sempre fatto uscire solo singoli perché non mi sentivo pronto, serviva la maturità giusta.

6. E adesso puoi dire di averla raggiunta

Il disco parla della mia evoluzione artistica e personale, di come ho superato tante cose. Se lo ascolti tutto, dalla prima all’ultima traccia, ti rendi conto di questo cambiamento: fino a metà è più rap, c’è più rabbia; dopo arrivano i pezzi tristi fino a Bomaye che, grazie anche al drop, definisce questa evoluzione in tutti i vari aspetti.

7. Come ti approcci alla scrittura? Aspetti che l’ispirazione ti prenda o sei tu a cercarla?

Scrivo quando ho l’ispirazione. In genere sono momenti, che vanno e vengono, e quando me ne accorgo mi metto davanti al computer e scrivo. Può capitare che non mi esca niente, ma spesso funziona. Ho scritto Rugiada mentre ero in quarantena e fuori pioveva. La quarantena mi ha aiutato molto a scrivere: tutti i giorni mi mettevo a fare musica, sperimentando cose che non avevo mai fatto, in particolare ritornelli melodici.

Non sarei mai riuscito a fare un brano come Rugiada fino a un anno fa. Sono dell’idea che un artista debba sempre sperimentare. Quando qualcuno mi dice: ”non sei più quello di prima” io penso sempre: ”meno male”.

8. Vivi la scrittura come un bisogno?

Vivo in generale la musica come un bisogno. Ormai è diventato un bisogno primario, riuscire a sfondare sarebbe solo un motivo in più. Ma sono dell’idea che non smetterò mai di farlo, perché mi molto ad essere sincero, prima di tutto con me stesso.

Uno dei miei fratelli, che fa l’attore di teatro, una volta mi ha detto: “cerca di scrivere anche le cose più semplici del mondo in un altro modo: creando metafore, immagini; l’importante è che ciò che scrivi diventi tuo”. Non voglio fare i testi filosofici o troppo profondi, non sarebbe da me. Non sono una persona che legge molto, purtroppo, ma è una cosa su cui sto lavorando. Però se devo far arrivare un concetto ad una persona, voglio che arrivi nella mia maniera.

8. Nello stesso brano, Rugiada, dici: “Vivere diventa un intralcio”; ti riferisci alla scrittura?

Sì, purtroppo è la vita dell’artista. Nel brano The dark side of the mood Nitro canta “vivere male per scrivere bene” e questo lo vivo a pieno. Non il fatto che per essere artista sia necessario vivere sempre male, questo no, ma sono dell’idea che devo scrivere di ciò che vivo veramente, nel bene e nel male.

In Primate parlo di come sia finita una mia vecchia relazione e di come ci sia rimasto male. Nel momento in cui ascolti il pezzo ti rendi conto che le emozioni raccontate sono vere e in qualche modo ti immedesimi di più. è questo che deve fare un artista.

10. E come ultima domanda, ovviamente: ci sono progetti futuri? Hai qualcosa in cantiere che vuoi
anticipare?

Stiamo lavorando a parecchi singoli, non sappiamo se diventeranno un nuovo EP. Io adesso sto producendo e facendo musica. Voglio avere un po’ di materiale anche perché sono in cerca di un’etichetta.

Adesso il disco è uscito da indipendente però in parte sento che manca quel salto che solo un’etichetta può dare. Poi sto lavorando a progetti nuovi, sapendo che dovranno superare quello che ho fatto finora; e questo non è facile. Voglio continuare sul filone dei suoni africani e portarlo avanti finché sento che funziona.

Intervista a cura di Maddalena Ansaloni

(in copertina Marco Oddoni, in arte Sciabola)

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