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Stereotipi di genere – Le catene della mascolinità

Stereotipi di genere

In un articolo pubblicato a luglio con Sistema Critico abbiamo illustrato come gli stereotipi di genere influenzino la vita di tutti noi. In particolare, abbiamo descritto alcuni fenomeni riguardo il modo in cui le donne sono costrette a convivere con questi stereotipi.


Spesso dimentichiamo, però, che perché la femminilità sia considerata monolitica, anche la mascolinità deve esserlo. Lo dimostra un tweet di Simone Pillon citato nell’articolo precedente: “è naturale che i maschi siano più appassionati a discipline tecniche, tipo ingegneria mineraria per esempio, mentre le femmine abbiano una maggiore propensione per materie legate all’accudimento, come per esempio ostetricia”.

Arroganza, prestanza, violenza

Se per le donne accedere al mondo universitario e lavorativo è molto difficoltoso per via degli stereotipi di genere, per gli uomini l’unica via possibile è il successo in questi due ambienti. L’Uomo con la U maiuscola deve essere prestante fisicamente, di spicco nel lavoro e nella società in generale; non deve provare forti emozioni per niente e nessuno ed è egoista ed egocentrico (a ragione, visto il successo che ha).

La mascolinità è costituita quindi da una dimostrazione di forza continua, sviluppata sul piano concreto (denaro, automobili, orologi, prestanza fisica) più che astratto o culturale e costituita da una peculiare assenza di emotività. Il vero uomo non è empatico, non esprime le proprie emozioni in pubblico, a meno che non si tratti di rabbia o pura euforia. Sono infatti socialmente accettate sia le risse tra uomini, sia gli atti di vandalismo compiuti da uomini in momenti di particolare eccitazione. Abbiamo vissuto per esempio i momenti di follia collettiva in tutte le città italiane (e non solo) dopo la semifinale e la finale dell’Europeo di calcio di quest’estate. È stata una follia collettiva, appunto, i cui eccessi tendenti al vandalismo e alla delinquenza sono stati tollerati se e quando compiuti da uomini.

Il vero Uomo non è un buon padre

Questa visione socialmente condivisa della mascolinità come arroganza, prestanza e violenza si riflette nella realtà del quotidiano in diverse discriminazioni, esattamente come si riflettono in discriminazioni gli stereotipi sulla femminilità. Agli uomini, per esempio, è garantito un congedo di paternità di soli 10 giorni in Italia, contro quello di maternità di ben 5 mesi. Allo stesso modo, è molto complesso per gli uomini ottenere la custodia dei figli in caso di separazione, anche se la madre è evidentemente inadeguata ad occuparsi dei figli. Inoltre, pur essendoci diversi fondi e iniziative statali contro la violenza domestica, la maggior parte delle associazioni e delle strutture che si prendono cura delle vittime di questo fenomeno si dedicano al sostegno di sole donne e, al massimo, dei loro figli.

Questo mette in difficoltà gli uomini vittime di violenza domestica più di quanto già non lo siano. Uscire da queste situazioni è complesso per ogni vittima, ma soprattutto per gli uomini che si trovano a dover ammettere di essere vittime. Questo perché all’uomo non è permesso di essere debole; la debolezza è femminile e, come abbiamo visto, femminilità e mascolinità sono due mondi contrapposti e complementari che non si mischiano.

A questa difficoltà iniziale già enorme si aggiunge quella di non avere alcun luogo sicuro in cui andare una volta lasciato l’ambiente violento. E se questo problema è incontrato anche da moltissime donne, per cui le strutture di tutela esistono ma non in numero sufficiente, quanto può essere pesante per gli uomini? Inoltre, a parità di crimine gli uomini tendono ad essere condannati a pene peggiori rispetto alle donne, perché culturalmente ritenuti più violenti e aggressivi.

Neppure una scappatoia

Mentre le donne all’interno della società occidentale possono internalizzare la misoginia o rifiutarla senza venire ripudiate socialmente, la situazione maschile è più complessa. Quando infatti gli uomini abbracciano la loro emotività raramente trovano il supporto che ricevono invece le donne che si distaccano dalla femminilità monolitica, che sia internalizzandola o meno.

L’unica possibilità per gli uomini di integrarsi nella società è vivere secondo gli stereotipi di genere loro imposti, accettando di essere ritenuti a prescindere più violenti. Rifiutare la mascolinità come monolitica significa, per gli uomini, stigmatizzazione e discriminazione. Non c’è scappatoia né soluzione, solo un costante malessere più o meno forte tra quello che si è e quello che si dovrebbe essere.

Siamo già ciò che dovremmo essere

La soluzione, ad oggi, è soltanto in una prospettiva a lungo termine. Bisogna insegnare a noi stessi e al prossimo che quello che siamo è esattamente ciò che dovremmo essere. Bisogna combattere perché questo sia l’unico credo con cui ragioniamo delle vite delle persone. Non è il genere in cui ci identifichiamo a definire le nostre capacità in ambito lavorativo né in ambito relazionale; è solo una caratteristica come un’altra che plasma il nostro vissuto.

Gli stereotipi, di genere e non, sono solo un limite. Solo smettendo di dare per scontata una persona in base a ciò che vediamo di lei a primo impatto potremo sperare, un giorno, di poterci davvero raccontare fino in fondo per ciò che siamo, senza sentirci obbligati a diventare chi gli altri vorrebbero che fossimo.

Chiara Parma

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