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L’ozio degli antichi – Il valore positivo del tempo libero

Ozio

Secondo un noto proverbio, l’ozio è il padre di tutti i vizi; eppure è proprio ciò che molti di noi, adesso, desiderano. Archiviati gli esami di maturità e la sessione estiva, vorremmo solo giacere indisturbati sulla spiaggia o sul divano, senza libri (almeno per un po’). Vorremmo oziare, insomma, e se gli adulti ci guardano con disappunto, l’etimologia è dalla nostra parte: in origine, infatti, il termine “ozio” aveva un significato positivo.

Le radici della parola “ozio”

“Ozio” deriva dal vocabolo latino otium che indicava il tempo libero, il riposo o la vita privata. In alcuni contesti poteva riferirsi anche a un momento di inattività, come una tregua durante una guerra. Così, per esempio, era otium il ritiro in campagna dell’ex-console che, stanco delle lotte politiche, si dedicava alla conduzione della propria villa, ma lo fu anche il buen retiro dell’imperatore Tiberio, che per anni governò Roma da Capri; poi ancora la sosta invernale dell’esercito cartaginese, che fece tirare il fiato alla repubblica dopo la clamorosa débâcle di Canne, nota come ozi capuani.

In tutte queste accezioni di otium manca o è decisamente marginale la denotazione negativa, che caratterizza invece la parola italiana.

Otium Vs Negotium

Il contrario dell’otium, per gli antichi Romani, era il negotium. Quest’ultimo termine designava diversi tipi di attività, a partire dall’impegno politico e gli affari commerciali.

Intellettuali e filosofi latini si interrogavano frequentemente sui benefici di otium e negotium e si chiedevano quale fosse la scelta di vita da preferire. Le principali scuole di pensiero a riguardo erano l’epicureismo e lo stoicismo, in cui si riconoscevano due campioni della letteratura latina: Lucrezio e Seneca.

Impegnarsi nella vita politica oppure starne fuori? Questo era il dilemma. Lucrezio non aveva dubbi: la politica era per lui una passione (cupido) negativa che allontanava dalla serenità, perciò l’otium era l’unica via percorribile. Chi si impelagava nel negotium era destinato a naufragare in un mare di turbamenti, mentre il saggio, grazie alla sua vita ritirata, restava al sicuro sulla riva e osservava gli altri affannarsi (Lucr., De rerum natura, incipit del libro II). Una posizione, quella di Lucrezio, figlia dell’insegnamento di Epicuro: “vivi nascosto” e sarai sereno. L’impegno politico, dunque, non è contemplato: lo Stato diventa una nave da cui è meglio saltar giù.

Seneca, al contrario, abbracciava la tesi stoica del negotium, inteso come il dovere del saggio di agere et prodesse (agire e giovare agli altri). Il sapiente, dunque, doveva anche fare politica. Nel 62 d.C., tuttavia, proprio Seneca si ritirò a vita privata.

Seneca e il De otio

Dopo circa dieci anni di impegno al fianco di Nerone, prima come precettore e poi come consigliere, Seneca lasciò la corte. Morta Agrippina, madre di Nerone, nel 59 d.C., i rapporti tra l’imperatore e il filosofo si erano incrinati e Seneca, immerso in un ambiente sempre più ostile, optò per il ritiro. A quel punto, però, la tesi del negotium rischiava di non reggere alla prova dei fatti, così Seneca la corresse in un’opera intitolata, non a caso, De otio (62 d.C.).

Il De otio è un capolavoro di retorica. Nei primi capitoli Seneca riconosce l’otium solo come ultima spiaggia, una scelta estrema che il saggio può fare quando gli è impedito il libero esercizio delle sue funzioni. Nei passi successivi, tuttavia, procedendo da un’argomentazione all’altra, Seneca arriva a definire l’otium come il massimo del negotium. Ovvero, lungi dall’essere una vacanza all’insegna del vino e del buon cibo, l’otium diventa il momento della riflessione sui grandi valori che il saggio conduce non solo per se stesso, ma anche per gli altri. In questo modo il filosofo in ritiro giova all’umanità e l’otium è, in realtà, negotium.

Da otium a “ozio”       

Nell’evoluzione dal latino all’italiano il valore positivo della parola otium si è perso. È difficile stabilire con esattezza quando sia avvenuto il cambiamento di significato, ma già nel quattordicesimo canto dell’Orlando furioso (1516-1532) di Ludovico Ariosto compare un Ozio personificato, associato al Sonno e alla Pigrizia. Dopodiché, facendo un salto temporale di circa due secoli, nel Giorno (1763) di Giuseppe Parini troviamo il giovin signore sprofondato nell’ozio e per questo ripreso dal precettore, alter ego dell’autore, che vorrebbe per lui un riposo alla latina, cioè dedicato ai versi e allo studio.

Il significato moderno del termine “ozio” ha completamente soppiantato quello antico, ma forse un po’di otium alla latina farebbe bene a molti di noi. Un periodo di decompressione da dedicare alle nostre passioni o anche alla semplice riflessione su ciò che vogliamo fare, lontano dalle agende strapiene e dai ritmi forsennati del nostro mondo, non sarebbe male. Seneca docet: il ritiro non è necessariamente disimpegno e pigrizia.

Sara Bichicchi

(Immagine di copertina da Unsplash)

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