Cultura

“Yoga” di Emmanuel Carrère – In alternativa, vivere

Yoga

Yoga“, di Emmanuel Carrère. In copertina, sopra uno sfondo blu riposante, opaco e scuro, sta un cerchio nero, pieno. Il cerchio ha diversi significati: rimanda alla Madre Terra, origine della vita; significa perfezione e completezza, armonia; è il principio e la fine; è la ciclicità delle stagioni. Per i buddhisti, l’illuminazione.


Certo, è chiara la scelta, per il nuovo libro di Emmanuel Carrère che parla di yoga, pratica che cerca di farci uscire dal samsara per accedere al nirvana. Ma fermiamoci un attimo: parla davvero di yoga?

Limbo

La prima parte del libro è fedele al titolo, in quanto l’autore, dopo un lungo periodo di crisi, vuole abbandonarsi alla meditazione. Nella comunità Vipassana – ironicamente definita “la Corea del Nord” – vuole darsi totalmente, completamente allo yoga e, compilata una scheda, si prepara a dieci giorni di assoluto isolamento e silenzio. Anche i lettori non amanti della pratica e un po’ scettici si abbandonano al racconto, e ciò si rivela la scelta giusta.

Carrère non si limita a mettersi a nudo, sulla scorta del fatto che la letteratura “è innanzitutto il luogo in cui non si mente”, ma ci consente di meditare a nostra volta: non assumendo posizioni seduti sul nostro zafu, bensì incantandoci attraverso le parole. Come fili d’aria penetriamo dalle sue narici e percepiamo. Come sangue scorriamo nelle sue vene, sentiamo il suo prurito e lo controlliamo. Inhale, exhale.

L’angoscia conficcata sotto il mio plesso solare altro non è che la paura della morte, e il lavoro da fare negli anni di vita che mi restano penso sia questo: imparare a espirare.

Emmanuel Carrère

A Vipassana cerca di ridimensionare il suo ingombrante ego, quella vanagloria che impediva al suo spirito di meditare. Lì entra in una zona liminale: al contempo fuori e dentro il mondo. Ma, come abbiamo detto, il cerchio è yin e yang. Se dentro, la comunità è lo svuotamento di sé che può portare allo zenit, fuori è il nadir. Al quarto giorno l’autore è costretto a uscire: in quei pochi giorni di emarginazione, il mondo esterno si è scatenato. Terroristi yemeniti hanno attaccato il giornale Charlie Hebdo, e nel tragico avvenimento il suo amico scrittore Bernard Maris è morto.

Il lupo

Ecco che il libro muta forma e Carrère svela aspetti molto intimi della sua vita, a partire dal suo bipolarismo. Una nevrosi diagnosticata all’alba dei sessant’anni, che in una frazione di secondo dà senso a decenni di alti e bassi, tra esaltazione e depressione. In un capitolo racconta il ricordo di una sera, in Canada, in cui stava praticando tai chi con un maestro di sci davanti a un lago, rischiarato dalla luna. Ad un certo punto il maestro gli aveva indicato un lupo, seduto sulla neve poco distante, che li osservava svolgere le loro movenze.

In quel momento aveva capito non solo che dovevano fare silenzio, ma che dovevano anche continuare a fare quello che stavano facendo perché “al lupo interessa”. Forse quel lupo, lì fermo a osservarlo, poteva essere lo stesso che cerca ora di mangiarlo – come nella favola del lupo e del capretto. Il lupo era la malattia che pazientemente aspettava, le zampe affondate nella neve.

Volevo la catastrofe non meno di quanto volevo la riappacificazione e oscillavo costantemente, insopportabilmente, dall’una all’altra.

Emmanuel Carrère

Si può vedere un ponte di collegamento tra la meditazione e la malattia? In un caso cerchi di liberare la mente per scacciare il caos, per allinearti con gli astri e raggiungere la vetta. Nell’altro caso è la mente stessa che si libera dal tuo controllo e va incontro al disordine. Così le due settimane che Carrère passa ricoverato al Sainte-Anne, tra una scarica di elettroshock e l’altra, sono il disgregamento dei quattro giorni trascorsi a Vipassana. Quel limbo oscuro tra lucidità e offuscamento di sé, lo porta a pensare al suicidio.

Ma, da figura eccentrica quale è, il nostro autore non può non avere incontri altrettanto eccentrici. Il suo psicanalista, quasi come un santone indiano che sciorina massime sull’esistenza, non cerca di dissuaderlo. Gli dà ragione, e aggiunge: “In alternativa, può vivere“. Lo esorta ad aderire a quell’orrore che impregna la sua vita, ad esserlo. “Se deve morirne, ne morirà”.

Storia di una tristezza

È strano, mi viene da pensare, quando un altro scrittore prova a descriverti. Perché ai suoi occhi sei un po’ come un personaggio di cui deve scavare la psiche, interpretare i movimenti, svelando cose che il personaggio stesso non sa. Così il giornalista inglese con cui passa due giorni per un’intervista a tutto tondo, sembrava aver decifrato bene Carrère, quasi nel profondo. A partire dalla disposizione del divano “depresso” nel suo appartamento, dal suo fisico giovane e dal suo volto anziano, o dal modo in cui guida lo scooter, con estrema lentezza e prudenza. È proprio in sella a questo scooter ballonzolante, indeciso se aggrapparsi al suo intervistato o mantenere la distanza, che il giornalista confessa che avrebbe dovuto “abbracciare quell’uomo così infelice”.

Yoga può essere letto come una storia di tristezza. Di più tristezze. Dalla morte di Bernard a quella del suo editore, amico carissimo dagli occhi che brillano sempre. Dalla separazione con la madre dei suoi figli, alla passione fuggevole e intensa con donne di passaggio, alla sua consapevole incapacità di amare davvero. Dal ritrovarsi solo nella casa di una donna sola, al riempimento dell’anima grazie alla polacca Eroica di Chopin. Dalle storie dei migranti afghani di Leros, con le loro vite tristi e la loro voglia di ascoltare storie felici, a una vita in cui ciò che fai è continuare a non morire.

Je ne sais pas pourquoi je meurs et noie

Avant d’entrer à l’éternel séjour.

Je ne sais pas de qui je suis la proie.

Je ne sais pas de qui je suis l’amour.

Catherine Pozzi

La scoperta dell’altro

Questo libro parla di yoga. E non ne parla. È una storia che non guarda solo a se stessa, superando così quel narcisismo che Carrère tentava di placare con la meditazione, ma estende il radar alle vite degli altri. Dall’inizio alla fine il libro è un cambio di rotta, quasi come se il protagonista piano piano aprisse gli occhi e si accorgesse che attorno a lui ci sono altre persone, che provano sentimenti simili ai suoi. Lo yoga è per se stessi, egoismo per sconfiggere egoismo, e al contempo aiuta a sentire quello che si trova intorno.

Perché, se c’è una cosa che tutti abbiamo in comune, è il fatto che siamo vivi, e conosciamo orrore, malattia, felicità, tradimento, appagamento, paura. Possiamo sederci, percepire quello che ci scorre dentro, e scegliere di viverlo. E se ci deve uccidere, ci ucciderà.

Blu Di Marco

(In copertina Adrien Olichon da Pexels)

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