Politica

La riforma Cartabia

Riforma Cartabia

Ma quanto è caldo il tema giustizia? L’otto luglio il Governo ha finalmente raggiunto un’intesa per una nuova riforma della giustizia, promossa dalla ministra Cartabia. La riforma, nella sua formulazione definitiva, è stata sostenuta da tutti i partiti della maggioranza, ma per arrivare al risultato, comunque fortemente compromissorio, è stato necessario un lungo lavoro di mediazione, in particolare di fronte alle proteste del Movimento 5 Stelle, che – tradizione – fa del giustizialismo uno dei suoi cavalli di battaglia.

La riforma è stata presentata dal presidente Draghi come un intervento necessario per rientrare nei parametri obbligatori per l’erogazione dei primi fondi del Recovery Fund, in ossequio alle grandi innovazioni che sono state inserite nel PNRR per risolvere i problemi della giustizia italiana. I numeri, infatti, ci restituiscono chiaramente una situazione ormai insostenibile. L’Italia ha subito 1202 condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (la seconda , se ve lo state chiedendo, è la Turchia a 608): i nostri processi penali in primo grado necessitano di 310 giorni per arrivare a una sentenza, circa il triplo di Spagna e Germania, mentre in appello la durata media è di 835 giorni contro i circa 140 della media europea. Anche in campo civile, purtroppo, i tempi della giustizia italiana non sono nemmeno lontanamente paragonabili agli altri Paesi.

Riforma Cartabia

Per farla breve, abbiamo un disperato bisogno di riforme strutturali che permettano alla nostra giustizia di funzionare e che consentano di centrare gli ambiziosi obiettivi prospettati dal Commissario UE alla giustizia Didier Reynolds: ridurre del 40% la durata media del processo civile e del 25% la durata del processo penale.

La “Spazzacorrotti”, la prescrizione e il rinvio a giudizio

La riforma Cartabia tocca moltissimi punti che vanno letti alla luce delle ultime modifiche apportate in tema di procedura penale dalla famosa o famigerata legge Spazzacorrotti”, dell’ormai ex guardasigilli Bonafede. Oltre al rincaro delle pene per i reati di corruzione concussione e peculato, la legge prevedeva che, per tutti i reati commessi dal 1 gennaio 2020 in poi, venisse sospesa la prescrizione in seguito all’emissione della sentenza di primo grado (indipendentemente dal fatto che essa fosse di condanna o di assoluzione).

Se non avete capito questo discorso in dialetto giuridico stretto, proverò ora a tradurlo in italiano (: la prescrizione penale è un istituto del nostro ordinamento che consiste nell’estinzione di un reato in seguito al decorso di un determinato periodo di tempo. Quest’ultimo varia in base al tipo di reato, alla pena che viene irrogata per quel reato e all’eventuale presenza di attenuanti o aggravanti. Sospensione della prescrizione significa che il decorso del periodo di tempo necessario a estinguere il reato si interrompe, cosicché, dopo le sentenze di primo grado, il reato non potrà più estinguersi. Questa misura è stata mantenuta intonsa dalla riforma Cartabia, che in ogni caso è intervenuta in modo significativo sulle prime fasi del procedimento. Innanzitutto, nella fase preliminare: il pubblico ministero potrà richiedere il rinvio a giudizio (ossia, sempre traducendo dal giuridico all’italiano, la predisposizione del primo grado) solamente sulla base di una “ragionevole previsione di condanna”, e non più soltanto in presenza di elementi che consentono di sostenere l’accusa. Questo punto è molto importante perché, allo stato attuale, il 40% dei processi si chiude con l’assoluzione dell’imputato in primo grado, percentuale considerata molto alta e ricondotta a una sorta di “mania del processo” di giudici e PM.

 L’altra modifica, che invece riguarda direttamente il primo grado di giudizio, interviene sull’impugnabilità delle sentenze in appello: esso diventerà inammissibile “per difetto dei motivi” nei casi in cui “non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata”. Il presidente della commissione tecnica Giorgio Lattanzi, aveva peraltro proposto una norma piuttosto rivoluzionaria, ma cassata dalla ministra: non più le procure, ma il Parlamento avrebbe deciso in quale ordine affrontare le pratiche a seconda del tipo di reato.

I limiti temporali in appello e Cassazione

Ma l’argomento che ha scatenato una vera bufera sulla riforma è la tempistica del processo in appello e in Cassazione. Il testo della proposta di legge, infatti, prevede che il processo in appello non superi la durata di due anni dal pronunciamento della sentenza di primo grado, mentre il processo in Cassazione non dovrà superare l’anno dal pronunciamento della sentenza di appello. Questi limiti, tuttavia, potranno essere derogati per i reati più gravi, ossia i reati legati alle mafie, al terrorismo e – grazie all’opposizione grillina – anche i reati contro la pubblica amministrazione, estendendo di un anno il limite del processo in appello e di sei mesi il limite del processo in Cassazione.

Se questi limiti sono sforati, il giudice dichiara l’improcedibilità e il caso viene chiuso. Messa in questi termini, la riforma potrebbe sembrare una manna dal cielo in un momento storico in cui in Italia sono pendenti circa 265 mila processi. Moltissimi, tuttavia, sono scettici: in un’intervista al Fatto Quotidiano rilasciata il 10 luglio, Piercamillo Davigo ha parlato di “un’amnistia di fatto”, che condannerà moltissimi processi all’improcedibilità per il semplice fatto che le nostre corti non hanno i mezzi per gestire una mole così elevata di lavoro, cosicché moltissimi crimini minori rimarranno impuniti; ancora più duro il presidente della Corte d’appello di Napoli Giuseppe De Carolis, il quale in due interviste rilasciate sempre al Fatto Quotidiano ha lapidariamente sentenziato che, in questo modo, i processi “nascono già morti”.

Riforma Cartabia
Il presidente della Corte d’Appello Giuseppe de Carolis ha espresso alcune riserve sulla riforma Cartabia.

La Corte d’appello di Napoli, prosegue De Carolis, è la Corte più in difficoltà del nostro Paese: perché si arrivi alla sentenza di appello, in media, sono necessari più di 2000 giorni, ossia più di 5 anni, tanto che molti dei processi calendarizzati nel momento in cui scrivo riguardano fatti risalenti al 2015-2016. Mancano i cancellieri e gli altri tecnici, mancano 16 giudici solo nelle sezioni penali, i collegi effettivamente funzionanti sono 15 su 18 e i processi pendenti, tra cui alcuni maxi-processi per camorra, sono 57000. La sensazione, dunque, è che si tratti di una riforma imposta dall’alto, senza effettive possibilità di applicazione per via di una sostanziale mancanza di risorse umane. È vero che riguarderà soltanto i reati commessi dal 1 gennaio 2020 in poi, così come la Spazzacorrotti, ma il timore è che, di fronte a fattispecie complesse (come la tragedia del Mottarone o i grandi processi per mafia), le armi della giustizia si inceppino a causa dei tempi troppo risicati.

Cosa prevede il PNRR per la giustizia?

Le critiche, tuttavia, non hanno frenato la ministra Cartabia, sicura del suo operato e della bontà della sua riforma. In un’intervista rilasciata al Corriere il 10 luglio la Guardasigilli ha difeso le misure introdotte, sia dal punto di vista dei principi, sia dal punto di vista pratico. La proposta, infatti, segue il tracciato della legge Pinto (89/2001) che introduceva il diritto di richiedere un’equa riparazione per l’irragionevole durata del processo, ossia quando il processo nei tre gradi di giudizio sforava i sei anni. Ad oggi diciannove distretti d’appello su ventisei sono stabilmente nei tempi previsti dalla riforma, dunque il problema sarà portare a regime quei sette distretti, primo fra tutti Napoli, da cui deriva la maggior parte dei ritardi processuali del nostro ordinamento giudiziario.

Come fare? Cartabia è sicura: con i fondi europei e le riforme previste nel PNRR. Entro il 2024, infatti, l’amministrazione provvederà all’assunzione di circa 2700 cancellieri e di più di 20 mila tecnici e amministrativi per gli uffici giudiziari e per l’ufficio del processo, grazie a un piano da 2,3 miliardi di euro. Nei prossimi anni assisteremo anche a una riforma del concorso in magistratura, che tornerà ad essere accessibile per i laureati. 140 milioni di euro verranno invece destinati alla digitalizzazione, che renderà più semplice gestire e trovare documenti e materiali. In ultimo, la ministra annuncia che la sfida sulla giustizia non è certamente conclusa, ma dovrà passare per un altro importantissimo step: la riforma del CSM, in questo periodo oggetto anche dei quesiti referendari promossi dalla Lega. Insomma, se le cose andranno come previsto, forse – finalmente – elimineremo i ritardi della nostra giustizia, che ogni anno, secondo i dati della Banca d’Italia, ci costano circa l’1% del PIL.

Le reazioni della politica

In politica, la riforma Cartabia è stata accolta con sentimenti diversi. Ottimista il Partito Democratico, che ha salutato con favore la riforma, mentre molto più scettica è stata la destra. Da Italia Viva a Forza Italia, da Lega a Fratelli d’Italia, tutti si sono dichiarati delusi da una riforma al ribasso, che non elimina la disciplina sulla prescrizione come introdotta dalla Spazzacorrotti. Il convitato di pietra, nonché vero sconfitto della riforma, è il Movimento 5 Stelle, sempre più spaccato tra i contiani, assolutamente contrari, e l’ala grillina e ministeriale, che invece ha approvato la proposta – sebbene leggermente modificata in senso giustizialista.

Fatto sta che, al di là delle proteste di Tajani per il modus operandi adottato dal garante dei pentastellati, la situazione in casa M5S è tragica: la profonda divisione tra le correnti interne potrebbe far scaturire una crisi difficilmente ricostruibile, che non avrebbe effetti soltanto all’interno del partito,  ma con ogni probabilità  porterebbe alla caduta del governo Draghi, considerato che il M5S è ancora il partito di maggioranza relativa. L’impasse sembra essere stato superato solo grazie all’accordo raggiunto in extremis tra Conte e Grillo. Un accordo che purtroppo per i sostenitori del M5S e di questo governo sembra più una spartizione del potere che verrà legittimata con il nuovo statuto. Per adesso, comunque, occhi puntati sulla Lega e sui suoi quesiti referendari, un’altra importante partita che potrebbe portare a importanti rivolgimenti nell’ordinamento giudiziario del nostro Paese.

Tommaso Malpensa

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