Politica

Vertice USA-Russia: la vittoria del realismo politico

Putin passa da killer a interlocutore e la partita si riapre

La diplomazia è l’arte di dire “che bel cagnolino”, finché non riesci a trovare un sasso.

Fletcher Knebel

Nei primi mesi della sua presidenza, Joe Biden sembrava pronto a scagliare più di una pietra contro il presidente russo Vladimir Putin. Eppure, in occasione dell’ultimo vertice USA-Russia, trentesimo dall’inizio della guerra fredda, il presidente americano ha preferito abbandonare i toni accusatori in favore di un approccio più conciliante.

Alla conclusione del suo prima faccia a faccia con la Russia, Biden ha dichiarato: “È stato un incontro positivo, ci sono stati disaccordi, ma non tensioni”. Ma come si è passati dalle dichiarazioni ostili di marzo, quando Biden aveva definito il presidente russo “un killer” e Mosca aveva reagito richiamando l’ambasciatore, ai toni moderati dell’ultimo vertice bilaterale?

La vittoria del realismo politico

La giornalista Rula Jebreal ha parlato di una “partita per la sopravvivenza” giocata da Biden. Dopo l’intromissione russa nelle presidenziali americane del 2016, la volontà di Trump di indebolire la Nato e la crescita esponenziale dell’influenza cinese, l’attuale presidente americano non ha altra scelta. Non può reggere un’aperta ostilità su due fronti. Biden ha cercato alleati in Europa per isolare la Cina e subito dopo ha avviato un dialogo con Putin, per lo stesso motivo.  

Nel 1987 Reagan firmò il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) con Gorbaciov per porre fine alla crisi degli euromissili. Lo fece dopo aver chiamato l’URSS “l’impero del male”. Questo non è l’unico esempio in cui il realismo politico ha avuto la meglio rispetto alle dure affermazioni fatte dai politici parlando al proprio elettorato. La storia delle relazioni internazionali è piena di dichiarazioni di principio tradite poi dalle prassi storiche. Basti pensare al summit USA-Korea del Nord del 2018, che vide Trump e Kim Jong-un stringersi la mano, dopo che a suon di tweet erano sembrati pronti a scatenare una nuova crisi missilistica.

L’educata divergenza sui diritti umani

Così, dopo il vertice del 16 giugno, i diplomatici russi e americani tornano rispettivamente al loro posto. Si è parlato anche di cyber security, di Ucraina, di Artico e di diritti umani. Putin e Biden si incontrano, fanno passi in avanti e affrontano molte delle questioni più spinose. Possiamo considerarlo un risultato soddisfacente? Come abbiamo visto, solitamente le temerarie dichiarazioni politiche fatte nei propri confini nazionali non hanno (per fortuna) seguito negli incontri bilaterali. Che il dialogo sia stato riaperto è senza dubbio positivo, ma di progressi significativi ne sono stati fatti ben pochi.

È la quinta volta che Putin si siede con un presidente americano da quando è salito al potere nel 1999. È la quinta volta che deve rispondere delle violazioni dei diritti umani. Il presidente si fece conoscere subito sulla scena internazionale per il suo duro approccio alla seconda guerra cecena. Un conflitto troppo spesso dimenticano, teatro di barbarie che macchiarono di sangue le mani di Putin. Clinton prima, e Bush dopo, condannarono i crimini perpetrati dall’esercito russo, per poi girarsi immediatamente dall’altro lato. Dopo il 2001, Putin si nascose dietro lo scudo della lotta al terrorismo per portare avanti il conflitto. Se la prima guerra cecena (1994-1996) era stata narrata da Boris Eltsin come una lotta al banditismo, il secondo conflitto (1999-2009) era presentato alla comunità internazionale come una guerra al fondamentalismo islamico.

Putin seppe come legittimare il suo operato allora. E prova a legittimare il suo operato oggi. Nei primi anni Duemila paragonò i ribelli ceceni ai combattenti di Al-Qaeda, adesso paragona Alexei Navalny ai sovversivi che lo scorso gennaio hanno assalito Capitol Hill.  

Un paragone ridicolo?

Biden ha definito “ridicolo” il paragone suggerito da Putin. Navalny lotta affinché ci siano elezioni libere ed eque in Russia, mentre i rivoltosi del Campidoglio erano lì per contestare un risultato elettorale democraticamente ottenuto. Tuttavia, finché gli States continueranno ad appoggiare regimi liberticidi come l’Arabia Saudita e un alleato controverso come Israele, difficilmente saranno esenti dalle critiche russe. Specialmente quando tenteranno di ergersi a paladini dei diritti umani. “Guantánamo è ancora aperto […]. Di che diritti umani stiamo parlando?” ha commentato Putin in conferenza stampa.

Insomma la partita tra Biden e Putin si è appena riaperta. Si tornerà a trattare con l’Iran sul nucleare? Si riuscirà a contenere la Cina? La diplomazia e il dialogo si confermeranno come valido strumento di decisione? Quello che ci si può augurare è che i due presidenti tornino a sedersi allo stesso tavolo. Nella speranza che nessuno dei due trovi un sasso e che continuino a dirsi “che bel cagnolino”.

Sara Valentina Natale (articoli)

(In copertina Joe Biden e Vladimir Putin)


Articolo realizzato in collaborazione con Sistema Critico, un gruppo di studenti universitari che si pone come obiettivo il racconto del reale in modo critico e giovanile, avvicinando le persone alle questioni che il mondo ci pone ogni giorno.

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