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Storie di Mafia – Dove è finita Cosa Nostra?

Cosa Nostra

Ad oggi giornali e televisione denunciano la mafia solo per due motivi: la ricorrenza della morte di vittime innocenti o l’arresto di un boss. Pseudo-giornalisti e apprendisti politici finiscono per mettere tutto in un unico pentolone e così Cosa Nostra è diventato sinonimo di Camorra e ‘Ndrangheta senza alcuna giustificazione.


Se, come sosteneva Peppino Impastato “la mafia uccide, il silenzio pure”, attualmente siamo così lontani da una concreta lotta alla criminalità organizzata che non riusciamo nemmeno più a distinguere il colore della casacca indossata dall’avversario. Pertanto la domanda sorge spontanea: “che fine ha fatto Cosa Nostra?”.

Da Buscetta alle stragi del ’92

3 aprile 1986: a passi rapidi, con uno sguardo nascosto dietro ad occhiali neri, si fa strada in mezzo ad una cerchia di Carabinieri, il pentito Tommaso Buscetta. Senza esitazioni va a sedersi di fronte al giudice Alfonso Giordano. È da quel momento che il velo di omertà che per anni aveva avvolto Cosa Nostra, cade. Il mostro, per la prima volta, ci viene descritto nei suoi particolari.

Le dichiarazioni di Buscetta assieme alla sentenza di primo grado e alle conferme in appello e in cassazione del Maxiprocesso, rappresentano le linee di demarcazione nella lotta alla mafia. Questi eventi hanno provocato un vero e proprio terremoto all’interno dell’organizzazione criminale, destinati a cambiarla per sempre.


Per approfondire: Un traditore a Cannes, sul film di Marco Bellocchio (un articolo di Gianluca Dozza).


La risposta dell’ “Onorata Società” non si fece attendere: nel 1992, quando al vertice dell’organizzazione sedeva il latitante Totò Riina, furono programmati ed eseguiti quelli che la stampa definì “delitti eccellenti”. A marzo viene ammazzato il politico democristiano Salvo Lima, reo di non aver cambiato le sentenze del Maxiprocesso in ultima istanza. Successivamente, il 23 maggio 1992 sulla strada che porta da Capaci a Palermo, con una potenza di 500 kg di tritolo persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Solo cinquantasette giorni dopo, la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino e a cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Agostino Catalano.

Sono passati ventinove anni da quei tristi giorni che unirono il Paese in un grido stentoreo: “la mafia è una montagna di merda!”. Tuttavia, in questi anni cosa è stato fatto per contrastare il fenomeno?

Mafia 2.0

Siamo alla fine degli anni ’90. I vecchi boss sono stati arrestati e i riflettori, dopo le stragi commesse, sono puntati verso gli “Uomini d’Onore”. In questa drammatica situazione interna, Cosa Nostra prende una decisione risolutiva: muta profondamente la sua natura. Per forte volere di Bernardo Provenzano si inaugura una fase di “inabissamento” che permane tutt’oggi. Si è tornati all’oscurità dalla quale si era usciti grazie alla formula del pentitismo e all’attenzione sociale riposta verso questa tematica.

Nel tempo questi due fattori sono andati affievolendosi: non vi sono più grandi padrini che si pentono e gli occhi della società sono rivolti verso altri orizzonti. “La mafia ormai è vinta”, si pensa. Intanto, essa si è allineata alla globalizzazione dei mercati: detiene il controllo nel commercio di stupefacenti, nel gioco d’azzardo, nelle armi e nel riciclaggio, nonché si è affermata nel mercato petrolifero, nel turismo, nella sanità privata e nel web.

Cosa Nostra presenta oggi un cambiamento definito del quale nessuno osa parlare: da sistema stragistico e caotico, si è imposta nei mercati più prolifici in meno di trent’anni! Attualmente, l’ “Onorata Società“, investe e guadagna come un’enorme impresa multinazionale, riciclando il denaro “sporco” in attività lecite e assai prospere.

La pandemia

L’attuale pandemia ha portato al consolidamento di Cosa Nostra su tutta la penisola: secondo Coldiretti, i tentacoli dell’organizzazione si sono perfettamente insinuati nel caos e nell’incertezza provocata dal Covid-19, rilevando oltre 5mila ristoranti (Mafia: 5mila ristoranti in mano alla criminalità – Coldiretti). Sempre Coldiretti sottolinea come la mafia ricava da ristoranti, bar, negozi, trasporti ed aziende agricole un patrimonio che si aggira intorno ai 24,5 miliardi di euro (Mafia: da bar a ristoranti business da 24,5 mld – Coldiretti). Gli interessi mafiosi nel settore del cibo si spiegano perché garantisce loro un’infiltrazione profonda nella società civile e un condizionamento delle nostre vite quotidiane. Questo fattore è sottolineato anche da una recente intervista rilasciata da Marco Omizzolo a Giovani Reporter: la filiera alimentare rappresenta un’enorme centro di guadagno per le organizzazioni criminali che la controllano dal lavoro nei campi fino alle confezioni presenti sugli scaffali dei supermercati.

Inoltre, secondo l’ultimo rapporto della DIA (Direzione Investigativa Antimafia), la mafia osserva con attenzione i finanziamenti per le grandi opere pubbliche destinati all’Italia dal fondo europeo. Il progetto mafioso consiste nell’utilizzare i “volti puliti” di taluni imprenditori per presentarsi alla pubblica amministrazione senza destare alcun sospetto. La potenza dell’associazione mafiosa, difatti, si misura anzitutto attraverso il sostegno offertole dai “colletti bianchi” (o “Alta Mafia“): nobili, commercialisti, avvocati, medici, personaggi della finanza e della politica che le permettono di allargarsi alle attività garanzia di successo in termini finanziari.

Chiaramente, per contrastare questa sovra-struttura criminale è necessaria una altrettanto preparata macchina statale che, come suggerisce la DIA nel suo rapporto, controlli preventivamente gli appalti. E’ evidente che per realizzare ciò, si debba sburocratizzare il sistema amministrativo e mettere in campo verifiche rapide che non blocchino le costruzioni.

Da questa rapida trattazione emerge come la mafia non sia più quella a cui davano la caccia Falcone e Borsellino: essa si è artificiosamente raffinata. Oggi, il fenomeno si presenta molto più sviluppato: è tutt’altro che scomparso, come alcuni giornalisti vogliono farci credere! Il Mostro si è adattato ai tempi, si è esteso e si è affermato in uno scenario internazionale. Ecco quindi che oggigiorno, per il contrasto al fenomeno mafioso, non è più sufficiente mettere in campo solamente le forze che dispone un singolo Stato, ma è imprescindibile una lotta compiuta su base internazionale, attuata attraverso una struttura investigativa competente così come fu il pool-antimafia di Palermo tra il 1983 ed il 1988.

Il peso di una sentenza

Spesso associamo la lotta alla Mafia, come una lotta da fare esclusivamente sul piano giudiziario. Al riguardo, l’esempio più nitido che la storia ci ha offerto è quella del Maxiprocesso, durante il quale i notiziari annunciavano la definitiva scomparsa di Cosa Nostra. In realtà così non è stato, in quanto la condanna di un mafioso – per quanto importante – non è altro che la punta dell’iceberg di un sistema nel quale è necessario incidere più a fondo. E’ fondamentale conoscere le radici del fenomeno per contrastarlo e non fermarsi solo a condannare i reati, altrimenti poco cambierà.

Il problema originale è che si sono investiti in questa lotta principalmente magistrati e forze dell’Ordine, senza che i vertici dello Stato abbiano mai preso seriamente in considerazione la tematica. E questo è innegabile: solo la lentezza dell’amministrazione della giustizia civile e penale ne è concreta testimonianza. Giovanni Falcone affermava infatti che “in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Il problema non si risolve solamente gridando: “al ladro!”, con arresti o presidiando maggiormente le strade, né tantomeno con processi pluriennali, bensì con una credibilità che la politica deve fare sua propria. Fintanto che le istituzioni non mostreranno una volontà irremovibile al riguardo, assisteremo ad una Cosa Nostra sempre più forte e ad un intervento statale sempre più effimero. La mafia prolifera soprattutto laddove parte della società civile domanda servizi illegali come risposta a bisogni che lo Stato non soddisfa. Senza questa domanda la mafia, forse esisterebbe, ma avrebbe uno sviluppo molto più limitato.

Ci si dimentica che il successo delle mafie è dovuto al loro essere dei modelli vincenti per la gente. E che lo Stato non ce la farà fin quando non sarà diventato esso stesso un modello vincente.

Giovanni Falcone

Rapporto Stato-Cosa Nostra

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

Paolo Borsellino

Lo Stato si serve da sempre della criminalità organizzata per il controllo sui rispettivi territori. Con il tempo, il rapporto è divenuto addirittura più fitto, ma anche più segreto, perverso, oscuro. Della metamorfosi mafiosa avvenuta dall’Italia pre a quella post-unitaria, ne era convinto Rocco Chinnici, magistrato nonché padre fondatore del pool antimafia di Palermo, che venne ucciso brutalmente il 29 luglio 1983. Chinnici era un attento studioso delle dinamiche storiche del fenomeno mafioso. Secondo lui “La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità con la politica pura, cioè con il potere”.

Sin dai tempi di Garibaldi il “patto mefistofelico” tra Stato e Cosa Nostra si rivela necessario: al primo risulta indispensabile per affermare la presenza politica sul territorio, per vincere le elezioni e garantirsi un futuro prospero; per i secondi si prospetta come la possibilità di vedersi impunite le proprie azioni criminali ed illecite. Questo “do ut des” fatto di trattative silenti, connivenze, accordi mai chiariti del tutto, papelli, continua ai giorni nostri.

La storia che lega lo Stato con la mafia è fatta di eventi tragici, iniziati nella notte del 1 ottobre 1862 con la vicenda dei “pugnalatori di Palermo, a cui fece seguito un anno dopo l’uccisione del generale Giovanni Corrao (in cui per la prima volta negli atti d’indagine viene usato il termine “mafia”). Poi vi fu la repressione dei Fasci Siciliani, la strage di Portella della Ginestra, la strage di viale Lazio, la strage di via Carini, le bombe di Capaci e via d’Amelio, nel mezzo vari omicidi compiuti verso tante persone innocenti. È un triste racconto, costituito anche da innumerevoli ignobili depistaggi – come nel caso di Paolo Borsellino – volti a nascondere la verità. Un sodalizio composto da politici, padrini e padroni mafiosi, servizi segreti e massoneria.

Il sacco di Palermo

Un chiaro esempio degli accordi avvenuti tra esponenti dello Stato e padroni mafiosi si ha nella vicenda conosciuta come il “sacco di Palermo“. L’espressione indica la speculazione edilizia avvenuta nel capoluogo siciliano tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del secolo scorso. La deturpazione territoriale che ne seguì, vide come principali artefici Salvo Lima (prima assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Palermo) e Vito Ciancimino, entrambi appartenenti alla corrente politica della Democrazia Cristiana. Il tornaconto economico ottenuto da Cosa Nostra fu senza precedenti, ma la città – sfregiata della sua bellezza primordiale – riflette ancora oggi la forza della mafia in quel luogo.

Successivamente lo Stato “tradirà” Cosa Nostra: le inchieste compiute dai giudici palermitani, gli innumerevoli arresti, fino alle sentenze del Maxiprocesso. A quel punto la mafia capisce che non può più fidarsi della vecchia classe politica. Il “capo dei capi” Totò Riina tuona: “scannerò uno ad uno tutti i traditori”.

Si arriva così alla strategia del terrore messa in campo da Cosa Nostra tra il 1992 e il 1994: Capaci, via d’Amelio, Milano, Firenze e Roma fino alla strage “scampata” allo Stadio Olimpico. Poi il niente. Da quella strage mancata non ce ne furono altre, per fortuna.

Come afferma il magistrato Nino Di Matteo: “È importante capire perché si sono fermate le stragi. Si è raggiunto forse quell’equilibrio politica-mafia che era stato l’obiettivo da raggiungere fin dall’inizio della strategia stragista? Provenzano sa che la mafia ha bisogno di politici apparentemente puliti ed estranei ad ogni forma di rapporto mafioso. Il metodo Provenzano è un metodo di particolare accortezza nel cercare di non bruciare il politico che non dev’essere frequentato direttamente dal mafioso, ma che deve interloquire con la mafia ed il mafioso attraverso degli intermediari“.

Cosa Nostra spiegata ai ragazzi

Se l’industria mafiosa è progredita enormemente, addentrandosi in nuovi mercati ed espandendosi in nuovi Paesi, noi continuiamo a guardare e a contrastare il fenomeno con gli stessi occhi dell’estate del 1992. Questo è senza dubbio l’errore più evidente e più pericoloso che commettiamo e che ci porta a combattere le mafie con strumenti vecchi.

Dovremmo cooperare con le istituzioni degli altri Paesi, non solo europei, ma su base mondiale. Chiaramente per fare ciò risulta indispensabile una decisa volontà politica nell’ottenere determinati risultati, altrimenti si finisce per dar vita – come spesso accade – ad istituzioni abuliche, del tutto inutili e solo di facciata.

Per arrivare ad un sistema vincente di lotta e di contrasto all’associazionismo mafioso, è anzitutto fondamentale partire dai giovani: insegnare loro fin da piccoli che il contrasto alla criminalità è una lotta morale ed etica, prima ancora che politica. È ai giovani che dobbiamo rivolgere il nostro sguardo, indicando loro quali sono le ragioni culturali e sociali che stanno alla base di questo fenomeno e perché questo appare così resiliente, nonostante numerosi uomini e donne abbiano sacrificato la propria vita in questa battaglia. La soluzione, in sintesi, sta nelle parole di Paolo Borsellino:

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.

Paolo Borsellino

Alessandro Sorrenti


Per approfondire: il ciclo di interviste È solo un fatto umano, a cura di Lorenzo Bezzi.


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