Cultura

Re Lear – Essere padri ed essere figli, ieri come oggi


Il genio di pochi uomini ha fatto sì che vi siano ancora oggi, a distanza di secoli, opere d’arte in grado di aiutarci a comprendere il mondo e le sue dinamiche più universali. Gli esseri umani si evolvono continuamente, ma ci sono alcuni meccanismi costanti e ben radicati nella nostra identità di occidentali. Lo aveva intuito a suo tempo William Shakespeare.


William Shakespeare, nel XVII secolo, si è fatto portavoce di un mondo primordiale dove anche l’uomo del II millennio d.C. può ritrovare se stesso. Un padre autoritario, un vecchio re senza più nulla da offrire e una giovane figlia che si rifiuta di far parte di quel mondo-teatro che è spesso la corte. Re Lear ci mostra con grande maestria cosa significhi, oggi come allora, essere padri ed essere figli.

Love test

Voglio che sappiate che abbiam diviso il nostro regno in tre e che è nostro preciso intendimento scrollarci dalle nostre vecchie spalle tutte le cure e gli affari di Stato per affidarli a più giovani forze, mentre, sgravati ormai d’ogni fardello, ci avviamo alla morte.

Re Lear, Atto I, Scena I (traduzione di Goffredo Raponi)

Re Lear, ormai vecchio e consapevole di non essere più adeguato al suo ruolo di sovrano, decide di dividere il regno in tre parti e di donarne una ad ogni figlia. Prima di abdicare però, in un ultimo momento di vanità reale, costringe ognuna di esse a promettergli profondo rispetto e fedeltà, come di diritto spetta ad un vecchio re. La scena d’apertura, definita “Love test”, inquadra subito l’atmosfera. Le prime due accettano senza indugio per compiacere il desiderio del re, e ottengono quanto promesso. Cordelia, la più giovane, intuendo la faziosità della cerimonia, si rifiuta e dichiara di amare il vecchio re in quanto suo padre. Fin da subito l’autorità del sovrano viene messa in discussione e per questo la ragazza viene costretta all’esilio.

A questo punto è doveroso spendere due parole in merito alla messa in scena pensata da Giorgio Strehler. La scenografia è caratterizzata da un telo scuro che circonda la scena, a simboleggiare la ragione dell’anziano re offuscata. Il telo viene poi reciso da Cordelia nel momento in cui decide di allontanarsi. Lo spettacolo del 1972 presenta inoltre una scenografia da circo, con un Tino Carraro, interprete del re, vestito quasi da clown.

La rappresentazione del teatro-mondo, tanto cara a Shakespeare, viene qui sfruttata per mettere a nudo quelli che erano (e spesso sono ancora) i meccanismi di corte che in nome del rispetto e dell’orgoglio dell’autorità rinnegano l’amore di un figlio. Questa visione distorta dei valori da difendere porta inevitabilmente re Lear al fallimento totale e quindi alla pazzia. Sarà egli stesso, infatti, a fuggire dalle figlie una volta compreso il tradimento subito, per ricongiungersi poi con Cordelia. Ogni rapporto famigliare cade di fronte alla volontà, o forse necessità, di prevalere sull’altro.

La tempesta

Il momento chiave dell’intera tragedia è rappresentato dalla tempesta che colpisce Re Lear proprio mentre vaga in una landa desolata per allontanarsi dalle due figlie. Accompagnato dal conte di Kent e dal Fool, una figura molto particolare che interpreta qui quasi un alter ego di Cordelia nonché l’unico a rimanergli sempre fedele, assiste inerme alla tempesta. L’anziano re, con ancora addosso i suoi abiti regali, subisce una metamorfosi che lo renderà umile di fronte alla furia della natura. Mentre gli altri due malcapitati cercano un rifugio, lui rivela quasi di non percepire dolore fisico in quanto il suo dolore è più profondo e di natura ben diversa.

Tu credi che sia grande sofferenza sentirsi penetrare nella pelle. tutta la rabbia di quest’uragano. Sarà così per te. Ma dove s’è installato un maggior male il mal minore quasi non si avverte. Tu puoi cercare di sfuggire a un orso, ma se poi mentre corri, senza scampo, ti trovi in faccia ad un mare ruggente, devi affrontar le fauci della belva. Quando l’animo è libero da crucci il corpo è più sensibile agli stimoli; ma la tempesta che ho dentro di me toglie ai miei sensi ogni altra percezione tranne quella che mi martella dentro. Ahimè, l’ingratitudine dei figli!

Re Lear, Atto III, Scena IV (traduzione di Goffredo Raponi)
King Lear in the storm, di Benjamin West.

È il culmine del caos interiore ed esteriore, in cui alla fine Lear si arrende comprendendo i suoi errori e tornando uomo tra gli uomini. La sua umanità sta nel mostrarsi debole, amareggiato, stanco e infine spoglio delle insegne reali che lo hanno condotto alla distruzione.

Transfughi di classe

Una delle più straordinarie capacità di Shakespeare è quella di leggere nella società del suo tempo i meccanismi intrinseci dell’uomo moderno (da intendere in senso lato). Proprio per questo rintracciamo tra le sue parole una realtà attuale. I conflitti generazionali tra genitori e figli sono onnipresenti anche ai nostri tempi e di ciò si fanno portavoce i numerosi casi di cronaca, alcune opere letterarie, il cinema e tanto altro ancora.

Re Lear porta sulla scena una dimensione aristocratica in cui il re – padre, avido di autorità –, diventa una vera e propria istituzione a cui sottomettersi. L’amore naturale padre-figlio non è più di alcun interesse. La fuga da un tale contesto, la ricerca di un rapporto più genuino, si traduce in un inevitabile esilio. Spesso sono i cosiddetti “transfughi di classe” (tematica chiave negli scritti di Annie Ernaux) a dover fare i conti con un ambiente famigliare in cui non si riconoscono più per una lunga serie di motivi, solitamente di tipo sociale. Il termine descrive quegli individui che si allontanano dallo stile di vita famigliare, acquisendone il più delle volte uno migliore, più agiato. Essi sono spesso figli di immigrati o di persone di più debole estrazione sociale.


La risalita sociale compiuta dai figli fa sì che la figura genitoriale vada a perdere il suo ruolo naturale, in quanto incapace di fare i conti con le nuove necessità dei figli. Come ci insegna la cronaca recente, questi conflitti possono assumere forme estreme, sfociando nei crimini più crudeli. A pagare le conseguenze della “cecità” (propria anche di Re Lear) dei genitori, sono i figli. L’immotivato desiderio di sentirsi autorevoli, rispettati e di continuare a vivere secondo dei dettami non più validi, rischia di diventare distruttivo per molti nuclei familiari che compongono un’importante fetta della nostra società.

Jon Mucogllava


Per approfondire: William Shakespeare e gli Antichi (un articolo di Giulia Severino).


(In copertina e sopra King Lear, di George Frederick Bensell)

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