CronacaInterviste

L’Italia del lavoro in nero – 5 storie di sfruttamento

Sfruttamento

Le storie di Giovanni, Simone, Claudia, Matteo e Luca sono cinque storie di “ordinario” sfruttamento, nell’Italia del reddito di cittadinanza e del lavoro in nero.


“Io ti posso parlare di quello che vuoi purché mi garantisci che: 1) il mio nome rimane anonimo, 2) l’hotel/gli hotel di cui ti parlerò rimangano anonimi” sono queste le condizioni chieste da Giovanni (nome di fantasia) per il rilascio dell’intervista. La consapevolezza che le condizioni di lavoro siano tutt’altro che regolari è chiara a questi giovani volenterosi. Sanno di essere sfruttati, sanno di avere contratti non in regola e sanno che se dovessero parlare e denunciare la loro condizione di sfruttamento probabilmente perderebbero il lavoro. E allora ecco che mi chiedono di poter restare anonimi, non certo per mancanza di coraggio ma per necessità, costretti da un sistema marcio al silenzio. Vittime di sfruttamento che vorrebbero gridare ma non possono e sono costretti a coprire i loro datori di lavoro disonesti.

Giovanni mi spiega subito dopo il motivo della sua richiesta. Lavora sette giorni su sette in un hotel della riviera romagnola, nessun giorno libero, orario da sette ore giornaliere, l’anno scorso nove. Guadagna 1.200 euro al mese, in parte tramite bonifico, il resto in contanti. Faccio il calcolo, una semplice divisione, 7 ore al giorno per 31 giorni, 217 ore al mese. 1.200 diviso 217 fa 5 euro e mezzo all’ora. Quest’anno è andata quasi bene a Giovanni, l’anno scorso la sua paga effettiva oraria era di soli 4 euro e 30 centesimi l’ora.

Sul contratto chiaramente è raccontata una storia diversa, c’è il giorno libero e le ore giornaliere sono solo quattro, un comodo contratto part time. Gli chiedo: ma se arrivano i controlli? Che ti hanno detto di dire? “che sto recuperando un giorno in cui non avevo lavorato”.  Lo ringrazio per la testimonianza e lo saluto.

Contatto un altro ragazzo, un mio amico, Simone. Simone ha lavorato a Cattolica come bagnino. Anche lui si poteva dimenticare del giorno libero, lavorava sette giorni su sette, più di otto ore al giorno per 850 euro al mese, un po’ con contratto e un po’ in nero, ovvio. Paga oraria? Poco più di tre euro. “Stiamo parlando di somme da caporalato”, mi confida.

Poi intervisto Claudia che fa la barista a Pesaro. Inizialmente è riluttante a condividere la sua esperienza, mi anticipa subito che lei no, non si sente sfruttata e che si trova molto bene. Sono contento per lei, avrà un contratto in regola con orari decenti e contributi pagati, immagino. Non proprio, anche lei lavora ore extra, fuori dal contratto, in nero. È cinque anni che fa la stagione, conosce bene come funzionano le cose e sa che è così dappertutto. Vallo a dire a chi ancora sostiene che i contratti in nero siano offerti solo dalle cosiddette “mele marce”, mentre la stragrande maggioranza degli imprenditori offre contratti regolari e salari esagerati.

Contatto un altro ragazzo, Matteo. L’anno scorso lavorava a Rimini, come bagnino. Nessun giorno libero, sette giorni su sette, 1.000 euro al mese. Orario da circa 9 ore al giorno, paga oraria 3 euro e 50. Ma il contratto, ancora una volta, raccontava una storia totalmente diversa. Lo stipendio era sempre da 1.000 euro ma su meno di 5 ore giornaliere e con il giorno libero.

Faccio un’ultima chiamata a un amico che ha fatto la stagione qualche anno fa. La sua è veramente una storia che vale la pena raccontare a tutti quelli che “i giovani d’oggi, signora mia, non hanno voglia di fare niente”. Luca ha lavorato in un bar di un hotel di Cattolica, orario dalle 14:00 all’una di notte, con due ore di pausa per cena, nessun giorno libero, ancora. 675 euro per più di un mese di lavoro, 2 euro e 50 all’ora.

Sono queste le condizioni di lavoro che vengono offerte da quegli stessi imprenditori che poi vanno in tv e sui giornali a sparare a zero su un’intera generazione. “Eh ma giovani non hanno voglia di lavorare”, “Eh ma il reddito di cittadinanza”, “Eh ma non si trova nessuno per fare la stagione”.
Evidentemente lamentarsi costa meno di offrire contratti di lavoro decenti e salari dignitosi.

Alessandro Fabbri

(In copertina Markus Spiske da Unsplash)


Articolo realizzato in collaborazione con Sistema Critico, un gruppo di studenti universitari che si pone come obiettivo il racconto del reale in modo critico e giovanile, avvicinando le persone alle questioni che il mondo ci pone ogni giorno.

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