Cronaca

La sentenza sull’ILVA – Un primo punto fermo

Sentenza ILVA

La sentenza del processo “Ambiente Svenduto” non è ancora definitiva, ma ci fornisce un quadro più chiaro su su una lunga catena di negligenze che ha provocato non solo la più grave crisi aziendale in Italia, ma anche e soprattutto un dramma sociale che ancora oggi affligge Taranto.


Il 31 maggio scorso , dopo 5 anni, si è concluso presso la Corte d’Assise di Taranto il processo “Ambiente Svenduto“. Il dibattimento riguardava principalmente il pesante impatto ambientale che l’ex-ILVA ha avuto sulla città pugliese negli anni della gestione Riva (1988-2012). La sentenza finale ha emesso condanne complessive per oltre 280 anni di reclusione. Spiccano le pene per Nicola e Fabio Riva (22 e 20 anni), ma anche per l’ex presidente della Regione Nichi Vendola (3 anni e mezzo), accusato di concussione per aver chiesto all’ARPA (agenzia regionale per l’ambiente) di mitigare alcune relazioni sull’acciaieria.

Contestualmente, il dispositivo prevede la confisca dell’area a caldo dell’impianto. E’ importante premettere che, trattandosi di una sentenza di primo grado, la portata di tali condanne potrà variare in Appello e Cassazione. Per questo motivo la confisca non è, per ora, esecutiva. Ad ogni modo, la fine del processo permette di mettere alcuni punti fermi su una drammatica vicenda la cui conclusione sembra ancora lontana.

Una gestione cinica

Per prima cosa, la sentenza sancisce le gravi responsabilità della gestione Riva, confermando la tesi della procura ionica. La proprietà avrebbe agito presso istituzioni, stampa e sindacati al fine di tutelare la produttività dell’acciaieria, evitando investimenti per l’ammodernamento e continuando, quindi, a riversare nell’ambiente circostante tonnellate di sostanze nocive. Agendo così i condannati si sarebbero macchiati di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale.

A pagare caramente questa scriteriata corsa al profitto è stata la cittadinanza tarantina: le perizie ufficiali parlano di 11.550 vittime dovute all’ILVA, tra cui molti, troppi bambini. Tutto questo senza contare il devastante impatto ambientale, economico e sociale (a tutt’oggi le scuole vicine allo stabilimento vengono chiuse nelle giornate più ventose). Diverse le pene eclatanti previste dalla sentenza: 21 anni all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso; 21 anni e 6 mesi a Girolamo Archinà, responsabile alle relazioni istituzionali del gruppo Riva; più altre condanne tra i 17 e i 18 anni ad alcuni componenti del “governo ombra” del gruppo.

Il processo non si è occupato solo di crimini ambientali, ma anche della sicurezza sul luogo di lavoro: in particolare, sono state condannate cinque persone (due dirigenti, due capi reparto e un ispettore dell’ARPA), con pene fino a 4 anni di reclusione, accusate della morte di due operai nel 2012.

L’omertà della politica

Dalla sentenza emerge inequivocabilmente la connivenza della classe politica locale, che ha chiuso gli occhi di fronte al problema o, peggio ancora, appoggiato la proprietà nell’eludere le proprie responsabilità. Un esempio lampante è il comportamento di Vendola: l’ex governatore avrebbe esercitato nel 2010 pressioni su Giorgio Assennato, all’epoca presidente dell’ARPA, affinché modificasse una relazione sull’analisi delle emissioni dell’acciaieria, che suggeriva di ridurre il ciclo produttivo dell’impianto; Assennato sarebbe stato addirittura minacciato di mancata riconferma, se non avesse annacquato la nota. Vendola, in un’intervista a Repubblica, ha definito la condanna una “barbarie“, rivendicando di aver promosso, durante i suoi mandati, due leggi regionali contro le sostanze nocive dell’industria tarantina.

Sentenza ILVA

Oltre a Vendola, hanno ricevuto condanne di 3 anni ciascuno l’ex-presidente della provincia Gianni Florido e il suo assessore all’ambiente Michele Conserva. Secondo le indagini della Procura avrebbero esercitato pressioni sulla dirigenza affinché concedesse l’autorizzazione ambientale alla discarica interna all’ILVA. Altri politici sono stati assolti, oppure il loro reato è caduto in prescrizione: è il caso ad esempio dell’attuale leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, già assessore regionale.

Il dramma continua

Da questa sentenza, per quanto non definitiva, emerge un quadro desolante. Come troppe volte accade in Italia, la sicurezza dei lavoratori, dell’ambiente e della popolazione sono sacrificati sull’altare del becero profitto. Tanti episodi, oltre alla conclusione di questo processo, ce lo stanno ricordando ultimamente: dalla tragedia sulla funivia Stresa-Mottarone alla scomparsa di Luana D’Orazio, che ha riacceso un faro sul tema delle morti bianche.

Il capitolo giudiziario non è finito qui. A giorni il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi sullo spegnimento dell’area a caldo dell’ex ILVA (oggi Acciaierie d’Italia) stabilita dal TAR di Lecce il 13 febbraio scorso e da tale decisione dipenderà molto del futuro dell’industria. La giustizia fa il suo corso, la politica invece non riesce a dipanare la matassa. Come al solito, Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, con buona pace dei Tarantini.

Riccardo Minichella


Se vuoi sapere di più sulla gestione dell’ILVA, leggi anche ILVA – Una crisi aziendale all’italiana, sempre di Riccardo Minichella.

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