Cronaca

Il tracollo economico-sociale della Colombia

Proteste e repressione militare in Colombia

Non si fermano le dure proteste a seguito della riforma fiscale proposta dal governo colombiano. Dallo scorso 28 aprile il numero totale di morti nelle manifestazioni ha ormai superato quota 60 senza contare i numerosi dispersi e svariate centinaia di feriti. Il clima di guerriglia sta letteralmente martoriando un paese già povero e in ginocchio a causa del Covid.


La Colombia ha pagato molto caro il prezzo della pandemia da Covid-19, con oltre 90.000 decessi. Alla crisi sanitaria, inoltre, si è aggiunta una terribile crisi economica scaturita dai vari lockdown imposti dal Governo. Il Paese, che prima della diffusione del Coronavirus era già vittima di una stabilità sociale precaria, si trova ora ad un punto in cui circa il 42% della popolazione è al di sotto soglia di povertà.

Il Covid in Sud America

L’America Latina è un continente che, nel corso della sua storia, ha subito ogni genere di sopruso. Le tendenze populiste ed autoritarie che stanno attraversando molti paesi dell’area minacciano seriamente l’equilibrio di un’area che sembra molto lontana dal superamento della crisi causata dalla pandemia. Come riportato dalle pagine del New York Times :

“È probabile che in America Latina la nuova normalità prodotta dalla pandemia sarà una versione peggiore della cruda normalità vissuta pre-covid, che la crisi indebolirà ulteriormente Stati già fragili, che ci saranno ancora più poveri e un divario ancora più profondo tra loro ed i ricchi, che la paura dell’incertezza genererà più repressione”.

La Colombia, con oltre tre milioni e mezzo di contagiati si colloca tra i Paesi più colpiti. Dopo una parziale fase di rallentamento della diffusione dell’epidemia, nell’ultima settimana si sono superati costantemente i 25.000 casi giornalieri. Il tutto si aggiunge ad una preoccupante situazione umanitaria; dai dati pubblicati dalla Justicia Especial para la Paz, da quando nel 2016 sono stati firmati gli Accordi di L’Avana, 904 leader sociali e difensori dei diritti umani colombiani sono stati assassinati.

Le riforme proposte dal governo

Per fronteggiare la crisi, in linea con le richieste del Fondo Monetario Internazionale, il governo colombiano guidato da Iván Duque Márquez ha annunciato lo scorso aprile una nuova riforma fiscale. Tale riforma prevedeva un aumento sistematico delle tasse e un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Oltre a questo Duque avrebbe voluto proporre un’ulteriore privatizzazione della sanità. Proprio a seguito di queste proposte del Governo, letteralmente insostenibili per una larghissima fetta di popolazione sono partite numerose insurrezioni nelle città principali del paese.

La giornata di mobilitazione del 28 aprile, promossa dai colombiani indigeni, si è aperta con l’abbattimento della statua del colonizzatore spagnolo Sebastián de Belalcázar. Negli ultimi anni le proteste di indigeni e contadini si sono spesso unite a quelle di organizzazioni sindacali e studenti. Purtroppo, i vari Governi che si sono succeduti in questi anni non sono stati in grado di rispondere efficacemente alle esigenze di un popolo martoriato dalla povertà.

Proteste e repressione militare in Colombia

La repressione militare delle rivolte

In seguito alle manifestazioni accese, dal primo maggio scorso il Governo colombiano ha optato per la militarizzazione delle città più coinvolte. Il clima di guerriglia civile ha portato ad atti di violenza molto crudi da parte dell’esercito e della polizia. A seguito di vari scontri che vanno ormai avanti da più di un mese si registrano più di 60 morti, moltissimi feriti, atti vandalici e stupri.

Questo clima da golpe militare ha colpito principalmente la città di Cali, capoluogo del dipartimento di Valle del Cauca. Per ore sono andati avanti blocchi stradali delle principali vie di accesso alla città, cortei dalle università e in periferia. Non sono mancati assalti a banche, centri commerciali e mezzi di trasporto pubblico, saccheggi in supermercati e negozi. La Polizia ha sorvolato con elicotteri l’area cittadina e ha interrotto le forniture di elettricità in diversi quartieri popolari. Purtroppo ci sono stati anche casi di rivoltosi freddati dai colpi di arma da fuoco delle Forze dell’Ordine, esplosi senza il minimo scrupolo.

Proteste e repressione militare in Colombia

Un auspicabile “cessate il fuoco”

La gravissima situazione della Colombia ha spinto l’ONU ad aprire un’indagine per fare chiarezza sulle morti avvenute durante gli scontri. Le conseguenze per il governo di Bogotá potrebbero essere pesanti qualora non si arrivi presto ad un “cessate il fuoco”. Non sono mancate le denunce da parte numerose organizzazioni non governative a tutela dei diritti umani: Emilia Márquez, co-direttrice della ONG Tremblores (attiva nel campo delle segnalazioni degli abusi delle Forze dell’Ordine), ha messo in luce le minacce e le violenze sessuali mosse dalla polizia contro le donne e le ragazze che hanno partecipato alle manifestazioni.

Quello che sta accadendo in Colombia è il frutto di anni di forte instabilità politica e sociale. La pandemia di Coronavirus ha portato ad un’ulteriore svolta autoritaria di un governo che, anziché tutelare la salute dei cittadini, sta dilaniando un tessuto sociale già precario. In Europa le notizie provenienti dalla Colombia non hanno fino ad ora suscitato il giusto interesse e la dovuta preoccupazione. Certo è che fatti di questo tipo devono essere un monito per i governi occidentali: nella situazione che stiamo vivendo da quasi due anni, non è semplice conciliare la gestione della pandemia con il rispetto delle libertà fondamentali. Sicuramente, però, i governi sudamericani sono un esempio a cui non bisogna dare seguito.

Diego Bottoni

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