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Capire il conflitto israelo-palestinese – Guerra e tregua in due settimane


Nei primi giorni di maggio il conflitto israelo-palestinese, ormai latente da anni, è tornato a far parlare di sé. Riprendiamo la narrazione dei fatti.


Il conflitto che nelle ultime settimane sembra essersi riacceso tra Israele e Palestina non nasce certamente quest’anno ma prosegue, talvolta con exploit più evidenti, dalla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Per avere un’idea di ciò che sta accadendo, dunque, è importante capire gli ultimi eventi e le loro origini.

Sheikh Jarrah

Il casus belli dell’attuale crisi è facilmente individuabile nello sfratto di almeno sei famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella zona Est di Gerusalemme. Il quartiere è un luogo molto importante sia per la comunità ebraica che per quella araba: il nome deriva dalla leggenda che vede il guaritore (in arabo Jarrah) di Saladino, sepolto in queste terre; per gli ebrei è un luogo di pellegrinaggio per la presenza della grotta in cui è sepolto Simeone il Giusto, un importante rabbino.

Conflitto Israele Palestina
Alcuni manifestanti palestinesi si battono per il quartiere di Sheik Jarrah.

La potestà del territorio è contesa da tempo. Potremmo sintetizzare i principali avvenimenti in questo modo:

  • 1948: Nel corso della guerra che porterà alla fondazione dello Stato di Israele, il quartiere viene evacuato per ragioni di sicurezza. Le comunità arabe ed ebree lasciano il territorio che, alla fine del conflitto, diventa parte della Giordania;
  • 1956: Non sapendo come gestirli, la Giordania decide di trasferire i rifugiati palestinesi nei pressi della Tomba di Simeone, territorio della comunità ebraica prima del conflitto. Secondo gli accordi, i palestinesi avrebbero acquisito i territori dopo dieci anni;
  • 1967: Durante la Guerra dei Sei giorni, Israele si appropria della Gerusalemme Est nonostante i territori fossero promessi ai palestinesi e contro l’opinione internazionale;
  • 1970: Israele garantisce il diritto al ritorno per la popolazione ebraica verso i territori appartenuti alla comunità prima degli scontri del ’48, anche fuori dai confini. Anche nel quartiere Sheikh Jarrah;
  • Dal 1970: Le generazioni successive ai rifugiati del ’56 resistono agli sfratti. Negli anni Novanta infine, parte del territorio viene comprato da un’associazione con lo scopo di ridurre la presenza araba.

Il tema del diritto al ritorno diventa fondamentale perché, se la comunità ebraica rivendica i territori del quartiere di Sheikh Jarrah, allo stesso modo i palestinesi vedono negata la possibilità di tornare ad occupare le terre di loro proprietà (prima del conflitto del 1948) in Israele.

Un ultimo passo indietro permette di capire l’escalation di violenza degli ultimi giorni: il quartiere è abitato anche dalla comunità palestinese e nel 2010, la Corte Suprema di Israele ha respinto un appello delle famiglie che richiedevano il riconoscimento della proprietà delle loro abitazioni nel quartiere. Ai palestinesi è consentito abitarvi, ma sempre pagando l’affitto (ai proprietari israeliani). Il 10 maggio era prevista la formulazione di una sentenza per lo sfratto esecutivo di circa sei famiglie che non pagavano il canone.

Il contesto immediatamente precedente agli scontri non era pacifico: ci sono stati episodi di linciaggio e di violenza a danni di entrambe le comunità.

Gli scontri di maggio

Il 6 maggio si tiene una manifestazione in solidarietà alle famiglie minacciate di sfratto nel quartiere Sheikh Jarrah: presto l’evento diventa teatro di scontri e vandalismo da parte della comunità ebrea e palestinese. Il giorno seguente, ultimo giorno di Ramadan, presso la Moschea al-Aqsa dove erano riuniti in circa 70mila, al termine della funzione alcuni fedeli palestinesi hanno colpito con sassi e oggetti le forze dell’ordine israeliane. Queste ultime hanno risposto con granate stordenti, pallottole di gomma ed evacuando e occupando una parte della moschea. Da quella sera inizia il lancio di missili dai militanti della Striscia di Gaza.

Occorre specificare che la fede religiosa coincide con l’identità di questi popoli e la violenza e l’occupazione nei luoghi sacri assumono un valore negativo, è una minaccia che va oltre lo scontro in essere. In questo contesto trova terreno fertile Hamas, un’organizzazione palestinese considerata terroristica da molti Paesi (tra cui l’Unione Europea) di stampo jihadista. I due protagonisti del conflitto (riducendo e semplificando) sono pertanto Israele e Hamas.

Nei due giorni seguenti, tra l’8 e il 9 maggio, sono continuati gli scontri tra civili e forze dell’ordine e nella giornata di domenica 9 è stata rinviata di trenta giorni la sentenza sugli sfratti per non peggiorare la situazione.

La mattina del 10 maggio si sono verificati ulteriori scontri presso la Moschea al-Aqsa che è stata occupata dalle forze armate israeliane. Hamas ha chiesto il ritiro della Polizia dalla zona della moschea entro sera e, allo scadere del termine, ha lanciato più di 150 razzi su Israele, verso le città più importanti come Tel Aviv, Ascalona, Sderot e Gerusalemme.

L’11 maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato lo stato di emergenza al sindaco di Gerusalemme. Lo stesso giorno, Israele compie un attacco aereo alla torre residenziale Hanadi a Gaza. L’edificio, che secondo le Forze di Difesa Israeliane conteneva uffici usati da Hamas, è crollato, ma era stato dato un preavviso ai civili per farli evacuare dal sito. In risposta, Hamas e la Jihad islamica palestinese hanno sparato 137 razzi contro Tel Aviv in cinque minuti, e altri ancora verso Ashdod e Ascalona, colpendo anche un oleodotto. Israele ha continuato ad attaccare con aerei e cannoniere sulla Striscia di Gaza, secondo alcuni media palestinesi, colpendo anche un campo profughi.

Il conflitto continuerà per circa due settimane con attacchi missilistici, via terra, contro luoghi strategici (oleodotti in Israele e canali sotterranei a Gaza, da cui passano beni di ogni genere). Il tutto nell’imbarazzante silenzio dell’Unione Europea, incapace di prendere una posizione di condanna all’unanimità, sospesa da quel diritto di veto tanto discusso. I messaggi pervenuti dalla comunità internazionale sono stati di condanna, ma tutto sommato poco efficaci. A farne le spese sono stati 243 morti di cui 66 bambini dichiarati dalla comunità palestinese e 12 morti in Israele: insomma, i civili.

Improvvisamente, una tregua

La tregua, in vigore dalle prime ore del 21 maggio, è oggetto di una delicata mediazione operata dall’Egitto e dalle Nazioni Unite. Il cessate il fuoco è in vigore e rispettato da entrambe le parti come confermato entrambe le parti.

Mentre Hamas rivendica la vittoria, Israele si dice soddisfatto per la distruzione dei canali sotterranei a Gaza e dei diversi siti militari delle milizie. Il parlamento israeliano ha votato all’unanimità la tregua, riaprendo il valico di Kerem Shalom da cui arrivano gli aiuti umanitari al popolo palestinese.

Da giorni sui tavoli delle relazioni internazionali si parlava di una possibile tregua, nonostante lo scorrere di sangue in Medio Oriente. L’impegno dimostrato per ottenere l’accordo stona con i toni leggeri, distanti dei leader politici e delle istituzioni. Di fronte a civili uccisi, missili e violenza, l’opinione pubblica ha dimostrato prontezza e sensibilità ma la politica non ha risposto con decisione e fermezza.

Certamente la questione è complessa, il conflitto non si risolverà in qualche giorno ma l’improvvisa “pace” temporanea ha colto di sorpresa. D’altronde si sa che la diplomazia agisce dietro le quinte e quanto reggerà la tregua non sta a noi dirlo.

Sofia Bettari

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