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Il muro – Dividendo e divisore

Muri

Verso la fine del ‘900, i muri nel mondo erano soltanto 15. Oggi sono più di 70. Come se una delle caratteristiche dell’essere umano fosse la separazione. Però, non tutto è perduto.


Non c’è via d’uscita: la divisione è scritta nel nostro codice genetico. Ne avvengono infinite ogni giorno all’interno dell’organismo umano – come ad esempio quelle del crossing-over, che garantisce combinazioni differenti di cromosomi per ognuno di noi – e non c’è modo di fermarle.

Un altro campo della divisione è la matematica. Anzi, ne è un uno degli elementi base. Dividendo e divisore, tutti lo ricordano. È curioso come il primo dei due termini derivi dal latino dividendum, “ciò che deve essere diviso”. Ancora si presenta come un’azione necessaria, quasi vitale. Come se un bisogno superiore ci spingesse a separare ogni dettaglio del mondo che ci circonda. Perché?

Muri: istruzioni per l’uso

Nonostante le leggi naturali sembrino sottolineare l’importanza del dividere, questa logica non può, e non deve, essere applicata alla società. Eppure, i muri crescono indisturbati, soprattutto dove non dovrebbero essere, dove non si possono vedere. Ci impediscono di passare dall’altra parte. Ci intrappolano in una scatola che non ha buchi dove far passare l’aria.

Ogni muro ha un impatto sulle persone. La maggior parte delle volte è negativo, non c’è dubbio. Se esistano muri ‘giusti’, invece, è molto più complesso da capire. Prendiamo come esempio qualcuno che sia stato vittima di una violenza: separarsi dalla causa del proprio dolore, in quei casi, diventa necessario. Ma tutti i muri basati su pregiudizio e odio, non rientrano in questa categoria. Sono mezzi di oppressione.

I muri sotto il sole

I muri fisici sono tanti, ormai troppi: li troviamo ovunque. Sin dall’antichità i muri hanno avuto una funzione protettiva. La Grande Muraglia Cinese serviva per fermare gli attacchi dei popoli nomadi delle steppe; così come il limes romano garantiva che nelle regioni dell’Impero non nascessero alleanze antiromane. Oggi però la situazione è diversa. Il muro tra Messico e USA è stato costruito per paura che l’esercito messicano invadesse il paese? Direi di no. Verso la fine del ‘900, i muri nel mondo erano 15. Oggi sono più di 70.

Una gabbia di cemento

Da dove nasce questo bisogno di separazione? Questa è la domanda che si pongono anche gli abitanti della Palestina, sotto occupazione di Israele dal 1967. Nel 2002, l’esercito israeliano ha cominciato a costruire un muro nei territori occupati. Secondo il progetto, dovrebbe raggiungere 764 km di lunghezza, una volta completato. Lo scopo è impedire ai palestinesi l’entrata nel Paese e prevenire attacchi terroristici. Sotto, però, c’è la sofferenza quotidiana dei Palestinesi, chiusi in una gabbia. Per uscire, devono superare un controllo ai check-point, sono costretti a chiedere il permesso di essere liberi. E se riescono a passare, non possono certo essere definiti tali. Nel 2004, la costruzione del muro fu giudicata illegale da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu, poiché rappresentava una grave violazione dei diritti nei confronti dei palestinesi. Alla richiesta di abbattere il muro, 14 giudici su 15 si sono espressi a favore. Eppure, dopo quasi vent’anni, il muro è ancora lì. Tuttavia, non è tutto perduto.

Ogni muro può essere trasformato in un mezzo di comunicazione. È quello che cerca di fare anche lo street-artist Banksy, dando voce ai Palestinesi con i numerosi graffiti che ha realizzato sul muro. Nel libro We are all fakes! (In Exit through the gift shop, Feltrinelli, 2011) è riportata un’intervista al writer, in cui racconta che, mentre disegnava sul muro, un anziano lo vide e gli disse:” Tu dipingi il muro, lo rendi bello”. Al “grazie” dell’artista, l’uomo rispose: “Non vogliamo che sia bello, odiamo questo muro, vattene a casa”.

Un muro è una grande arma. È una delle cose più pericolose con cui puoi colpire qualcuno.

Banksy

I muri sottopelle

Il numero di muri che ognuno di noi si porta dentro, poi, è ancora più grande di quello delle barriere fisiche. Pregiudizi e visuali chiuse sono i nostri muri interiori. È innegabile che ognuno ne abbia, chi più e chi meno, chi consapevolmente e chi senza rendersene conto. Sono difficili da abbattere, ma non è impossibile riuscirci. Serve molto coraggio, ecco tutto. Nell’ultimo anno si è alzata una delle maree che cercano di diffondere questa forza: il movimento BLM. La protesta è esplosa dopo l’omicidio di George Floyd, il 25 marzo 2020. Lo ha ucciso un poliziotto bianco, Derek Chauvin, per il colore della sua pelle. Lo ha ucciso perché «un muro è una grande arma» e tutte le armi, alla fine, sono pensate per uccidere. Tuttavia, non tutto è perduto.

Lo scorso 20 aprile Derek Chauvin è stato giudicato colpevole di omicidio involontario di secondo grado, omicidio colposo e omicidio di terzo grado. Il suo avvocato, Eric Nelson, ha basato la difesa sul fatto che il poliziotto avesse seguito il regolamento per i “casi del genere”. Se c’è qualcosa che quell’uomo ha seguito, è stato solo il suo razzismo. Ad abbattere le deboli scuse di Nelson, è stata la testimonianza del capo della polizia di Minneapolis, Medaria Arradondo, il quale ha dichiarato che le azioni di Chauvin «non fanno parte della formazione della polizia».

Prima che iniziasse il processo, i familiari di George Floyd si sono inginocchiati di fronte al tribunale. Con il capo chino, in segno di dolore e consapevolezza, sono rimasti immobili per 8 minuti e 46 secondi, il tempo per cui Chauvin ha tenuto il ginocchio sul collo di George. Dalla forza e dal coraggio che hanno dimostrato nasceranno piccole incrinature; ed è crepa dopo crepa che, in silenzio, i muri cadono. Davanti e dentro di noi.

Gaia Colucci

(In copertina Karim MANJRA da Unsplash)


Per approfondire: Il Punto. L’età dei muri (un articolo di Davide Lamandini)


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