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Il dolore nel cinema – Ciò che non uccide fortifica?

Dolore cinema

Il dolore è strano. Ognuno è destinato a viverne una diversa quantità nella propria vita, spesso senza colpa, spesso senza che ne possa comprendere il senso o l’utilità. È una costante universale, comune quanto l’amore e molto spesso strettamente legata ad esso.


Non a caso, secondo Freud, le pulsioni di Amore e Morte guidano l’esistenza psichica e fisica di ogni individuo. Non a caso il dolore è cantato da poeti, musicisti, scrittori e registi tanto quanto l’amore, e spesso insieme ad esso. Un gusto del macabro, forse, ma molto più probabilmente un’esigenza di raccontare la sofferenza e la sua tanto agognata fine. Eppure, per quanto sia di per sé universale, il dolore ha infinite diverse declinazioni, che si ritrovano anche negli infiniti modi di raccontarlo del cinema.

Il dolore porta crescita

Credo che questo sia un pensiero oggettivamente condiviso da molti sulla funzione ultima della sofferenza nelle nostre vite; dopotutto, ciò che non uccide, fortifica, o sbaglio? Anche nel cinema la narrazione tipica del dolore è proprio questa: al protagonista, che in genere fino a quel momento conduce una vita (più o meno) normale, accade qualcosa di tragico che sconvolge tutto ciò che conosceva. Il film è costruito attorno alla risoluzione del suo problema e al raggiungimento di una vita diversa, spesso migliore, sicuramente più consapevole e matura di quella precedente.

Tuttavia, il dolore non è solo questo e, soprattutto, non sempre fortifica. Fortunatamente, il cinema sa anche questo e ci sono alcuni personaggi che meglio di altri possono raccontarci le diverse dimensioni della sofferenza; quella sofferenza che, magari, ieri abbiamo provato o domani proveremo.

Steve Rogers: “Ho tutto il giorno libero”

Entrando nel Marvel Cinematic Universe, conosciamo per la prima volta Steve Rogers (Chris Evans) in Capitan America: Il primo Vendicatore (Disney+), film che pianta di fatto i semi di tutti i futuri sviluppi della personalità del protagonista nell’universo Marvel. Il suo dolore funziona al contrario: i suoi poteri non derivano da una sofferenza, ma da una personalità, un coraggio e una determinazione quasi autodistruttiva. È grazie a queste qualità che viene scelto per diventare il primo super-soldato americano, esperienza che lo porta al culmine della gloria nel sacrificio per la patria. Il suo dolore, quello vero, arriva dopo tutto questo: Steve viene recuperato dallo S.H.I.E.L.D. dal ghiaccio in cui è stato ibernato, settant’anni dopo.

A questo punto Steve ha già perso in missione il suo migliore amico Bucky Barnes (Sebastian Stan) e ora si ritrova solo, in un tempo che non conosce, in un mondo che, di fatto, se è cambiato l’ha fatto solo in peggio, senza nemmeno il conforto di Peggy Carter (Hayley Atwell), unico amore della sua vita. Gli restano solo i suoi forti valori, in cui crede con tenacia, e gli intramontabili fantasmi del suo passato, per cui Steve prova una profonda nostalgia che non riuscirà mai a superare. Lo ammette lui stesso, parlando con l’amica Natasha Romanoff (Scarlett Johansson) in una scena di Avengers: Endgame (Disney+):

Continuo a dire a tutti di andare avanti. Alcuni lo fanno, ma noi no.

Avengers: Endgame

E di fatto è proprio Avengers: Endgame il film che distrugge la crisalide di dolore di Steve Rogers: dopo aver combattuto in un tempo a lui estraneo gli stessi nemici del tempo che gli apparteneva, dopo aver trovato una nuova famiglia e dopo aver vissuto con i sensi di colpa per aver, in parte, contribuito a distruggerla, Steve si ritrova letteralmente a combattere col se stesso del passato. I due hanno un breve quanto importante scambio di battute: al classico e intramontabile “ho tutto il giorno libero” della controparte, Steve risponde con un infastidito “Sì, lo so. Lo so.”. Per quanto comica sia, questa scena racchiude tutto l’arco evolutivo di questo personaggio: Steve è stanco di dare tutto senza ricevere niente, è stanco di soffrire, anche se per una giusta causa.

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Alla fine, ciò che non ti uccide oggi ti ucciderà domani. Steve non può più essere un eroe: quella crisalide di dolore che avrebbe dovuto temprare il suo eroismo l’ha lentamente e dolorosamente disintegrato e Capitan America non può più essere Capitan America se ha perso l’eroismo. Questa consapevolezza lo porta, alla fine, ad abbandonare il presente e a rifugiarsi nel passato, tanto familiare quanto rassicurante, in quello che in un certo senso è il suo presente, quello che non ha mai avuto la possibilità di vivere. Così non ci sarà più dolore e qualcun altro, qualcuno che possa farlo, porterà quello scudo e gli renderà onore. Lui, col suo dolore, non può più farlo.

Carl Fredricksen: “Ce la faremo, Ellie”

Chi potrebbe dimenticare i primi dieci minuti di Up (Disney+)? Il piccolo, goffo e impacciato Carl incontra Ellie, una buffa bambina chiacchierona, e le promette, un giorno, di portarla in Sud America alle Cascate Paradiso. Gli anni passano e i due si sposano e poi cercano a lungo di avere un figlio, finché Ellie non scopre di essere sterile. Rispolverano allora il loro sogno di infanzia e decidono di andare a vivere alle Cascate Paradiso, ma i risparmi non bastano mai per poter partire. Si rassegnano ad invecchiare nella loro città natale e quando finalmente Carl decide di far fede alla sua promessa, Ellie si ammala gravemente e poco dopo muore.

dolore

La storia riprende da qui. Carl è solo, senza famiglia, con le promesse infrante e quella vecchia casa che lui ed Ellie nel tempo hanno riempito di tanto amore e che ora è solo impolverata di ricordi. È quando parte con la sua casa volante, grazie a dei palloncini che la fanno galleggiare nell’aria, che comincia a riscoprire la vita. Carl non riuscirà mai a portare Ellie alle Cascate Paradiso e, per quanto fino all’ultimo ci provi, non ci porterà nemmeno la loro casa. Nonostante tutto, però, nel farlo ritrova se stesso: la morte di Ellie l’aveva lasciato più morto che vivo, col bisogno impellente di farsi perdonare in qualche modo per non essere riuscito a farle vivere l’avventura dei suoi sogni. In un certo senso, con Ellie è morta davvero una parte di lui e nella sofferenza, nella vecchiaia, è infinitamente più complesso ricostruirsi da capo, soprattutto se bisogna convivere con un senso di colpa.

Alla fine Carl capisce che il dolore per la morte di Ellie non se ne andrà mai, ma che ci potrà essere qualcosa di bello anche dopo di esso se sarà capace di perdonarsi. Il dolore distrugge l’amore, ma l’amore sa ricostruirsi su qualsiasi maceria si trovi. Carl alla fine torna nella sua città natale con Russell, il piccolo scout che ha per sbaglio portato con sé in Sud America, ma dimentica la vita di solitudine e compianto che conduceva prima. Nulla potrà riportargli Ellie, nemmeno le Cascate Paradiso; ma questo non significa che non potrà vivere un’altra avventura e che non potrà circondarsi di altro amore. In fondo, ciò che non uccide non fortifica e non passa; possiamo però portarcelo in spalla, magari alleggerito da qualche palloncino, e costruirci sopra del bene.

Wanda Maximoff: “Amore perseverante”

Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen) è un altro personaggio dell’MCU. La incontriamo per la prima volta in Avengers: Age of Ultron (Disney+), film in cui collabora prima con l’Hydra e poi con Ultron stesso per combattere gli Avengers, che hanno inavvertitamente ucciso i suoi genitori quando era bambina. Acquista i suoi poteri proprio grazie a degli esperimenti dell’Hydra, a cui si sottopone insieme al gemello Pietro (Aaron Taylor-Johnson). Passeranno entrambi dalla parte degli Avengers dopo aver capito le vere intenzioni di Ultron e combatteranno al loro fianco nella battaglia di Sokovia, in cui Pietro muore per salvare Occhio di Falco (Jeremy Renner).

Wanda si ritrova completamente sola, più di quanto non sia già stata nella sua vita, con un potere che è a stento in grado di controllare, a collaborare con persone che fino al giorno prima considerava nemiche. È in questa situazione che conosce Visione (Paul Bettany), l’androide che come lei è l’ultimo arrivato nel team e con cui in breve tempo nasce l’amore. Purtroppo il bagaglio di dolore di Wanda, quello diverso per tutti e che tutti hanno da trasportare, deve ancora calare del tutto sulle sue spalle. In Avengers: Infinity War (Disney+) Wanda è costretta a fare ciò che, fino all’ultimo, tutti hanno provato a evitare: deve uccidere Visione, che progettava di sposare, per evitare che la Gemma della Mente che lo alimenta sia presa da Thanos (Josh Brolin). Ironia della sorte, a gesto ormai compiuto, Thanos utilizza la Gemma del Tempo per strappare la Gemma della Mente dal corpo di Visione, uccidendolo per la seconda volta in pochi istanti davanti agli occhi impotenti di Wanda.

Dopo aver contribuito a sconfiggere Thanos in Avengers: Endgame, Wanda chiede di poter vedere per un’ultima volta il corpo di Visione e, nel momento in cui realizza che anche lui ormai l’ha lasciata, le crolla il mondo addosso. Da qui si sviluppano gli eventi di WandaVision (Disney+), la recente serie tv che la vede protagonista (qui la recensione). WandaVision è letteralmente un viaggio nella sofferenza di Wanda, che crea inconsapevolmente una realtà alternativa in cui poter costruire una vita normale e una famiglia con Visione. Nel corso della serie, in particolar modo nell’ottavo episodio, ripercorriamo insieme a Wanda tutto il dolore della sua vita e tutte le pezze con cui chi la amava è riuscito per un po’ a rattopparlo. È proprio nel rivivere uno di questi momenti che Visione dà a Wanda la chiave di volta:

Non può essere tutto dolore, giusto? Sono sempre stato solo, perciò non sento la mancanza; conosco solo quello. Non ho mai vissuto una perdita perché non ho mai avuto un caro da perdere. Ma cos’è il dolore se non amore perseverante?

WandaVision

È davanti a questo ricordo che la prospettiva di Wanda cambia radicalmente. È vero che non può essere tutto dolore. Ma soprattutto è vero che non ci sarebbe dolore, non ci sarebbe perdita se non ci fosse dell’amore alla radice. È da questo momento che Wanda comincia a comprendere la sua sofferenza, si sforza di accettarla, di riconoscerla come una parte di sé. Anche la sua, come quella di Carl, non se ne andrà mai; ma noi non siamo solo il nostro dolore. Wanda alla fine abbraccia questa parte di sé e se ne prende cura, la accetta, se la carica sulle spalle e va avanti. Solo così, lo sa, riuscirà a sopravvivere: se vuole ucciderti, non cercare di ucciderlo o non sopravvivrai.

Don Shirley: “Grazie dell’ospitalità”

Ma il dolore non è solo amore perseverante, non è solo perdita. Esiste anche un altro dolore, continuo e pungente per molti, impercettibile per chi non lo prova e spesso anche per chi lo provoca. È il dolore degli esclusi del mondo, dei non privilegiati; è il dolore della lotta quotidiana per ciò che chi non è come te ha gratuitamente. Questo dolore è raccontato magistralmente in diverse chiavi in Green Book (Amazon Prime Video), film che trionfò agli Oscar 2019 vincendo la statuetta per miglior film dell’anno, del miglior attore non protagonista (Mahersahala Ali) e della miglior sceneggiatura originale e portandosi a casa anche le nomination per miglior attore protagonista (Viggo Mortensen) e per miglior montaggio.

Green Book è tratto dalla storia vera di Don Shirley (Mahersahala Ali), un pianista afroamericano, e Tony Vallelonga (Viggo Mortensen), buttafuori italoamericano assunto da Shirley come guardia del corpo per affrontare un tour nel sud degli Stati Uniti. Tra gli sceneggiatori del film c’è, per altro, uno dei figli di Vallelonga. Il film racconta la nascita dell’amicizia tra i due uomini, ma soprattutto dei loro differenti modi di vivere la discriminazione di cui sono entrambi, anche se diversamente, vittime.

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Tony è un uomo focoso, a tratti violento, che perde facilmente la pazienza: affronta con molto orgoglio e poco autocontrollo le discriminazioni che, in quanto italoamericano, negli anni ’60 ancora subisce. Davanti all’ingiustizia reagisce per lo meno ribellandosi a parole, spesso a pugni. Don è invece l’opposto: pianista di musica classica, fa di tutto per essere accolto negli ambienti dei ricchi bianchi a cui quel tipo di musica appartiene e sopporta sempre in silenzio qualsiasi mancanza di rispetto e giustizia nei suoi confronti senza alcun cenno di ribellione. In quanto afroamericano deve sopportare una serie infinita di discriminazioni: dal non potersi provare un completo senza prima acquistarlo al non poter girare la sera dopo una certa ora, fino al non poter cenare nel ristorante del circolo dove poco dopo dovrà suonare. C’è però qualcosa di molto più complesso nella condizione di Don; per dirla con le sue parole:

Se per te non sono abbastanza nero e per loro non sono abbastanza bianco, allora dimmi chi diavolo sono io!

Green Book

È come se Don fosse apolide: è rifiutato dai bianchi in quanto nero e ripudiato dai neri in quanto troppo simile ai bianchi; non c’è un luogo al mondo che riesca a chiamare casa se non se stesso e quel palco, su cui la musica lo rispetta. Quello di Don e Tony è un dolore sociale, sistemico, un senso di inadeguatezza che non può essere compreso da chi non è mai stato fuori posto. L’incontro tra i loro mondi diversi i loro diversi atteggiamenti fa nascere una profonda amicizia e cambia la prospettiva di entrambi.

Alla fine un uomo da solo non può pensare di cambiare una società con il suo talento; da solo, non gli servirà a nulla neanche il coraggio. Ma in due si può cominciare, pezzo per pezzo, a costruire qualcosa di nuovo: a sopportare, dapprima, ciò che non va, a ribellarci poi e infine a cambiare le cose, partendo da noi stessi e da chi amiamo. Il titolo del film, Green Book, è tratto dal nome di una guida turistica dell’epoca che indicava i locali e gli alloggi che avrebbero accolto anche persone afroamericane. Ad oggi, se libri del genere non esistono più è anche grazie a chi, come Tony e Don, ha addolcito questo dolore sociale nel suo piccolo, facendo cambiare l’isola di mondo che li circondava e rendendola migliore.

Il loro, purtroppo, è un tipo di dolore gettato nei bagagli solo di alcune persone semplicemente a causa del loro luogo di nascita e delle origini dei loro genitori. Non c’è modo di muoversi in questa società col pezzo di carta sbagliato né, tanto meno, con un colore troppo scuro in faccia. Ma scavando a fondo per aprire un varco, pian piano, svuoteremo i bagagli di tutti da questo ingiusto peso.

Chiara Parma

(In copertina una scena tratta dal film Up, disponibile su Disney+)

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