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Abolita la censura totale per il cinema italiano – Cosa cambia?

Censura

La censura totale dei film in Italia è finita. Uno scossone, in un pomeriggio di aprile, apre a nuovi interessanti scenari nel mondo del cinema.


La censura in Italia

Dopo 108 anni di storia italiana, lo strumento di censura cinematografica ottiene il proprio pensionamento. Questo è il “succo” del messaggio con cui il ministro Franceschini ha annunciato la rivoluzione di questo settore. Infatti, il decreto attuativo della legge 220/2016 (Legge Cinema) ha “colpito” un istituto che incideva sulla libertà artistica: la censura totale dei film. Tuttavia furono proprio i produttori a volerlo in origine per stabilire, nel 1913, ordine in un diffuso clima di confusione. Analizzando la nostra storia, stupisce come non sia l’epoca fascista quella in cui questo strumento fu maggiormente utilizzato, bensì quella repubblicana. Il film Nodo alla gola (1948) di Alfred Hitchcock fu il primo a essere bloccato, nel 1949, causa immoralità dei due protagonisti-assassini e riprodotto solo nel ’56, ma completamente stravolto.

Nel nostro Stato sono sempre esistite 3 tipologie di censura per i film:

  1. La prima sulla sceneggiatura, che incideva sull’ottenimento del nulla osta ministeriale per accedere ai benefici economici e fiscali (es: Totò e Carolina del 1955 causa scene con fatti e soggetti offensivi del decoro e del prestigio delle istituzioni o autorità pubbliche);
  2. La seconda, quella strettamente toccata dal decreto annunciato dal ministro, che prevedeva l’intervento di una commissione di revisione per bloccare la messa in scena dei film;
  3. Infine, la terza e ultima, che proviene da magistrati o privati (un caso famosissimo fu Ultimo tango a Parigi, in cui intervenne la Procura di Roma con condanna del film per oscenità).

Dunque un film, per ottenere la messa in produzione e i finanziamenti, doveva superare un sistema articolato di controlli e verifiche. Risulta comprensibile come molti film, in Italia, siano stati o non prodotti o stravolti.

I documenti della censura sono un campionario di gusti e stili d’epoca. Ci parlano dei film, ma anche di chi li guarda.

Emiliano Morreale

I cambiamenti… una vera svolta?

Sulla base di queste premesse si capisce la soddisfazione del ministro Franceschini, che ha individuato in questo decreto un ulteriore passo verso la completa realizzazione di alcuni dei principi principali presenti in Costituzione. Parliamo della libertà di espressione e quella di pensiero (art. 21). Esso costituisce, inoltre, un vero e proprio adempimento del Manifesto sulla libertà di espressione dell’arte e della cultura nell’era digitale introdotto dal Consiglio d’Europa con base l’art. 10 CEDU.

Si modifica la seconda tipologia di censura (quella della commissione). Qui le novità introdotte:

  • Abolizione della censura vera e propria dell’opera. Conseguenza è che non assisteremo più a divieti di uscita di un film o a uscite condizionate da tagli;
  • Si prevede il principio di responsabilizzazione dei produttori. Una commissione di 49 esperti sostituisce le sette precedenti e ha il compito di valutare la corretta classificazione delle opere cinematografiche da parte degli operatori;
  • Direttamente i distributori e i controllori prevedono i divieti e quello massimo corrisponde al vietare ai minori di 18 anni (le altre fasce sono 6 e 14 anni) la visione di un film;
  • Si ha un sistema di classificazione più flessibile, maggiormente conforme alle diverse tipologie di opere e coerente con il generale allargamento del pubblico in sala.

Sembra, dunque, sia la fine della censura. In realtà, quella su richiesta di privati o della Procura rimane non di poco conto. Inoltre, dalle pagine di Repubblica, il regista del film Diaz Daniele Vicari ha “denunciato” un altro possibile problema: quello dell’autocensura degli artisti che “calibrano” i progetti in base alle aspettative del “sistema”. Due fattori che andranno considerati e monitorati.

I “censori” sono sparpagliati laddove le strane dinamiche politiche del passato anche recente li hanno piazzati.

Daniele Vicari

Il possibile futuro della censura dei film

Il cinema in Italia sembra introdurre un’estensione di libertà piuttosto marcata. Primo per l’impossibilità di censurare integralmente. Inoltre per l’ulteriore novità di consentire ai dodicenni e ai sedicenni, entrambi accompagnati da adulti, di guardare rispettivamente film vietati ai 14 e ai 18. Tuttavia non è l’unica conseguenza. Viene prevista una responsabilizzazione per i distributori, ma ancora di più per la Commissione presieduta dal presidente emerito del Consiglio di Stato Alessandro Pajno. Questa si estende anche ai genitori che dovranno trovare il coraggio di affrontare argomenti, per i quali spesso pensano i figli siano ancora troppo piccoli.

In più la nostra normativa va ad avvicinarsi a quanto previsto negli Usa, pur non arrivando alla totale rimozione dello strumento censorio. Bisogna, però, precisare che anche negli States, una tipologia di censura esiste, ovvero l’autocensura con il famigerato “Codice Hays“. Tutto bellissimo, ma per capire se in questo campo si avrà un futuro radioso, è necessario calcolare anche le possibili problematiche.

La più importante è quella espressa sempre dal regista Vicari. Infatti “l’abolizione della censura si scontrerà contro certe opache consuetudini a partire da come si concepiscono e selezionano i progetti“. Inoltre, vanno tenute in considerazione le reazioni. Il rischio di inondamento di denunce provenienti da Procure e privati sembra non del tutto scartabile. Una forma di censura, in alcuni casi, ancora più aggressiva. Quindi la maturità, rispetto a temi e scene inedite per il grande pubblico del cinema, sarà il criterio di valutazione per promuovere o meno questa normativa. La speranza è di non dare ancora ragione a Tomasi di Lampedusa. Un errore da censurare.

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

Daniele Craviotto

(In copertina Jeremy Yap da Unsplash)

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