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Obbligo vaccinale per i sanitari – Solo una scelta politica?

Obbligo vaccinale

Il decreto-legge n.44 impone l’obbligo vaccinale anti-Covid19 a tutti gli operatori sanitari. Mentre mancano dati confermati sull’esitazione vaccinale e si discute sulla legittimità di questa misura, il nostro Paese rimane in balia della pandemia: le scelte politiche ancora una volta spostano l’attenzione dai reali problemi emergenziali.


Decreto-legge n.44

Il primo aprile scorso il Governo ha emanato un nuovo decreto-legge, il numero 44. Come preannunciato, ormai da settimane, dal Presidente del Consiglio e dal Ministro Speranza, è arrivata l’imposizione, all’articolo 4, “dell’obbligo per tutti gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori d’interesse sanitario di sottoporsi alla vaccinazione per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2”. Il vaccino diventa così “un requisito sanitario essenziale per mantenere l’idoneità allo svolgimento di queste attività lavorative”. Tra i lavoratori cui il testo fa riferimento sono compresi “operatori di interesse sanitario che lavorino in enti pubblici o privati, che operino in farmacie o parafarmacie e studi professionali”.

Trovandosi nel campo dei trattamenti sanitari, non esiste per legge l’obbligo assoluto: si punta alla persuasione della persona; il mancato adempimento all’obbligo vaccinale porterà all’attribuzione a mansioni lavorative diverse, anche inferiori, o eventualmente alla sospensione, senza alcuna forma di retribuzione, fino al termine di piano nazionale di vaccinazione, non oltre il 31 dicembre 2021. 

Obblighi vaccinali: la situazione in Italia

La prima vaccinazione a diventare obbligatoria in Italia fu quella antivaiolosa, nel 1888: alla fine del 1700 Edward Jenner scoprì che i mungitori infettati da una malattia pustolosa che colpiva le mucche divenivano immuni al vaiolo umano. Da questa osservazione empirica nacque la geniale (per quanto incosciente, all’epoca) idea di iniettare in un individuo sano il pus di un soggetto infettato dal vaiolo vaccino per creare l’immunità necessaria a combattere anche l’eventuale infezione del virus umano. 

L’obbligo vaccinale fu abolito nel 1982. Il risultato di campagne vaccinali intensive ed estensive fu l’eradicazione, a livello globale, del vaiolo, dichiarata nel 1979 dall’WHO. 

Ad oggi, in Italia, i vaccini obbligatori per tutta la popolazione sono quattro: 

  • Antidifterico (dal 1939): somministrato con l’antitetanico come vaccino inattivato, composto da due anatossine (antidiftotetanico), oppure combinato con altri medicinali nella formulazione esavalente, somministrata in prima infanzia; 
  • Antipolio (dal 1966): dal 2005 i nuovi nati sono trattati solo con tre dosi di Salk, il vaccino inattivato (IPV); 
  • Antitetanico (dal 1968); 
  • Antiepatite B (dal 1991): il primo vaccino di nuova generazione, realizzato con la tecnica del DNA ricombinante e contenente solo un antigene virale. 

PNPV e Legge Lorenzin

Nel 2017 sono entrati in vigore il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) 2017-2019 e la Legge Nazionale n.199 (Lorenzin) che ha esteso l’obbligo a 10 vaccinazioni per poter accedere a comunità educative di ogni ordine e grado a partire dalle scuole materne. Dal 2017, quindi, per i bambini dai quattro ai dieci anni sono obbligatori i vaccini: 

  • esavalente (DTP, IPV, Ep B e Hib); 
  • tetravalente (MPR e varicella) o MPR + varicella a parte. 

All’infuori di questa legge non ci sono obblighi legislativi per queste sei vaccinazioni aggiuntive. Nonostante ciò, altre vaccinazioni rivolte a specifiche fasce di popolazione a rischio sono state inserite nel calendario vaccinale per la vita e sono offerte attivamente a nuovi nati e fasce di popolazione a rischio (ad esempio: anti-pneumococco, anti-meningococco o anti-influenzale). 

L’importanza della vaccinazione come metodica preventiva nella lotta alle malattie infettive è dimostrata e indiscutibile. Per quanto riguarda l’imposizione dell’obbligatorietà della stessa, come misura di politica sanitaria, invece, i risultati sono ancora discordanti: se sul breve termine l’effetto appare statisticamente e clinicamente significativo, sul lungo termine il rischio è che queste strategie possano limitare la fiducia nei confronti della vaccinazione e portare a una riduzione degli effetti positivi. 

Vaccine Hesitancy: cos’è?

Con il termine vaccine hesitancy, ovvero esitazione vaccinale, si intende il ritardo o rifiuto all’adesione all’offerta vaccinale, nonostante la disponibilità della stessa. Ha come conseguenza la riduzione delle coperture vaccinali e il mancato contenimento delle epidemie e/o pandemie. Lo spettro dell’esitazione vaccinale è molto ampio: si va dall’accettazione di tutti i vaccini al rifiuto degli stessi. Nel mezzo possono esserci il ritardo nella somministrazione o l’accettazione solo di alcuni vaccini.

Ad esempio, si accetta il vaccino contro il tetano, ma non l’antipolio: il primo è percepito come un rischio tangibile; la seconda no, è una patologia distante geograficamente e temporalmente, non più presente nel nostro immaginario culturale. Nel determinare l’esitazione vaccinale sono quindi fondamentali fattori quali la percezione personale del rischio, l’accessibilità logistico-pratica al vaccino, la fiducia nei confronti del processo produttivo del medicinale e del sistema che lo eroga. 

Le misure di sanità pubblica

Ad oggi, i dati sulla vaccine hesitancy relativa al vaccino anti-Covid19 parlano in media di un tasso del 30%, numero non molto distante da ciò che accade con tutte le altre vaccinazioni.

Le strategie di sanità pubblica volte a migliorare questo dato sono molteplici. Innanzitutto, per contrastare la percezione soggettiva di rischio/beneficio e la sottostima della severità della patologia sono fondamentali dialogo, informazione e interventi educativi. Per migliorare la fiducia nel vaccino e nel sistema bisogna garantire sicurezza, implementare i servizi di segnalazione degli effetti avversi e rafforzare le iniziative di regolamentazione del vaccino. Se, invece, il problema è di accessibilità al vaccino, bisognerà garantire un’estensione degli orari dei centri vaccinali ed eliminare barriere fisiche o linguistiche. 

L’incremento significativo dell’esitazione vaccinale, in tutto il globo, ha portato anche ad adottare misure estreme di implementazione degli obblighi vaccinali, sia su scala nazionale che internazionale. Il problema è, dunque, reale e va affrontato. 

Esitazione vaccinale anche tra i sanitari

Tuttavia, questo vale in misura generale. Per quanto riguarda l’ambiente dei sanitari, in Italia esistono alcuni obblighi vaccinali mirati alla protezione personale e del paziente trattato (tipicamente un soggetto fragile) dettati dal rischio aumentato di trasmissibilità di tali patologie infettive in un ambiente come quello ospedaliero o assistenziale. Parliamo, ad esempio, del vaccino anti-tubercolosi per soggetti che non siano mai entrati in contatto con il patogeno. 

Nel caso di Covid-19, è però fondamentale considerare il contesto emergenziale in cui ci troviamo e valutare i reali dati di popolazione. Al momento non ci sono numeri relativi al reale rifiuto di vaccinazione tra il personale sanitario: ci sono stati i singoli casi, come quello del San Martino di Genova, dal facile titolo giornalistico e molto utili per “fare notizia”. Ci sono solo impressioni, ma per il resto non si hanno dati nazionali, percentuali alla mano da poter confrontare con quel 30% succitato. Non ci sono i numeri sufficienti per fare una valutazione seria e scientifica dell’impatto reale di questo nuovo decreto. Chi ci assicura che non si tratti di un ago in un pagliaio e che i reali problemi non siano nascosti altrove?

Cosa vuol dire, oggi, imporre l’obbligo vaccinale?

L’argomento è controverso. Imporre quest’obbligo vaccinale, oggi, significa innanzitutto il fallimento di tutte le altre strategie: la lotta alla vaccine hesitancy parte dall’informazione, dall’engagement e dall’empowerment del cittadino, solo in ultima analisi arriva alla coercizione. 

D’altra parte, la criticità della situazione che stiamo affrontando potrebbe giustificare questa misura, anche su scala generale. Di certo va considerato un ordine di priorità: i numeri relativi all’esitazione vaccinale tra gli operatori sanitari sono sconosciuti e, probabilmente, irrisori; i problemi attuali del sistema sanitario sono di certo maggiori. Facendo una valutazione rischi/benefici, sembra che il rischio di sospendere il personale laddove sia oggi più necessario, soprattutto in piccole realtà territoriali, in ospedali e luoghi di cura con poche risorse, sia molto maggiore del beneficio tratto dal rincorrere e obbligare a vaccinarsi anche l’ultimo dei farmacisti. I problemi da risolvere sono altri: la messa in sicurezza dei soggetti più fragili, le forniture di vaccini rallentate, le misure sociali anti-contagio non più correttamente controllate, il contact tracing ormai andato in tilt. 

Infine, non va sottovaluto il rischio di quella che in psicologia viene definita reattanza. Un obbligo, qualsiasi esso sia, suscita uno dei nostri istinti più primordiali: la ribellione alla norma; e spesso proprio quella non razionalmente giustificata. Questa misura di legge potrebbe potenzialmente essere uno strumento in più per la risoluzione della crisi sanitaria, ma ora è secondaria e psicologicamente rischiosa.


Per approfondire: Vaccino anti-Covid – 10 miti da sfatare (un articolo di Teresa Caini).


Scelte politiche, non sanitarie

Questo decreto sembra avere uno scopo politico, più che sanitario. Sembra solo propaganda, fatta su misura per fomentare tutto il chiacchiericcio delle ultime settimane. Sembrano campagne orientate a distogliere l’attenzione dal problema principale. 

L’obiettivo primario è rendere sicuro l’ambiente ospedaliero, ma il mezzo per raggiungerlo non può essere solo l’obbligo vaccinale per i sanitari: non necessariamente è l’infermiere non vaccinato il problema; molto più probabilmente e primariamente ci sono protocolli poco efficaci, una carente cultura igienica, scarsezza di personale, sovraffollamentocontact tracing e testing insufficienti.  

Non abbiamo tempo per dedicarci ad una battaglia contro una minoranza in un momento in cui dovremmo pensare all’aumento dei vaccini e alla razionalizzazione delle dosi. Come ampiamente dimostrato in questi ultimi mesi dalla gestione e dalle decisioni istituzionali, sembra proprio che non riusciamo a spostare le scelte dall’ambito della politica, della propaganda e del consenso a quello dell’impatto vero sulla pandemia, ancora lontana dall’essere risolta.

Teresa Caini

(In copertina Ali Raza da Pixabay)

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