Cultura

Il mio Messico – Narcos, tra fantasia e realtà

Narcos

Una rubrica su un paese lontano e misterioso, controverso e irrisolto. Un viaggio oltre l’oceano, raccontato da esperienze, riflessioni e scoperte. Un racconto dell’anima messicana.

L’immagine occidentale del Messico è profondamente legata al narcotraffico e ai suoi tratti distintivi quali la violenza, i sequestri e le sparizioni, la paura e il pericolo. Pensando a questo paese siamo abituati a provare sentimenti contrastanti: non sappiamo se prevalga l’ammirazione o la soggezione, la paura o la curiosità, se si avvicini più al paradiso terrestre o all’entrata dell’inferno. Ma quanto è realmente importante, nelle vite dei messicani, il mondo del narcotraffico? E quanto è radicato nella società?

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Situazioni scomode o mortali?

Così come l’Italia è famosa per la Mafia, Cosa Nostra e la Camorra, tra le organizzazioni criminali più potenti e pericolose al mondo, allo stesso modo il Messico è famoso per il narcotraffico. Personaggi come “El Chapo” o “El Mayo” hanno alimentato la fantasia di intere generazioni, e si sono rivelate ottime fonti di guadagno per case cinematografiche: Basti pensare alla serie Narcos o al film Ozark, che con le loro storie avvincenti e a tratti surreali hanno affascinato milioni di persone in tutto il mondo.

Ma quello che vediamo sugli schermi corrisponde alla realtà? In parte sì e in parte no, come spesso accade. Senza dubbio il cinema sa rendere l’idea di ciò che si trovano a vivere ogni giorno le popolazioni locali, raccontando le motivazioni che le spingono a prendere determinate scelte o seguire alcune strade piuttosto che altre, finendo per ritrovarsi in situazioni apparentemente solo scomode e in realtà mortali.

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Tra appoggio locale e guerra della droga

La presenza dei Cartelli sul territorio  influenza fortemente il modo di vivere di interi villaggi messicani: più la zona è povera e lo Stato ha difficoltà ad aiutare i bisognosi, più è facile per le organizzazioni criminali assumerne il controllo – situazione che d’altronde conosciamo benissimo in Italia. Un esempio emblematico della mutua assistenza che esiste tra criminalità e popolazione è stata la cosiddetta “Battaglia di Culiacán”, del 17 ottobre 2019.

In questa occasione l’esercito messicano, nella lunga guerra della droga (conflitto armato iniziato nel 2006 dal presidente Felipe Calderón Hinojosa e che vede contrapposti i Cartelli messicani tra loro e contro l’esercito messicano e che ha causato oltre 270 mila morti civili negli ultimi 15 anni), è entrato nel paese di Culiacán, dove era nascosto Ovidio Guzmán López, figlio del Chapo, con l’intento di arrestarlo.

La popolazione locale – composta prevalentemente da contadini – si è armata e unita al Cartello di Sinaloa, che controlla il territorio, prendendo vari ostaggi e minacciando l’uccisione delle famiglie dei militari occupati nell’operazione, se non fosse stato liberato il figlio del famoso narcotrafficante. Andrés Manuel López Obrador, il presidente messicano, si è visto obbligato a ordinare il rilascio di Guzmán, per evitare ulteriori violenze. In questo tentativo fallito di arresto sono morte almeno 14 persone, di cui 4 civili.

I Cartelli e il potere

La presenza e l’importanza delle organizzazioni criminali varia a seconda delle zone e della situazione locale, sebbene queste costituiscano una realtà capillare che riguarda e controlla tutto il territorio messicano. Si dividono in gruppi, i cosiddetti Cartelli, tra i quali i più potenti sono il Cartello di Sinaloa, quello di Los Zetas, il Cartello del Golfo, la Familia Michoacana, il Cartello di Juárez e quello di Jalisco Nueva Generación.

La loro attività va dal traffico di droga e di armi, ai sequestri, alla trata de blancos (traffico di esseri umani per la prostituzione e per gli organi), al controllo del territorio tramite corruzione e lotte per il potere.

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Mérida, una città sui generis

Così come nella cultura italiana, anche in Messico la famiglia ha un ruolo fondamentale, e perciò è interesse dei capi-cartello salvaguardarla e proteggerla. Per questo motivo la necessità di una “zona franca”, cioè di un luogo sicuro e al riparo dai pericoli del narcotraffico, ha dato origine alla peculiare situazione di Mérida. Infatti in questa città, grazie ad accordi di cui tutti sanno l’esistenza ma di cui a nessuno fa piacere parlare, di cui si sentono varie versioni e che, dipendendo dall’interlocutore, assumono caratteristiche diverse, si vive sicuri . Al contrario della maggior parte delle città messicane, in questa città coloniale e turistica si può uscire la sera, camminare da soli, tenere il cellulare in mano mentre si è per strada, frequentare qualsiasi zona della città.

La polizia si trova ad ogni angolo della strada, con posti di blocco fissi e mobili, e controlla, supervisiona, si unisce alla popolazione fino quasi a confondersi. Il rapporto tra la popolazione e le forze dell’ordine è addirittura amichevole, tanto è l’abitudine di averli accanto in ogni momento e posto. Per entrare in città arrivando da Cancun si deve passare attraverso un’unica entrata principale, controllata giorno e notte da guardie armate dell’esercito, che fermano ogni veicolo, controllando le persone a bordo prima di farlo proseguire. Operazioni di routine, che i locali non notano neppure, tanto sono abituati a questa procedura. Per controllare che non vengano immesse armi o droghe in città senza che la polizia ne sia al corrente si dice che in questo specifico posto di blocco ci siano telecamere a raggi x, che scannerizzano ogni veicolo passi, ma la fondatezza di tali voci appartiene al mistero.

Mérida è una città così controllata la polizia “assicura” una vita tranquilla e quasi senza pericoli, e la gente si sente protetta. Di fatto, all’apparenza è davvero così: un turista non potrebbe mai dubitare ciò che si scopre parlando coi locali. Infatti, informandosi sul perché la “città bianca” sia talmente diversa dal resto delle città messicane e così sicura, perché sia “la città migliore del Messico per vivere”, considerata addirittura un esempio da seguire, si scopre dell’esistenza di patti tra governo, polizia e narcotrafficanti per mantenere la tranquillità, anche perché questa è la città nella quale vivono molte famiglie dei narcos. È dunque interesse generale evitare sparatorie per strada, sequestri in centro città o regolazione dei conti alla luce del sole. I piccoli crimini, le violenze e i delitti avvengono anche a Mérida, come in tutto il mondo, ma questa città è protetta in modo straordinario ed è nell’interesse di tutti i cittadini mantenerla così.

In questo modo succede che le famiglie povere convivano con quelle ricche e con quelle all’apparenza inspiegabilmente ricchissime, che alcuni ragazzi delle scuole private trascorrano il sabato pomeriggio al Casinò ed abbiano tigrotti e coccodrilli nel parco delle ville in cui abitano, e che alla domanda “cosa fa tuo padre?” la risposta, dissimulata e rigorosamente taciuta, sottintenda con chiarezza: il narcotrafficante. Così le diverse realtà in alcuni punti si fondono, e la linea tra giusto e sbagliato, tra sicuro e pericoloso, diventa particolarmente sottile: si vive in una zona grigia, dove meno si chiede e meno si sa, meglio è.

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Non solo droga

Il turismo d’altra parte è una fonte estremamente redditizia per il narcotraffico, così Cancun e Playa del Carmen sono località rinomatamente pericolose. Gli obiettivi principali dei narcos sono gli antros (discoteche) dove si controlla la circolazione di droghe e prostitute, le avenide principali e i ristoranti dove non sono estranei il sequestro e la violenza, e le spiagge, dove bambine e ragazze spariscono nella prostituzione o per essere restituite alle famiglie in cambio di un cospicuo riscatto.

Il commercio locale è totalmente controllato dai Cartelli che possedere un negozio o un ristorante, un hotel o una azienda in questa zona significa sottostare ad accordi o pagare un pizzo in cambio di protezione. Qui i proprietari e i direttori delle imprese cercano di mantenere un profilo basso per non diventare un bersaglio. Negli ultimi anni, insieme all’espansione e alla sempre maggiore popolarità di Cancun, Playa del Carmen e recentemente di Tulum, anche queste zone stanno diventando sempre più pericolose non solo per vivere, ma anche per lavorare.

Un finale felice?

I messicani convivono con la presenza insistente e finora inevitabile dei Cartelli della droga, si sono abituati a vivere nella violenza e nel terrore, e sono consapevoli della nomea del proprio paese all’estero. Nonostante ciò la realtà quotidiana non è – non in tutto il Messico almeno – drammatica come siamo abituati a credere: in alcune zone rurali è peggio, in molte città non si può girare soli o uscire la sera, in altre la vita scorre normale e pacifica.

Insieme e oltre alla violenza a cui siamo abituati ad associare il Messico, questo paese offre allegria, colori, odori, musica e gioia, che si mescolano, si confondono e spesso prevalgono sulla devastazione lasciata dai Cartelli, rafforzando la matrice ontologicamente opposta al “male” della popolazione messicana, destinata – forse – ad avere infine la meglio.

Greta Murgia

(Nell’articolo e in copertina immagini di Greta Murgia)


Narcos, tra fantasia e realtà è il sesto articolo della rubrica Il mio Messico di Greta Murgia. Si ringrazia l’autrice per la gentile concessione delle immagini.

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