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JD il Moro – Intervista al “Sardo del Nord”

JD Il moro

Una chiacchierata a tu per tu con JD il Moro, una finestra sulla sua variopinta carriera e sul suo nuovo album: Il Sardo del Nord. Un viaggio che attraversa non solo le identità del passato ma si lancia nel presente, in nuove tecniche e territori inesplorati.


Ascoltando JD il Moro ci si fa l’idea di un artista che affronta il rap con leggerezza. La sfacciataggine di qualcuno a cui piace prendere in giro ma soprattutto prendersi in giro e che la musica la prende come un gioco. Eppure trovandoselo davanti appare serio e consapevole che, dietro quel sorriso umile, c’è il carattere determinato di chi vuole prendersi tutto. La sua carriera è iniziata 10 anni fa, al parchetto, nelle Jam. La vita lo ha portato a cambiare molte volte città e spesso anche se stesso ma in lui c’è e c’è sempre stata una costante: la musica come piano A, costi quel che costi.

“Il sardo del nord” è un titolo che nasconde una storia. Nei tuoi testi si trovano molti riferimenti alla tua vita personale, pensi sia stata più la tua storia ad influire sulla tua musica o più la tua musica che ha influito sulla tua storia?

Io sono partito per Londra per racimolare soldi. Volevo far uscire il disco che avevo già pronto con David Costello. Sono andato lì per la musica e con un’idea precisa, ma poi mi sono perso. Ho dovuto iniziare con lavori molto umili e la paga non era il massimo. Mi sono dedicato al lavoro, ho sviluppato il mio curriculum, ma questo mi ha portato a mollare il rap per un anno e mezzo. Quando soffochi una passione così grande però succede che esplodi, allora sono tornato a scrivere. Quello che ho sul curriculum è il mio piano B, perché io voglio fare la musica nella vita. Dopo sono venuto qui a Milano, ho ripreso in mano il nome di JD il Moro e nel 2019 ho fatto uscire il primo mixtape.

Per quanto riguarda la vita e la musica sono due rette parallele che però si incrociano, al contrario della matematica [ride]. Ho iniziato tante cose nella mia vita senza portarle a termine: sport, università… La musica è l’unica passione che mi ha accompagnato sempre. All’inizio era la mia valvola di sfogo: anche per la situazione familiare, perché ne ho passate tante; dopo mi veniva naturale trasformare in musica ciò che mi succedeva, alla fine si è tutto sommato.

Ho notato che nel secondo mixtape sperimenti molto a livello di sound. Pezzi con autotune ma anche più classici. C’è uno stile in cui ti senti rispecchiato o è ancora in atto la ricerca?

La ricerca è quasi terminata nel senso che farò una cosa completamente diversa. Sarà una cosa molto ambient, te lo spoilero. Mi rendo conto che oggigiorno c’è bisogno di avere un percorso ben chiaro, così che poi la gente possa attribuirti le famose “etichette”. A me è sempre piaciuto fare tutto ciò che mi passava per la testa, musicalmente parlando. Ora cerchiamo un po’ di rientrare nei binari che noi stessi ci siamo creati. In generale, comunque, dipende dal tipo del pezzo: alcuni sono più personali e allora mi piace avere la voce grave; altri, più frivoli, mi piace anche canticchiarli.

Anche nei testi sei molto versatile. Riesci a passare da Johnny Punchlines ad un JD il Moro più introspettivo, in brani come “Tutta per me”. La composizione di questo secondo mixtape ti ha accompagnato in più periodi?

Io scrivo tanto, pure troppo [ride]. Ho dei periodi di full immersion in cui sento proprio il bisogno di scrivere, anche due o tre pezzi al giorno. Ho buttato fuori il primo mixtape nel 2019. David Costello, mio produttore e grande amico, già ai tempi del primo mixtape mi ha passato dei beat che sarebbero poi andati nel secondo. Da lì c’è stata una parentesi con Ric de Large che mi ha riportato a casa, in Sardegna. Con lui abbiamo confezionato un disco che, per motivi di incompatibilità di sound, vedrà la luce magari in un terzo mixtape. Quindi in questo progetto c’è il mio solito puzzle di pezzi messi insieme, alcuni scritti anche all’ultimo.

Ora hai definito la Sardegna come “casa”, hai vissuto gran parte della tua vita a Gorizia e in questo mixtape le hai anche dedicato un pezzo… Per un nomade come te, cosa deve avere un posto per poter essere definito “casa”?

Casa è dove c’è la famiglia, ma non per forza intesa come nucleo familiare originario. Io ho una famiglia un po’ strana perché i miei hanno divorziato quando avevo 5 anni, ho due fratelli per modo di dire. In realtà ci chiamiamo così ma non siamo neanche fratellastri. Poi nel mio vagabondare ho conosciuto un sacco di fratelli e sorelle, persone a cui voglio bene. Quindi una parte di me ti direbbe che Londra è casa mia perché mi manca davvero tanto e lì ho dei legami incredibili. Un’altra parte di me ti direbbe Gorizia, un’altra la Sardegna, un’altra ancora Milano [ride]. Mi trovo bene abbastanza ovunque.

Facendo un passo indietro al primo mixtape. Nella traccia “mare di Sardegna” dici: “Dalla batteria poi ho preso il mic”. Hai approcciato la musica da musicista, adesso hai un ruolo nella produzione delle basi?

Sono molto rompiballe sul sound. Diciamo che vado molto a mood: decido che ho bisogno di un determinato tipo di base per un testo, quindi do a David delle reference e lui, tramite la sua arte, fa il resto. Io dopo la batteria avevo buttato fuori dei pezzi su Netlog che avevo registrato io tramite Fruit loops, ti parlo del 2009. Lì sono stato contattato da David Costello che era di Gorizia insieme alla sua crew. A quel punto il mio essere beatmaker è passato in secondo piano perché mi arrivavano tante cose e ho preferito cimentarmi nella scrittura. Però questa cosa dello sperimentare melodie ce l’ho da sempre, volevo ampliare la struttura canonica del rap.

Quando hai iniziato il rap non andava di “moda” come adesso, era meno diffuso qui in Italia e non tutti volevano fare i rapper come adesso. Quali sono le differenze, secondo te, dell’iniziare a fare rap adesso rispetto a quando hai cominciato tu?

Adesso vedo e sento tantissimi ragazzini che hanno una tecnica mostruosa già alla prima canzone, quindi sono molto più avanti a livello tecnico rispetto a come lo eravamo noi. Io mi ricordo che le prime demo venivano cestinate perché non si andava a tempo. Non c’era questa cultura radicata. In America sanno rappare da piccoli. Adesso si, sono più bravi, ma circolando in questo tipo di business molti soldi, molti ragazzi lo fanno per quello. Arrivano addirittura a inventarsi di sana pianta delle situazioni o delle cose per crearsi un loro personaggio e sembrare più avvincenti agli occhi degli spettatori. È un circolo vizioso. Parli di soldi, di droga. Cerchi soldi e forse finisci anche a cercare la droga. Non lo so… Magari tempo fa c’era più passione.

“Il successo è una soddisfazione ma è anche pieno di tristezza e quella te la porti appresso in ogni destinazione” è molto d’impatto questa frase di “Lillo”. Ed è anche emblematico il fatto che l’intro si intitoli “sogni e rimpianti”. Ci sono stati momenti nella tua vita in cui avresti voluto rinunciare alla musica e al relativo successo in cui ti stava portando? Cosa ti manca della tua vita di prima?

Si, assolutamente. Vorrei fare una premessa dicendo che io quando ho iniziato a fare musica lo facevo per me, per divertirmi. Poi la cosa a Gorizia ha avuto un bel feedback: abbiamo iniziato ad aprire ai concerti, anche palchi di Fibra e robe grosse. Da lì in poi ho iniziato a covare l’idea che, se avessi spinto, avrebbe potuto davvero diventare la mia vita. Tant’è che sono partito nel mio pellegrinaggio musicale, ma qui sono tornato con i piedi per terra. Mi sono perso. Tutti i soldi che mi entravano, oltre ad affitto e sopravvivenza, ero conscio di spenderli nella musica, per riuscire a farla diventare il mio piano A. Sono entrato nel mindset del: “Devo fare questa cosa seriamente”. Ho iniziato a mettere da parte tanti testi e idee perché non erano “commerciali”. I famosi compromessi. Lì ho vacillato un po’. Poi si sono aperti tutti i fronzoli del mercato musicale: sponsorizzazioni, pubblicità, lì mi sono demotivato. Mi prendeva troppo tempo e non riuscivo a starci dietro. Queste cose mi hanno fatto pensare che forse non era la mia strada.

Poi ho capito: stavo dando troppa importanza all’arrivo senza godermi il percorso. Così sono tornato JD il Moro nel 2019 e lì si è aperta la situazione che vivo adesso: più persone che mi seguono, amici, sostenitori, feedback positivi, sono sempre numeri “piccoli” ma sostanziali. Si vede la differenza quando cominci a non ascoltare più le paranoie e vai dritto per la tua strada e ti concentri. Ti godi il paesaggio e io lo sto facendo di brutto.

JD il Moro – Camelot

Di recente è uscita “Spallucce – Ok Bella”. Un brano, prodotto da David Costello e Ric de Large, in cui sei affiancato da Drimer. Un featuring importante che sta andando molto bene anche a livello di numeri. Com’è nato questo pezzo e la tua collaborazione con Drimer?

La collaborazione con Drimer è nata un po’ per caso e un po’ per via di questa nostra similitudine nell’andare avanti pure in situazioni avverse. Mi spiego meglio: per quanto sia cool raccontare che lui mi ha calpestato le nuove sneakers bianche e li mi è venuto spontaneo fare spallucce, ricevendo chissà quale benedizione dal cielo tramutata in ispirazione, non è proprio così che è andata.

Eravamo entrambi stanchi di non fare più palchi (lui più di me, dato che avrebbe avuto di gran lunga più date, ovviamente, vista la sua importanza nella scena), stanchi come tutti di queste zone colorate, delle chiusure, del non poter andare a farsi un viaggio. Così abbiamo pensato bene di prenderla con filosofia, e parlandone ci è venuta l’idea di scrivere questo singolo, spinti anche dalle sonorità quasi giocherellone che mi ricordano tanto quelle sigle pubblicitarie che han fatto la storia un ventennio fa.

È per tutti una situazione contro cui puoi reagire e basta. Ma puoi decidere come reagire. Noi abbiamo scelto di non farci il sangue amaro, di raccogliere le forze e le idee per tempi migliori. Di fare spallucce, urlando “ok, bella!” alle avversità. Solo così sconfiggi il fantasma. Affrontandolo, non lamentandoti.

JD il Moro ft. DRIMER – Spallucce

Intervista a cura di Maddalena Ansaloni

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