CronacaPolitica

Il tentato golpe in Giordania – Giorni di tensione ad Amman


Le più recenti notizie arrivate da Amman, capitale della Giordania, sono subito rimbalzate sui maggiori media di tutto il mondo creando non poco panico. Vediamo di analizzare più da vicino quello che per fortuna si è rivelato solo un tentato golpe.


Equilibri delicati

Una lite familiare che vede protagonista una famiglia reale. Siamo in Giordania, Paese che, dal dopoguerra a oggi, ha sempre giocato un ruolo importante all’interno della delicata scacchiera mediorientale. La monarchia dell’attuale dinastia hashemita, con a capo il re Abdullah II, è sempre riuscita a garantire stabilità politica ed economica, dimostrandosi capace di guardare e intrattenere rapporti diplomatici sia a est che a ovest. Sulla Giordania pesa il ruolo di Stato cuscinetto tra Israele e Paesi come Arabia Saudita, Iraq e Iran che da sempre minano la sua esistenza.

Proprio la posizione strategica ha fatto temere il peggio: un eventuale golpe farebbe precipitare una situazione già di per sé critica, facendo perdere all’Occidente europeo e americano un alleato sul quale si è sempre potuto contare.

Attimi di paura

Il 3 aprile arrivano le prime preoccupanti notizie: si parla di golpe, di colpo di Stato. La polizia ferma una ventina di persone, tra le quali figura anche Hamzah ibn al-Hussain, figlio maggiore del precedete re, nonché fratellastro di Abdullah II. Il membro della famiglia reale non viene arrestato ma gli viene imposto di non uscire di casa e di astenersi da ogni attività pubblica poiché si teme per la sicurezza nazionale. Si ipotizza, infatti, che possa tramare contro la propria famiglia con l’appoggio di clan locali e forze straniere.

Nella famiglia reale aleggiava da tempo un’aria di conflitto tra i due fratellastri. Il padre dei due, considerato il fondatore della Giordania moderna, poco prima della morte, avvenuta nel 1999, nominò a sorpresa come suo successore Abdullah, nonostante questi non fosse il favorito.

I rapporti si sono notevolmente incrinati quando nel 2004 Abdullah tolse il titolo di principe ad Hamzah per assegnarlo al figlio Hussein bin Abdullah.
Tuttavia l’accusato, in un video da lui girato nella sua abitazione, ha dichiarato la sua più totale innocenza e il suo essere del tutto estraneo ai fatti. Egli si è detto non responsabile della crisi di governo e delle istituzioni e della loro corruzione. La regina Nur, madre di Hamzah, tramite un tweet ha definito calunnie quelle mosse contro suo figlio. Se non fosse per il contesto, parrebbe quasi una storia degna di una pellicola cinematografica.

Il lieto fine

Per il ministro degli esteri giordano Ayman Safadi, il pericolo maggiore era rappresentato dall’intervento di forze straniere con cui l’ex principe sarebbe potuto essere in buoni rapporti.

In pochi giorni, però, la breve crisi sembra essersi risolta definitivamente. Lunedì 5 aprile Hamzah ha, infatti, giurato fedeltà al re per il bene del Paese. La speranza è che le questioni private non inneschino un pericolo pubblico e che tutto possa essere chiarito tra le mura familiari. Da tutto il mondo, quello arabo in primis, sono arrivati messaggi di appoggio al re Abdullah II e, dal Marocco agli Emirati Arabi Uniti, tutti hanno potuto tirare un sospiro di sollievo.

Alla luce degli sviluppi degli ultimi due giorni, mi metto nelle mani di Sua Maestà il Re, sottolineando che rimarrò nell’era dei padri e dei nonni, fedele alla loro eredità, seguendo il loro cammino, fedele a loro e a Sua Maestà.

Hamzah ibn al-Hussain

Parola d’ordine: ripresa

Sebbene tutto si sia concluso nel migliore dei modi, quanto avvenuto getta delle ombre sulla reale stabilità del Paese e quindi dell’intero Medio Oriente. Quest’angolo di mondo, da sempre croce e delizia dell’umanità, ha quanto mai bisogno di riprendersi dalle profonde ferite degli ultimi tragici anni e, per farlo, ha bisogno di realtà forti come può esserlo il regno di Giordania.

Esso però soffre ad oggi un periodo di grave crisi dovuta a vari fattori. Da una parte, il consistente numero di profughi siriani sta mettendo a dura prova il Paese, incapace di far fronte a un’emergenza umanitaria che pare infinita. Dall’altra, la pandemia di coronavirus non fa altro che gravare sull’economia giordana. Se in un primo momento il Paese si era mostrato in grado di gestire al meglio l’epidemia, divenendo un esempio per gli altri limitrofi, ora sembra non reggere i duri colpi inflitti da quest’emergenza del tutto nuova. Persino il turismo, di cui la Giordania è meta ambita, sta facendo molta fatica a decollare. Chissà se la città simbolo di Petra potrà accogliere anche quest’anno i turisti provenienti da ogni dove.

Jon Mucogllava

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