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AstraZeneca – Il fallimento della comunicazione scientifica

AstraZeneca

La dodicesima settimana della campagna vaccinale anti-Covid 19 non è stata certo una passeggiata. A pesare è stata principalmente la sospensione in molti Paesi europei delle somministrazioni di AstraZeneca.


Nel primo pomeriggio dello scorso 15 marzo, l’Aifa ha “deciso di estendere in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’EMA, il divieto di utilizzo del vaccino AstraZeneca Covid19 su tutto il territorio nazionale”. La sospensione della somministrazione è avvenuta in linea con la decisione di altri Paesi europei (tra cui in primis Germania e Francia, seguite da Spagna e Olanda).

In Germania la frequenza di rare forme di trombosi cerebrale nella popolazione giovane sembra essere più alta del previsto. In Italia è in corso l’indagine sulla morte di Sandro Tognatti, maestro di clarinetto deceduto poche ore dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca. I carabinieri del Nas, su disposizione della Procura di Biella, hanno sequestrato le dosi del lotto ABV5811 AstraZeneca. Serpeggiano voci e AIFA prende tempo per chiarire la situazione.

Una comunicazione tutta sbagliata

Gli eventi della scorsa settimana hanno dimostrato, in poche ore, il fallimento della comunicazione istituzionale di emergenza, e così della comunicazione scientifica, oltre all’irresponsabilità di un certo giornalismo.

Da un lato, ci sono stati i titoloni altisonanti dei quotidiani e i servizi strillati dai telegiornali, con il criticatissimo “AstraZeneca, paura in Europa” seguito dal lapidario “Il vaccino AstraZeneca è sicuro”, rispettivamente datati 12 e 13 marzo ed entrambi pubblicati su Repubblica.

Tuttavia, dall’altro lato, c’è anche stata la strutturale (e ormai da oltre un anno ben nota) carenza di capacità comunicativa da parte delle istituzioni: la stessa AIFA ha accusato, in data 14 marzo, l’“ingiustificato allarme sulla sicurezza del vaccino AstraZeneca”, per poi limitarsi a ribaltare il discorso con il comunicato n.637, del 15 marzo. Sono venute a mancare non solo la solidità e la trasparenza che ci aspettiamo dagli organi istituzionali, ma anche la rassicurazione di cui avremmo avuto bisogno.

Da un lato quella psicologica, quella dell'”andrà tutto bene“, dell’ottimismo e delle storie a lieto fine che i giornali amavano raccontare lo scorso marzo; dall’altro quella scientifica, quelle delle cose logiche, spiegate linearmente, senza allarmismi e con voce autorevole. I lettori, gli ascoltatori hanno vacillato. I vaccinologi di turno si sono espressi e l’opinione pubblica ha perso forse quell’ultimo barlume di fiducia rimasto nelle istituzioni e nelle fonti di informazione nazionali.

Come trattiamo le notizie scientifiche: il come e il cosa

È d’altra parte vero che l’incapacità di comunicare la Scienza è un problema storico. Tanti sono gli esempi di scoperte, problemi e progressi comunicati dai mass media con il solo intento di “voler fare notizia”. E nella Scienza (come d’altronde in altri campi), non solo c’è la responsabilità del modo in cui viene fatta notizia, ma anche del contenuto. Si pensi al caso Wakefield-vaccino MPR, al Tromso heart study o a tutte le più recenti bufale su Covid-19 e le miracolose cure per prevenirlo o curarlo (ad esempio, il grande entusiasmo sulla lattoferrina).


Per approfondire leggi: Vaccino anti-Covid – 10 miti da sfatare, un articolo di Teresa Caini.


L’impatto sull’opinione pubblica delle notizie scientifiche, soprattutto quelle che ci riguardano direttamente, che coinvolgono la nostra Salute, è enorme. Ci sono responsabilità che non possono essere negate. Qualsiasi correlazione o nesso causa-effetto che emerga da uno studio scientifico deve essere supportato da un corretto procedimento di indagine e da un’adeguata inferenza statistica. E responsabilità di chi diffonde notizie è anche controllare questi aspetti.

  • Pubblicazione di Lancet sulla correlazione tra vaccino MPR e autismo (Wikipedia);
  • The Tromsø heart study. Does coffee raise serum cholesterol? (PubMed);
  • Coronavirus, il boom della lattoferrina (LaRepubblica).

L’impatto pratico e psicologico

Qual è stato quindi l’impatto della sospensione di AstraZeneca?

Innanzitutto, pratico: non sono state somministrate 200mila dosi di vaccino, la campagna è stata significativamente rallentata. Al giorno 15, considerando le dosi ancora inutilizzate e quelle in arrivo, per tutto marzo senza AstraZeneca avremmo avuto a disposizione 4 milioni di dosi, con il vaccino anglo-svedese 7 milioni. E date la velocità con cui questa campagna sta procedendo e le problematiche di distribuzione, non si tratta di numeri piccoli. 

Tuttavia, l’impatto è stato soprattutto psicologico. È facile colpire laddove siamo più suscettibili: è normale che un evento improvviso e inatteso ci spaventi; cominciamo a sospettare che ci sia qualcosa che non va. È normale che se di un vaccino, unico miraggio di salvezza dopo un anno di pandemia, viene anche solo paventata la possibilità di un nesso di causalità con una morte improvvisa per trombosi, ci spaventiamo. Bisogna giustificare questa paura, capire che non siamo macchine perfette. Il modo in cui queste notizie sono state comunicate ha influito sulla nostra percezione del rischio, sui nostri sensi di controllo e incertezza.

In ogni caso, bisogna cercare di capire scientificamente e criticamente cosa sia successo. E bisogna farlo, purtroppo, in autonomia, perché le istituzioni e i giornali non si sono premurati di farlo.

Dove abbiamo sbagliato?

La sospensione di AstraZeneca, così come è avvenuta. Dopo tutta la fatica necessaria per convincere dei benefici della vaccinazione, bastano pochi giorni di cattiva comunicazione per annullare il lavoro fatto. Sarebbe stato sufficiente che AIFA spiegasse il significato di principio di precauzione e di farmacovigilanza. Il principio di precauzione entra in gioco quando “le prove scientifiche sono insufficienti, non convincenti o incerte”.

Il principio di precauzione non è paura, come è stato dipinto dai giornali. Chi ha sospeso i lotti lo ha fatto per poter indagare, perché mancavano elementi. Bisogna considerare che tutti i medicinali (e quindi anche i vaccini) non sono perfetti e possono avere complicanze, più o meno gravi. Accettiamo che medicinali e vaccini non siano perfetti e abbiano complicanze perché ci servono.

Controlliamo queste complicanze soprattutto attraverso gli studi di farmacovigilanza. Questo è un aspetto fondamentale nello sviluppo di un qualsiasi medicinale: alla fase di commercializzazione (nel nostro caso, di distribuzione) segue sempre una cosiddetta fase IV di studio post-marketing.

In questa fase continuano gli studi di effectiveness, che verificano l’effettiva protezione sulla popolazione e permetto di valutare i profili di sicurezza, oltre agli eventi molto rari che si possono presentare quando si usano milioni di dosi di vaccino (o altro medicinale). Questa è la prassi, non c’è nulla di strano. E questo è ciò che AIFA avrebbe dovuto spiegare.

Impariamo dagli errori

Quindi, è normale che i mass media vogliano “fare notizia”, che sfruttino ogni occasione per alimentare l’interesse e la discussione. Tuttavia, in questo momento storico sarebbe importante lasciar da parte la voglia di prima pagina per far spazio ad una maggiore responsabilità da parte dei canali di informazione. E una ancora maggiore responsabilità è quella che dovrebbero avere, oggi, le nostre Istituzioni.

Al tempo stesso, l’errore non è stato solo del comunicante: qualcosa sembra mancare anche nel ricevente. Poche ore sono state sufficienti a seminare il panico. Questa vicenda evidenzia, ancora una volta, la carena di un’educazione scientifica capillare. Un Paese con una Sanità pubblica, nazionale e gratuita dovrebbe garantire anche un’educazione pubblica, fornire gli strumenti per capire ciò che ci riguarda così da vicino. Non può essere materia solo di specialisti, non più.

Una storia a lieto fine?

La nostra storia pare, tuttavia, avere un lieto fine. Almeno per il momento.

Il 19 marzo, alla Conferenza stampa di AIFA, il Direttore Generale Nicola Magrini ha riportato gli esiti dell’analisi di EMA: “I benefici del vaccino Astrazeneca superano ampiamente i rischi. […] Il vaccino non è associato ad un aumento complessivo del rischio trombotico e tromboembolico, né ci sono problematiche relative alla qualità dei lotti stessi”. Ha poi aggiunto che “la preoccupazione giustificata nata dalla segnalazione di questi pochi casi di una certa gravità ha portato alla sospensione della campagna vaccinale in Ue. Ma gli eventi rari si possono conoscere meglio solo dopo l’utilizzo. Non c’è ad oggi un legame causale”.

Magrini ha ricordato le cifre di questi eventi rari: “18 casi di trombosi dei seni cavernosi cerebrali e 7 di CID su 20 milioni di vaccinazioni effettuate”. L’azienda anglo-svedese ha comunque dichiarato che implementerà il bugiardino con l’invito a rivolgersi a un medico in caso di “affanno, dolore al petto o allo stomaco, gonfiore o freddo a un braccio o una gamba, mal di testa grave o in peggioramento o visione offuscata dopo la vaccinazione, sanguinamento persistente, piccoli lividi multipli, macchie rossastre o violacee o vesciche di sangue sotto la pelle”.

Tutto è bene quel che finisce bene. È vero, c’è stato un rallentamento della campagna, ma si tenterà di recuperare il ritardo nelle prossime settimane.

Accettare ora AstraZeneca, senza remore o dubbi, non significa “accettare tutto purché ci vaccinino” o “accettare un medicinale di serie B” o “accettare qualcosa di cui ancora non siamo del tutto sicuri”. Accettare ora AstraZeneca significa aver capito cos’è successo, aver ragionato e concluso con un bilanciamento rischi-benefici nettamente a favore di questi ultimi.

Significa accettare qualunque vaccino approvato e sicuro per portare a termine questa corsa contro il tempo che finora non è andata proprio per il meglio. Bisogna vaccinarsi, e farlo il prima possibile e quanto più capillarmente possibile. Il virus corre, e finché troverà terreno fertile per infettare, replicarsi e mutare possiamo star certi che non usciremo da questo limbo infernale di color rosso-arancione.

Teresa Caini

(In copertina Mat Napo da Unsplash)

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