Cultura

Il bektashismo – Storia di un culto mistico alle porte dell’Europa

Bektashismo

Sono diverse le confraternite che ancora oggi sopravvivono sparse tra il Medio Oriente, le steppe asiatiche e il sud-est europeo, molte accomunate da una storia difficile, fatta di persecuzioni e minacce esterne. Una di queste è il bektashismo.


Viste da Occidente, molte culture e religioni dell’Oriente, anche quello più vicino, ci appaiono ignote, pericolose, se non addirittura una minaccia per le cosiddette “radici cristiane” dell’Europa. Nell’immaginario comune una religione come l’Islam viene descritta come un unico monolite; nulla di più lontano dalla realtà. La fede più discussa degli ultimi anni presenta al suo interno vari ordini che si differenziano per i più disparati motivi, spesso in aspro contrasto tra di loro. Basti pensare allo scontro ideologico e politico in atto da tempo immemore tra sciiti e sunniti, i due rami principali in cui si divide la terza fede abramitica.

Il panorama islamico è tuttavia molto più variegato di quanto sembri e non potrebbe essere altrimenti in una terra a tratti primordiale, culla di civiltà talmente antiche da confondersi col mito e che presenta nel suo substrato religioso influenze zoroastriane, mistiche, pagane e perciò avvolte da una nube di mistero.

Origine e declino

Una delle sette più vicine a noi, ma non per questo meglio conosciute, è quella dei Bektashi, che ha a Tirana il proprio centro mondiale. L’Albania, infatti, storicamente un melting pot unico di religioni, ha saputo accogliere questa fede per lungo tempo in pericolo. Ma procediamo con ordine.

Si pensa che l’ordine sia stato fondato nel XIV secolo da un mistico e filosofo sufi di nome Ḥājjī Baktāsh Veli in Anatolia, per poi diffondersi anche in Europa in seguito alle conquiste territoriali ottomane. La guida della comunità è detta dede, servito dai dervishi, suoi discepoli; e le radici di questo credo si trovano nel sufismo, la dimensione più mistica e per certi versi occulta dell’Islam.

Fin dalle origini venne etichettato come eretico dall’Islam sunnita e sciita. Sono infatti molte le differenze che rendono il bektashismo una religione quasi a sé stante, seppur inserita nell’ampio contesto islamico.

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Haji Bektash Veli (fonte).

È noto che gran parte dei giannizzeri, la guardia reale del sultano, facesse parte di questa confraternita. Molti di loro venivano portati nella capitale dell’Impero in giovane età secondo la pratica del devsirme (un sostantivo che si traduce in “raccolta”). Appartenevano spesso a famiglie cristiane e, date le caratteristiche del credo bektashi, erano maggiormente inclini ad abbracciarlo.

Fu poi il loro scioglimento nel 1826 a decretare una lunga crisi della comunità. Sarà successivamente il padre della Turchia moderna, Ataturk, ad infliggere loro il colpo di grazia, costringendoli all’esilio poiché considerati pericolosi. Fortunatamente, in molti trovarono rifugio nell’allora neonata Albania di Re Zog I, da allora divenuta la loro nuova patria. Il sogno di aver trovato la terra promessa è però una breve illusione poiché per tutta la metà del ‘900, fino agli anni Novanta, i bektashi cadranno vittima del regime comunista di Enver Hoxha (egli stesso appartenente ad una famiglia bektashi).

Solo negli ultimi decenni il paese sembra aver ritrovato una propria, multiforme identità religiosa, caratterizzata tuttavia da una scarsa partecipazione nei riti e nelle funzioni religiose.

Il bektashismo oggi: un esempio di dialogo interreligioso

Dedebaba Haji Mondi è il capo attuale dell’ordine (in albanese Kryegjysh) ed egli si è espresso più volte a sostegno del dialogo interreligioso, descrivendo il bektashismo come ponte tra cristianità e islam, tra Oriente e Occidente, e condannando aspramente ogni forma, anche minima, di estremismo.

Dedebaba Haji Mondi (fonte).

Definire in modo netto i riti del bektashismo non è un compito facile, esso sembra porsi infatti come anello di congiunzione tra le due fedi abramitiche più diffuse, dal carattere ampiamente liberale.

Storicamente il loro essere moderati li ha resi oggetto di discriminazioni agli occhi dell’islam più ortodosso. Sorprenderà scoprire che ai fedeli bektashi è consentito bere alcool e consumare carne di maiale, due dei grandi tabù della religione islamica. Inoltre, nella loro cultura i motti e le battute hanno un ruolo importante in quanto trasmettono insegnamenti e consigli di vita. Molti, però, ruotano intorno ai vizi che li contraddistinguono dal resto dei fedeli islamici, eccone uno:

“Un bektashi stava pregando in una moschea. Mentre gli altri pregavano Dio di dare loro la fede, egli sussurrando pregava Dio di concedergli vino in abbondanza. L’imam lo sentì e gli domandò con ira perché chiedesse a Dio qualcosa di così peccaminoso, invece di fare come tutti gli altri facevano. Il bektashi rispose dicendo che ognuno prega di avere quel che non ha.”

Essi sono soliti accendere candele e confessarsi al cospetto dei dede, riconoscono in alcuni santi e in Cristo delle importanti figure religiose, trovando quindi dei punti di contatto con il cristianesimo.

I loro luoghi di culto sono detti teqe e sono il più delle volte tutt’altro che sfarzosi, in quanto spesso, soprattutto nelle località più remote e povere, consistono in semplici stanze col soffitto a cupola in cui domina il colore sacro del verde acceso e dove uomini e donne pregano insieme. Particolare importanza rivestono le tombe dei precedenti dede, sopra le quali i fedeli si uniscono in preghiera.

Un ulteriore luogo di culto pregno di spiritualità è il monte Tomor, una delle montagne più alte dell’Albania con i suoi 2416 metri. Si tratta, per il culto bektashi ma non solo, di una vera e propria montagna sacra, in quanto ogni anno centinaia di pellegrini, anche di diverse religioni, visitano la sua cima e le sue pendici ritenendo che esso abbia particolari poteri curativi. Etnologi provenienti da tutta Europa pensano che questi riti non siano altro che residui di culti pagani antichi che vedono nel Tomor una sorta di divinità primordiale.

Santuario di Abaz Aliu, martire venerato dai Bektashi (fonte).

In un paese a lungo ateo la religione è messa oggi in secondo piano e quella dei bektashi sembra configurarsi più come una filosofia di vita che come una vera e propria religione. Per chi decide di abbracciare questa fede il rapporto con Dio è intrinseco e privato, privo di rituali ben definiti e sfarzosi, con l’obiettivo di porre l’attenzione su un modo di vivere modesto e a disposizione della comunità e dei meno fortunati.

Jon Mucogllava

(In copertina We love Istanbul)

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