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Tra performance art e musica – Intervista a Dodicianni


Dodicianni, all’anagrafe Andrea Cavallaro, vive l’arte come espressione a 360°. Il suo singolo più recente, uscito il 18 febbraio, è Mio padre scrive per il giornale, il nuovo estratto dall’album Discoteche.


Dodicianni, originario del Veneto ma trasferitosi da anni a Bolzano, è conosciuto nel panorama dell’arte contemporanea, oltre che in quello musicale, per via di alcune performance artistiche (spesso scioccanti e provocatorie), che hanno fatto discutere e riflettere gli astanti. Vi consigliamo, a tal proposito, di recuperare l’opera Il Peso delle Parole, dedicata alla sensibilizzazione sul tema dell’immigrazione.

Dodicianni ha all’attivo due album molto interessanti e tra di loro eterogenei, pubblicati nel 2013 e nel 2017, e molte collaborazioni con artisti del calibro di Calcutta, per cui ha fatto da opening delle date del tour a Londra, Thegiornalisti, Modena City Ramblers, Vinicio Capossela, Omar Pedrini.  

Dopo una pausa durata 4 anni, l’artista ha deciso di riprendere il percorso musicale con un nuovo ambizioso progetto dal titolo Discoteche, di cui abbiamo avuto un assaggio grazie ai due singoli estratti: Mio padre scrive per il giornale e la title track Discoteche.


Ciao Andrea! Innanzitutto come stai? Come sta andando il pezzo?

Ciao! Direi bene, è un periodo ricco di cose perciò sicuramente molto stimolante, al netto del momento storico che chiaramente stiamo tutti vivendo. Il pezzo è finalmente uscito e questo mi basta per essere felice, ora vivrà di vita propria e chi ha la passione per i numeri potrà valutarne anche questo lato.

Forse non tutti lo sanno, ma hai all’attivo già due album (Canzoni al Buio del 2013 e Puoi tenerti le chiavi del 2017), nonché una serie di collaborazioni di livello. Ti andrebbe di regalarci un excursus delle tue esperienze?

Diciamo che ho sempre vissuto la musica come una proiezione abbastanza puntuale dei periodi che vivevo, perciò è normale che per aprire una nuova parentesi debba prima chiuderne un’altra, e che si finisca così per veder passare molti anni senza rendersene bene conto. Come dicevi, ho due lavori alle spalle, due dischi molto diversi, anche dalle cose che ho pubblicato ora. La vita è così, cambia di continuo.

La tua carriera intreccia in maniera importante arte e musica, coerentemente con il tuo percorso di studi. Hanno fatto discutere le tue performance in giro per l’Italia, come Il peso delle parole e No frame portrait. Quali sono i tuoi modelli di arte performativa di riferimento, e come avviene il processo di ideazione e realizzazione di queste esperienze a tutto tondo?

L’arte performativa, così come la musica, del resto, negli ultimi anni è cambiata molto. Cose che prima non venivano definite arte, ora sono considerate al pari di opere colte, c’è molta sperimentazione. E sulla base di questo ho provato a declinare i miei lavori in questi anni, partendo sempre da una domanda e decidendo in base alla situazione quale medium usare per la risposta. A volte mi veniva più immediato scriverci musica, in altri casi ho provato a sperimentare, empiricamente anche, con l’arte performativa. So che può non essere così evidente, ma io un fil rouge lo vedo.

Torniamo alla musica. Ho notato, nelle ultime produzioni, ovvero i singoli Discoteche e Mio padre scrive per il giornale, un tocco più intimo e autoriale, votato alla migliore tradizione del cantautorato italiano. Come si è evoluta la tua musica?

Mi fa piacere che tu ci abbia ritrovato queste caratteristiche. Diciamo che è uno di quei casi in cui si può dire di “fare un passo indietro per farne due avanti”.
Sono dovuto ripartire dalle mie consapevolezze più solide, e quindi dal pianoforte e da una band di supporto con la quale suonavo da molti anni, per trovare un sound che mi facesse sentire a mio agio. Tutti i pezzi, poi, sono stati scritti al pianoforte in una piccola casa ai margini di un grande bosco, e anche questo mi ha aiutato a trovare un certo grado di intimità.

Se in Discoteche il tema centrale è quello dell’amore, in Mio padre scrive per il giornale decidi di mettere in musica l’incomunicabilità dei sentimenti e quel gap spesso incolmabile che divide i genitori dai figli. Volevo chiederti se, essendo i due singoli parte dello stesso progetto ancora in lavorazione, fossero stati scritti in momenti diversi o meno.

In realtà sì e no. Nel senso che sì, li vedo sicuramente come parte di un lavoro unitario; e no, perché sono stati scritti nel corso di tre anni, non proprio poche settimane insomma. Mi sono trasferito a Bolzano proprio tre anni fa, infatti, e questa parentesi è il cappello sotto il quale raccoglierei questi pezzi: se non fosse stato per questa avventura probabilmente non sarebbero mai nati.

Mio padre scrive per il giornale è un brano dalla produzione davvero particolare. Ci sono delle reference ad alcuni tra i più noti esponenti del cantautorato italiano, chiaramente rivisitate in chiave moderna con delle interpolazioni elettroniche in grado di riportarlo al contesto attuale.
La realizzazione del brano ha richiesto un processo lungo o è arrivata di getto?

La scrittura è avvenuta in poche ore, di getto. Per la produzione abbiamo voluto mantenere una strategia un po’ particolare e cioè registrare il core della traccia con la band in studio, per poi lasciare che la produzione di Fed Nance gli aggiungesse quel tocco di noir che mi ero immaginato quando scrivevo il pezzo.

Quando lavoro ad un brano è come se visualizzassi già un mondo visivo nel quale collocherei la canzone, perciò era importante che anche i suoni la facessero andare in questa direzione. Quando senti quella specie di sirena all’inizio (che in realtà è una nota di pianoforte modulata), capisci già che qualcosa non va.

Una menzione speciale la merita la copertina di questo singolo. L’ho trovata davvero preziosa ed evocativa. Ancora una volta ci sono passato e presente che cercano un delicato equilibrio nello stesso frame. C’è un particolare simbolismo dietro alla scelta dei colori e della rappresentazione scenica?

Hai colto pienamente il punto. Com’era stato per la cover di Discoteche, anche questa volta ho chiesto a Theo Soyez, l’autore, di provare a raccontare con uno scatto una serie di elementi ben precisi che avevo in mente e che componevano il puzzle di questa storia: il risultato è questo. In realtà è anche una sorta di anticipazione del videoclip che accompagna il singolo.

Discoteche avrà la struttura di un concept album? Sei a buon punto con il completamento del progetto?

Sì, sono a buon punto, e sarà una sorta di concept album nel senso che in qualche modo parlerà delle mie esperienze, di questi ultimi anni e delle persone che ho incontrato; dell’avere 30 anni e non più 20, delle infinite paranoie che chi mi sta accanto conosce bene… Insomma, non sono uno di quegli autori che parla di cose assolute, di macro temi: tendo a mettere la persona e le esperienze al centro del punto di vista narrativo.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori 3 opere d’arte contemporanea che, secondo te, meriterebbero più attenzione?

Molto volentieri. Parto dalla mia preferita in assoluto: le pietre d’inciampo di Gunter Demnig. Esiste un’opera più vasta, destabilizzante ed evocativa di questa?
Poi ci metto i quadri di Bob Dylan, tecnicamente poveri ma emotivamente strabordanti della potenza comunicativa tipica della sua poetica. Infine, direi le produzioni video di Tommaso Ottomano: la poesia con cui riesce a narrare è secondo me tra le più potenti in assoluto.

Intervista a cura di Marta Verì


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