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Marocco e Israele, tra nuove aperture e nuove sconfitte

marocco e israele

La ripresa delle relazioni tra alcuni paesi arabi e lo Stato ebraico sotto l’egida della presidenza Trump è stata sicuramente una delle notizie più clamorose del 2020. A fare da apripista con gli Accordi di Abramo sono stati gli Emirati Arabi Uniti, seguiti da Bahrein e Sudan. Infine, sulla scia di queste aperture inattese, anche il Regno del Marocco ha annunciato di voler rendere ufficiali i rapporti con Israele, sollevando non poche voci critiche.

Il 22 dicembre 2020, i rappresentanti israeliani si sono recati a Rabat per firmare una dichiarazione che impegna i due paesi a normalizzare le relazioni diplomatiche e promuovere la cooperazione economica. In questo modo, il Re del Marocco Mohammed VI mira a intensificare gli scambi commerciali e l’afflusso di know-how tecnologico, nonché a incentivare il turismo israeliano nel Regno.

Il legame storico tra Marocco e Israele

Malgrado le travagliate relazioni arabo-israeliane, i due paesi intrattengono da decenni relazioni diplomatiche informali, portando avanti una connessione che ha radici profonde.

Storicamente la comunità ebraica marocchina fu una delle più numerose del mondo islamico, arrivando a rappresentare quasi il 10% della popolazione del Paese. Tuttavia, con l’imperversare della prima guerra arabo-israeliana nel 1948 e il crescere dell’intolleranza, la maggior parte degli ebrei marocchini fuggì verso il neonato Stato d’Israele. L’odio antiebraico sfociò in gravi episodi di violenza, come i pogrom di Oujda e Jerada in cui persero la vita 43 persone.

Oggi in Marocco risiedono ancora circa 9.000 persone di fede ebraica concentrate principalmente a Casablanca, mentre in Israele si contano oltre un milione di ebrei di discendenza marocchina. Essi compongono una fetta importante della società israeliana e tutt’ora conservano con orgoglio la propria identità culturale.

Durante il suo regno, Re Hasan II (1961-1999) mantenne rapporti più o meno segreti con figure politiche israeliane come Yitzhak Rabin e Shimon Peres (egli stesso di origini marocchine). Dopo gli accordi israelo-palestinesi di Oslo del 1993, a Rabat operava anche una sorta di ambasciata israeliana semiufficiale che però interruppe le sue funzioni nel 2000 in seguito alla Seconda Intifada palestinese.

Moroccan king visits Jewish heritage site, promotes coexistence
Re Mohammed VI in visita al museo della cultura ebraica Bayt Dakira nella città di Essaouira (foto: The Arab Weekly).

Un nemico comune

I motivi che hanno portato a questa storica apertura non riguardano solo fattori economici e culturali. Infatti, sullo scacchiere internazionale il Marocco si è avvicinato molto alle monarchie del Golfo in funzione anti-iraniana. Nel 2018 il Regno è arrivato a interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, allineandosi con il fronte comune formato da Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo.

Dalle posizioni generalmente tradizionaliste e conservatrici, il Regno alawita vede nella Repubblica Islamica una possibile minaccia, soprattutto a causa del dichiarato sostegno iraniano al Fronte Polisario, il movimento per l’indipendenza del Sahara Occidentale.

Le conseguenze sulla lotta del popolo saharawi

Dopo che la Spagna lasciò la regione nel 1975, il Marocco con la “Marcia verde” annettè il Sahara Occidentale, abitato dal popolo saharawi che già dagli anni ’30 aveva iniziato a reclamare l’indipendenza. Organizzatosi nel Fronte Polisario, il movimento per l’autodeterminazione dei saharawi cercò di resistere ai soldati marocchini, ma dovette abbandonare diversi territori. Oggi il Fronte, appoggiato dall’Algeria, controlla una stretta striscia di terra che va dal confine algerino all’Atlantico. Il resto del territorio è invece occupato dal Marocco ed è attraversato dal tristemente noto “muro marocchino“, un complesso di barriere lungo più di 2.700 km infestato da mine antiuomo che dal 1975 hanno causato più di 2.500 morti e feriti. Intanto il desiderio dei saharawi di avere uno stato indipendente non si è mai sopito.

Ed è proprio il riaprirsi delle ostilità nel Sahara Occidentale nel novembre del 2020 a preoccupare gli osservatori internazionali. Nel caso del Sudan, l’Amministrazione Trump aveva promesso l’esclusione del Paese dalla “lista nera” dei promotori del terrorismo in cambio del riconoscimento dello Stato ebraico. Allo stesso modo, in cambio dell’apertura con Israele, gli Stati Uniti hanno promesso al Marocco il riconoscimento della sua sovranità sul Sahara Occidentale. Una decisione pericolosa che, dando legittimità all’occupazione perpetrata da Rabat, può contribuire a infiammare un conflitto congelato da trent’anni e a destabilizzare ulteriormente la regione dell’Africa nord-occidentale, in una situazione già precaria a causa della guerra civile in Libia e degli scontri tra il governo maliano e alcuni gruppi jihadisti.

In tal senso, l’appoggio espresso da Trump alle rivendicazioni del Marocco allontana ancora di più la possibilità di una soluzione pacifica al contenzioso, mentre la comunità internazionale, comprese l’ONU e l’Unione Africana, ha ormai preso una posizione filo-marocchina e sembra disinteressarsi di questa parte di mondo.

Il muro tra Marocco e Sahara Occidentale (foto: Corriere.it).

La sconfitta dell’autodeterminazione

Da una parte il popolo saharawi, dall’altra i palestinesi, che vedono assottigliarsi sempre più la solidarietà dal resto del mondo arabo, risultano essere i veri sconfitti in questo nuovo assetto diplomatico. A Rabat ci sono state proteste di piazza contro la decisione del Re, mentre gli esponenti palestinesi hanno immediatamente definito l’accordo un tradimento alla loro causa.

Per le parti coinvolte, l’intesa israelo-marocchina rappresenta un successo senza precedenti. Il Marocco ha ottenuto il sostegno americano nella questione del Sahara Occidentale; l’Amministrazione Trump ha conquistato un’altra controversa vittoria diplomatica, rischiando però di aggravare le tensioni tra il Fronte Polisario e l’esercito marocchino; e Israele ha guadagnato un nuovo alleato nel confronto con l’Iran. Tuttavia, si tratta dell’ennesima disfatta per il principio di autodeterminazione che rende possibile il riaccendersi di conflitti rimasti a lungo irrisolti.

Massimiliano Marra (articoli)


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