Cultura

Il mio Messico – Donne tra passato, presente e tentativi di emancipazione

Donne Messico

Una rubrica su un paese lontano e misterioso, controverso e irrisolto. Un viaggio oltre l’oceano, raccontato da esperienze, riflessioni e scoperte. Un racconto dell’anima messicana.

La posizione delle donne nella società messicana è ambigua, e non manca di suscitare ancora oggi violenti dibattiti nel paese. Le diverse tradizioni insediate in Messico hanno infatti portato altrettante visioni del ruolo femminile all’interno della società: si assiste così a uno scontro (a volte culturale, a volte generazionale) tra i sostenitori della parità dei sessi e gli strati più conservatori della società.  

Tra ideali e controllo

In Messico vi è un aperto contrasto tra l’apparente posizione di potere che le donne ricoprono all’interno della famiglia, come rappresentanti del nucleo familiare davanti al mondo, e il loro reale status nella società. Ciò non riguarda solo le possibilità lavorative e di successo, ma anche l’autonomia, i pregiudizi e le aspettative, radicati nel profondo dell’animo messicano, così come il controllo sociale e l’ideale di donna perfetta, che perseguita le donne in ogni aspetto della vita.

Questa battaglia riguarda ogni sfaccettatura della società: il modo di vestirsi, la possibilità di uscire da sole o di prendere l’autobus, le ambizioni; le aspirazioni, le aspettative, le possibilità, le limitazioni e i pericoli, persino la religione. Essere donna, in Messico, non è per niente facile.

Società matriarcale o apparente libertà?

Storicamente la società e la famiglia messicana sono strutturate su una ripartizione dei compiti e delle responsabilità, nella quale la donna è la matrona della casa, e l’uomo si occupa di tutto il resto. Lei si prende cura dei figli, delle domestiche, intrattiene le relazioni sociali e organizza la vita familiare, mentre lui sostiene economicamente la famiglia.

Questo può indurre a credere che il Messico sia una società matriarcale: è la madre infatti a decidere cosa si fa nel fine settimana, dove si va in vacanza o al ristorante, che film si guarda, e stabilisce cosa possano o non possano fare i figli, senza bisogno di consultarsi col padre. È lei che gestisce la vita degli abitanti della casa incluso il marito, senza che nessuno pensi di contraddirla.

Se i figli vogliono ottenere un permesso, devono convincere la madre – non il padre, perché lui non ha voce in capitolo. Tuttavia, mentre in facciata la donna regna ed è la regina indiscussa, imponendo senza esitazione la propria volontà alla famiglia intera, in realtà è l’uomo che, nella gran parte delle situazioni, ha l’ultima parola. È lui infatti che guadagna i soldi con cui la famiglia va in vacanza, al ristorante o coi quali viene fatta la spesa. Sotto un’apparente libertà della moglie c’è la necessità dell’approvazione del marito: il presunto matriarcato si svela essere una realtà patriarcale. Ciò non significa che la donna non abbia alcun potere, ma semplicemente che questo si limita ad un ambito molto ristretto della vita e della società.

Aspettative, pressione sociale, accettazione

Nella società invece non c’è la possibilità di fraintendere chi detenga il potere ai piani alti: solo il 18% della Corte Suprema di Giustizia, il 17% dei CEO, e il 26% della classe dirigente è composto da donne; il che significa che l’élite messicana è governata da una forte prevalenza di uomini. Anche se questa rappresenta solo una minima parte della popolazione, la distribuzione del potere nelle fasce più basse avviene in modo analogo. Ciò ha origine fin dall’infanzia di ogni messicano.

I maschi e le femmine vengono infatti cresciuti in modo diverso in base al loro sesso, e le aspettative e gli atteggiamenti verso di loro si differenziano da subito. Oltre alla classica distinzione nei colori tra il rosa e l’azzurro, o nei giocattoli tra bambole e soldatini, come avviene nella maggioranza delle culture occidentali, c’è un’ulteriore differenziazione ancor più profonda che determina la mentalità messicana.

Da un uomo, ad esempio, ci si aspetta che protegga le donne della sua vita, a partire dalle sorelle e dalla madre, e passando poi alle fidanzate e alla moglie. Deve essere forte, deciso, inflessibile e protettivo, ed è ritenuto normale che sia anche geloso, violento, possessivo: questo vuol dire che ci tiene. Da una donna ci si aspetta che si prenda cura degli uomini e dedichi la sua vita a renderli felici, oltre ad avere come maggiore aspirazione quella di rivolgersi unicamente alla famiglia: ci si aspetta che sia fedele, ubbidiente, sensuale ma modesta, appassionata ma sottomessa.

La prospettiva di emancipazione, indipendenza, successo o semplicemente di un futuro diverso da quello incentrato sulla famiglia sono solo recenti e spesso malviste. A rendere la situazione più difficile intervengono la religione, la tradizione e la società, che hanno creato intorno alle donne un ambiente di paura e impotenza verso il proprio futuro e la possibilità di autodeterminazione, insieme ad un diffuso sentimento di accettazione anche verso i fatti più terribili e inammissibili.

Galanteria, paura, normalità

Il maschilismo è così radicato nella mentalità messicana perché si mescola con tradizioni intoccabili, con una apparente gentilezza o addirittura con la semplice galanteria. È normale infatti che un ragazzo apra la porta a una ragazza e la faccia entrare per prima, che scenda dalla macchina e vada ad aprirle la portiera prima che lei esca, che cammini dal lato del marciapiede più esterno per proteggerla dalle macchine, che porti le buste della spesa o paghi il conto.

È normale che se una ragazza è in centro da sola qualcuno cerchi di parlarle, se prende l’autobus qualcuno provi a toccarla, se cammina per strada da sola qualcuno le fischi e le faccia apprezzamenti di dubbio gusto ed elevata superficialità, spacciati per semplici commenti. È scontato che se una ragazza va a una festa, debba stare attenta a non accettare bicchieri già preparati perché può venire drogata, a non restare da sola perché le si può avvicinare qualcuno e infastidirla insistentemente, a non ubriacarsi perché qualcuno si potrebbe approfittare di lei. È normale che debba essere accompagnata a casa e che non possa tornare sola in Uber, perché troppo pericoloso. È normale che debba condividere con le amiche la posizione in tempo reale ogni volta che si sposta da sola, e che queste aspettino un messaggio di conferma ogni volta che rientra a casa.

È normale tutto ciò? Vivere con la paura di essere molestate, sequestrate, drogate, stuprate, uccise? Avere la certezza che se succede qualcosa, la prima domanda che verrà posta è “cosa aveva addosso” o “cosa faceva lì a quell’ora”? Che le prime colpevoli siano, nell’opinione comune, le vittime? È normale non prendere l’autobus, non andare a piedi, non mettersi i pantaloni corti, per paura? È normale evitare di uscire sole per non subire, nel migliore dei casi, occhiate, commenti, fischi, a qualsiasi ora del giorno o della notte, in qualsiasi posto, non importa l’indumento (dalla divisa della scuola, alla tuta o ai jeans) spesso da gruppi di uomini di vent’anni più grandi, in giro su pick-up o addirittura su macchine della polizia o dell’esercito?

Stare in casa per evitare quel sentimento di impotenza che questo atteggiamento induce, per non dover ogni volta affrontare la rabbia e la paura, e accettare l’ingiustizia di una società dove tutto ciò, in fin dei conti, è normale?

Femminicidi, abusi, violenza: un Paese impermeabile alla sofferenza

Donne in Messico

In Messico, nel 2020, sono stati registrati 777 femminicidi e, tra questi e gli omicidi dolosi, ogni giorno vengono uccise 10 donne all’interno del Paese. Colima è al primo posto, con 2.30 femminicidi ogni 100.000 abitanti, seguito da Morelos con 1.90 e Nuevo Léon con 1.25, con una media nazionale di 0.75. La maggior parte dei femminicidi è commessa all’interno della famiglia, da quegli uomini che avrebbero dovuto proteggerle, anche, dai fischi, dalle provocazioni esterne e dalla violenza. In un paese con i tassi più alti di alcolismo al mondo, con Chihuahua al primo posto, col 27% della popolazione dipendente dall’alcool (seguito da Zacatecas col 25.7%, e Yucatan e Coahuila col 25.6%), la violenza intra-familiare è all’ordine del giorno, e a seguito del lockdown è aumentata del 60%.

Due donne su tre dicono di aver subito qualche tipo di violenza, il 43% di averla subita da parte del proprio partner. E in molti casi questo è ritenuto normale: la società le ha indotte a credere di essere loro le colpevoli, di esserselo cercato; se subiscono violenza, se lo sono meritato: uno schiaffo significa che l’uomo ci tiene, così come un pugno, un calcio, una coltellata.

E meno gente lo sa, meglio è: i panni sporchi si lavano in famiglia, e nessuno vuole sentir raccontare di dinamiche familiari tanto diffuse quanto ritenute normali. Il problema sorge, però, quando la moglie, la fidanzata, o l’amante non sopravvive al litigio, o lo scampa per miracolo; la società in questi casi sembra svegliarsi: viene attirata l’attenzione dei media, il Paese si ricorda per qualche attimo della situazione di profonda crisi in cui si trova, ma l’attimo dopo se ne dimentica, per passare a problemi più importanti. Così le sparizioni, le violenze, gli abusi sono all’ordine del giorno, e sono supportati dall’omertà. Tutti conoscono qualcuno che ha subito una qualche forma di violenza sessuale, perciò spesso queste notizie nemmeno stupiscono, e scivolano via.

Femminista o feminazi?

Le donne che cercano di cambiare la struttura che sostiene una società così profondamente “machista”, o che semplicemente provano a portare una sensibilizzazione su queste tematiche vengono chiamate con disprezzo “feminazi”.

Essere femminista in Messico è spesso visto come una condanna, così come supportare l’aborto o avere più partner prima del matrimonio, oppure anche essere dirette nelle proprie ambizioni o pretendere rispetto e un trattamento paritario a quello riservato agli uomini sul posto di lavoro, a scuola, o a casa.

Le ragazze hanno spesso paura di definirsi femministe, per lo stigma sociale che questo termine porta: è infatti associato a lesbica, o addirittura assassina (per il supporto all’aborto). Per gli uomini è invece impensabile essere o definirsi femministi: se rispetta le donne, non fischia ad una ragazza per strada, non dà della poco di buono a una amica che è uscita con più di tre ragazzi, è ritenuto e appellato come gay. E in una società dove “femminista” è sinonimo di “lesbica” o “gay” è difficile poter prendere consapevolezza o trasmettere il rispetto per le donne, è difficile progredire e migliorare la situazione che esse affrontano ogni giorno.

Comodità e giustizia

Su questo tema ci sono pareri contrastanti tra le donne stesse, perché per molti aspetti vivere in una società con queste regole – conoscendole e rispettandole – è comodo. Moltissime infatti, e non solo tra le “vecchie” generazioni, supportano ciò che viene oggi definito “machismo”, che per loro è semplicemente “realtà”: i ruoli sono chiari, ognuna sa cosa le spetta, è cosciente di ciò che può e non può fare, e conosce le conseguenze delle proprie azioni. È un ruolo in cui si è protette, mantenute, rispettate, e in cui si è “regine del proprio regno”. Alcune supportano questo status quo per paura, ma molte per convinzione, convinte che ciò che oggi è identificato come machismo sia in realtà è gentilezza, convinte che se “è sempre stato così”, allora sia giusto così.

Le madri insegnano alle figlie di pretendere da un ragazzo che segua quelle regole di galanteria imposte dalla società, di non accontentarsi di meno cavalleria, e insegnano anche di sottostare alle sue decisioni e alle sue regole, perché quella è la parte che spetta loro. È difficile per una ragazza formarsi una propria idea di “giusto” e di “sbagliato”, distinguere il maschilismo dalla cultura, dalla normalità, dall’accettabile, e dal sano.

Unione, lotta, speranza, rabbia. Questi sono i sentimenti che accomunano tante donne in Messico e che permettono loro di uscire di casa ogni giorno, sperando di tornare e di trovare, il giorno dopo, un Messico e un mondo migliori.

Greta Murgia


Donne tra passato, presente e tentativi di emancipazione è il terzo articolo della rubrica Il mio Messico di Greta Murgia. Si ringrazia l’autrice per la gentile concessione delle immagini.

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