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Giulio, Patrick e soldi – Il dramma ignorato dell’Egitto

Egitto

Il regime instaurato da Abdel Fattah al-Sisi, in Egitto, si fonda sulle logiche della repressione, della persecuzione e del terrore. Le dinamiche politiche e gli interessi economici internazionali spiegano come certi orrori vengano ignorati ma gli avvenimenti dell’ultimo periodo fanno sperare, forse, in un cambiamento in nome della giustizia e del rispetto dei diritti umani.


Regeni e Zaki, vittime del regime al-Sisi

Sono passati quasi 10 anni dall’11 febbraio 2011: il giorno in cui il presidente dell’Egitto Hosni Mubarak, dopo 3 decenni ininterrotti al potere, rassegnò le dimissioni. Questo grazie a un clamoroso sollevamento popolare che, sull’onda della primavera araba (che proprio in quei giorni si stava diffondendo in altri Paesi arabi), sembrò presagire una speranza di democrazia e prosperità per la terra delle Piramidi.

Il prossimo 3 febbraio, invece, saranno 5 anni dal ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni. La sua storia è nota a tutti, così come lo è quella di Patrick Zaki, studente dell’università di Bologna che dal febbraio scorso marcisce in un carcere del Cairo. Sia Regeni che Zaki sono solo due delle vittime della brutalità di un nuovo regime: quello di Abdel Fattah al-Sisi.

La luce che sembrava si fosse accesa nel 2011, infatti, fu rapidamente spenta dalla dura realtà: il breve esperimento democratico, tra le estati del 2012 e del 2013, non fu in grado di risolvere gli annosi problemi del Paese, né di scalfire il potere dell’esercito. Fu così che, nel luglio 2013, cavalcando le proteste popolari, al-Sisi depose il presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi e assunse il potere.

Diritti umani calpestati

Da allora al-Sisi ha intrapreso un’autentica politica di terrore reprimendo sistematicamente ogni dissenso. Lo stesso Regeni è stato arrestato, torturato e ucciso per la sua attività di ricerca sui sindacati autonomi (cioè non allineati al potere) dei venditori ambulanti.

Proprio queste organizzazioni sono state fortemente avversate dal regime, venendo smantellate o costrette ad entrare nella federazione governativa. Altri bersagli di questa politica liberticida sono stati i Fratelli Musulmani, partito dell’ex presidente Morsi (scomparso, ufficialmente per infarto, nel 2019). Essi, dichiarati organizzazione terroristica dal nuovo dittatore, hanno subito innumerevoli arresti e anche attacchi violenti. Esempio di tale persecuzione è stata la strage di piazza Rabi’a, al Cairo, nella quale, poco dopo il golpe del 2013, hanno perso la vita 817 persone.

A riguardo, in un articolo di Amnesty International leggiamo:

migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente – centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente – ed è proseguita l’impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l’uso eccessivo della forza”.

Sempre dallo stesso articolo emerge che tantissimi sono stati i casi di arresti preventivi di durata indefinita (anche cinque anni) in condizioni disumane. Innumerevoli sono stati i provvedimenti contro le ONG, dalle limitazioni ad attività e finanziamenti al congelamento dei beni, fino a indagini sui loro appartenenti. 513 siti web sono stati oscurati. Tutto senza contare le 1891 condanne a morte emesse fino al 2019.

La repressione, tuttavia, non ha colpito solo gli oppositori politici. Anche la comunità LGBT+ è stata pesantemente presa di mira: del resto, sebbene in Egitto l’omosessualità non sia illegale, è comunque considerata una “perversione”. Lo scorso giugno, infatti, ha suscitato scalpore il suicidio dell’attivista Sarah Hegazi, detenuta e torturata per due mesi solo per aver esposto una bandiera arcobaleno durante un concerto.

Grandi interessi in ballo

Davanti a tutto questo è assordante il silenzio della comunità internazionale. Ma ciò non deve stupire.

L’Egitto, grazie alla sua strategica posizione geopolitica e alle sue risorse naturali, è diventato un partner politico e commerciale irrinunciabile, nel Mediterraneo e non solo. Al-Sisi si è rivelato un alleato prezioso in primis per gli Stati Uniti (Donald Trump è arrivato a definirlo il suo “dittatore preferito”), soprattutto nella lotta al terrorismo. Anche a tale scopo, ogni anno il Cairo riceve da Washington circa 1,3 miliardi di dollari per motivi militari.

Altre partnership riguardano la Cina e la Russia: la prima sta finanziando diversi progetti di sviluppo incorporando, inoltre, il canale di Suez nella Nuova via della seta. Con la Russia, invece, la collaborazione è sia commerciale (vedi la costruzione della centrale nucleare a scopi civili a Sadat City) sia militare, come dimostra il commercio di armi russe e l’appoggio che il governo egiziano ha offerto in Libia al fronte di Haftar, sostenuto da Mosca.

Fitti sono anche i rapporti con l’Europa: la vergognosa Legion d’Onore, conferita ad al-Sisi dal presidente francese Macron, è solo l’ultimo esempio di uno scarso impegno sulla questione dei diritti umani, sempre sovrastata da beceri interessi economici.

Non è da meno l’Italia, uno dei partner europei più importanti per l’Egitto con le oltre 100 imprese italiane che vi operavano fino al 2016. Le iniziative nostrane vanno dal turismo al settore minerario, passando per il raddoppio del canale di Suez (nel quale è coinvolta Fincantieri), fino all’approvvigionamento energetico. L’ENI, infatti, possiede, con diverse quote di partecipazione, undici giacimenti a Zohr, nonché altri a Rass el Barr e South Gharra. La multinazionale, inoltre, ha ricevuto svariate concessioni dal governo per attività esplorative che hanno portato a numerose scoperte di gas, l’ultima delle quali lo scorso settembre.

Come ciliegina sulla torta, non manca il mercato delle armi:  lo scorso giugno è emersa una commessa di circa 10 miliardi di euro da parte del governo egiziano per l’acquisto di fregate, missili e aerei da combattimento. Stiamo parlando non solo del più grande affare militare italiano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma probabilmente anche di un atto illegale. La legge 185 del 1990, infatti, proibisce la vendita di armi ai Paesi che non rispettano i diritti umani. Proprio per questo, i genitori di Giulio Regeni nei giorni scorsi hanno denunciato alla procura di Roma il governo italiano.

Scenari futuri

Questo stato delle cose frustra le famiglie Regeni e Zaki, tutte le vittime delle persecuzioni del regime, ma anche l’intero popolo italiano. Le continue prese in giro del governo di al-Sisi, contrapposte alla debolezza degli esecutivi italiani che si sono succeduti nel tempo, sono un’onta inacettabile per chi ha a cuore i diritti della persona e riconosce la loro supremazia assoluta rispetto a qualsiasi cosa, compresi i soldi.

L’Italia, con i suoi massicci interessi economici, si trova potenzialmente in una posizione di forza per esercitare pressioni ed esigere verità e giustizia, per Giulio quanto per Patrick. Quest’ultimo, anche se non cittadino italiano, ha stretto un legame inscindibile col nostro Paese che l’ha accolto come studente e, per questo, ha pieno diritto ad un’azione decisa.

Negli ultimi mesi si sono visti alcuni segnali positivi. Con l’elezione di Joe Biden negli USA, il governo egiziano sembra intenzionato a revisionare alcune leggi liberticide. Inoltre, nelle scorse settimane, per effetto della pressione internazionale (e anche con l’intervento dell’attrice Scarlett Johansson), sono stati liberati tre attivisti della ONG EIPR a cui appartiene anche Patrick Zaki.

Pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato una mozione molto dura contro il regime egiziano invocando il rispetto dei diritti umani.

Tutto ciò dimostra che un’azione energica e decisa può sortire i suoi frutti. Noi continuiamo a sperare e a farci sentire, nell’attesa che, a Roma, chi di dovere si svegli.

Riccardo Minichella

(In copertina una foto tratta da Open: Giulio Regeni e Patrick Zaki nel murale di via Salaria a Roma, vicino all’ambasciata d’Egitto)

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